Colin e Bronwyn Stoner sono gente di campagna. Lui bracciante, lei figlia di un allevatore di cavalli. Vivono come nomadi: girano l’Australia lavorando di fattoria in fattoria. Durante l’impiego, trascorrono il tempo in case provvisorie che abbandonano a lavoro terminato. Portano con loro i figli Kelly e Casey. Papà Colin ha le spalle larghe da contadino ma anche un’innata passione per le motociclette. Casey non eredita il fisico da campagna bensì il talento motoristico. A tre anni guida già una Yamaha PW50 appartenuta alla sorellina Kelly.

 

 

Il piccolo Casey muove i primi passi lungo gli sterrati della campagna australiana. Cresce confinato nel suo microcosmo: famiglia, campagna e moto. Nient’altro. La motocicletta diventa presto il suo giocattolo preferito. Eccelle in una specialità: il dirt track. Nato nelle pianure aride del Nuovo Galles del Sud, il dirt track si corre su piste ovali sterrate. Pieghe su sassi, granito o ghiaia: divertimento assicurato.

 

Stoner in sella alla sua Ducati: un matrimonio felice, finché è durato (Ph Mirco Lazzari gp/Getty Images)

 

 

Sugli ovali di dirt track matura una straordinaria sensibilità di guida. Col fondo sterrato, bisogna saper controllare le derapate della moto in curva. Casey affina lo stile che lo porterà a vincere due titoli mondiali in MotoGP. La campagna e la guida sugli sterrati raccontano molto di Casey Stoner. La vita da nomade lo ha reso chiuso e introverso. Nasconde un’inquietudine persistente dietro uno sguardo malinconico, incassato in un volto dai tratti puerili. Non proprio l’ideale per attrarre le simpatie del paddock.

 

Stoner non è conforme agli stereotipi del motociclista: non è fascinoso come Agostini, nemmeno estroverso come Rossi. La carenza di rapporti umani ha modellato un uomo schivo e solitario.

 

Casey è cresciuto lontano dai suoi coetanei, rinchiuso nel suo mondo. Moto, derapate, gas, pieghe. Nessun’altro gioco, nessun’altro svago. Mai andato nemmeno a scuola perché riceveva lezioni a domicilio. Un’infanzia e una adolescenza dalle sfumature antiche, come si evince dal carattere restio ma anche burbero e genuino come gli uomini di una volta.

 

 

 


“Rolling Stoner”


 

L’ultima casa gli Stoner la abbandonano nel 1998, quando Casey ha 13 anni. Secondo la leggenda (mai del tutto confermata ma nemmeno smentita) Colin e Bronwyn vendono tutte le loro proprietà (poche, a dire il vero) per investire sulla carriera di Casey. La famiglia lascia l’Australia e vola in Inghilterra, dove il baby prodigio può correre le gare di velocità (in Australia è proibito al di sotto dei 14 anni). Della vita degli Stoner in Gran Bretagna si conosce poco. Si sa soltanto che comprano un camper e girano il Paese seguendo passo passo l’ascesa di Casey verso il motomondiale. È Alberto Puig, oggi team principal della Honda HRC, a mettergli gli occhi addosso e ad inserirlo nel giro dei durissimi campionati giovanili spagnoli.

 

 

Dopo aver battagliato con talenti rampanti del calibro di Dani Pedrosa e Jorge Lorenzo, Casey esordisce nel motomondiale nel 2001, a 16 anni, su una Honda classe 250. Due modesti piazzamenti valgono il contratto con l’Aprilia del team di Lucio Cecchinello per la stagione successiva. Annata modesta ma promettente. Stoner non segue spartiti, non è conforme alle regole. Retrocede così in 125 restando nell’orbita di Cecchinello. Seguono altre due stagioni in 125 e 250, dove Casey si piazza al secondo posto nel mondiale 2005. È pronto al salto nella classe regina.

 

Tra l’innocenza e la diffidenza (Photo by Robert Cianflone/Getty Images)

 

 

Sul talento nessuno ha dubbi, ma Stoner viene etichettato come il più classico dei piloti “sfascia moto”. Vive la prima metamorfosi della sua vita: da prodigio arrivato da un mondo lontano diventa “Rolling Stoner”. Casey rotola nella ghiaia più che piegare sui cordoli. Un talento di cristallo che va spesso in frantumi, così come le sue moto che rimbalzano sull’asfalto.

 

 

La stagione d’esordio in MotoGP rispecchia quanto le classi minori avevano sentenziato: talento immenso ma troppo incline alle cadute. Con la Honda clienti di Sito Pons, Stoner chiude il campionato con un secondo posto, tre quarti posti e ben sei cadute. Resta “Rolling Stoner”, l’etichetta che rischia di accompagnarlo per tutta la carriera.

 

 


La Ducati e la rinascita


 

Stoner vive una seconda metamorfosi nell’inverno del 2007, quando la Ducati annuncia il suo ingaggio. A sorpresa. Perché i vertici di Borgo Panigale hanno provato fino all’ultimo a strappare il rinnovo di Sete Gibernau ma l’accordo salta (pare) per questioni economiche. L’unico pilota libero è il giovane australiano, sul quale la critica si spacca. “Rolling Stoner” attira ilarità e una goliardia pericolosa quando si parla di uno sport pericoloso come il motociclismo. In molti, però, vedono in Ducati la compagna ideale per la maturazione di Stoner, nella stagione che saluta i motori da 990 cm3 e abbraccia la cilindrata 800.

 

 

Quello tra Stoner e la Rossa a due ruote è un amore a prima vista. Al gran premio di apertura di Losail, l’australiano domina e vince la sua prima corsa in MotoGP. La Ducati è un abito cucito addosso alla sua guida. La Desmosedici spinge sul dritto ma è ribelle in curva. Stoner la asseconda come un addestratore fa con una belva inferocita. Entra in curva con la moto di traverso e apre il gas prima degli altri, sfruttando la spinta del motore progettato da Filippo Preziosi. Casey benedice anche la scelta di Borgo Panigale di montare pneumatici Bridgestone. Quelle gomme lo incollano sull’asfalto. Stoner non cade più. “Rolling Stoner” è un lontano ricordo. E per gli altri non ce n’è.

 

Con la Rossa Stoner è stato semplicemente fenomenale  (Ph Lucas Dawson/Getty Images)

 

 

Stoner non ama la bagarre. Sorpassa pulito, evita i contatti con gli avversari e scappa via verso la vittoria. Una condotta che assomiglia a quella di Michael Schumacher all’epoca della Ferrari. Un uomo solo al comando. Il ducatista lavora ai fianchi gli avversari senza sfoderare il colpo di grazia. Li cucina a fuoco lento, giro dopo giro, decimo su decimo. Casey ama la solitudine anche in pista, circondato dal vuoto che lascia tra sé e i rivali. Non fosse per il rombo dei motori, starebbe assorto nel silenzio della campagna. Quella dove è nato e cresciuto.

 

 

Al Gran Premio del Qatar seguono altre nove vittorie che spalancano le porte del titolo mondiale. Stoner, a soli 21 anni, è il più giovane campione del mondo dopo Freddie Spencer (superato poi da Marc Marquez). Per la Ducati è il primo (e finora unico) titolo mondiale. Per una casa italiana è la prima gioia dopo 30 anni di digiuno, dai tempi della leggendaria MV Agusta. Epoche che si rincorrono.

 

 

 


Stoner vs Rossi


 

Laguna Seca, 2008. Il numero uno sulla carena rossa, il 46 giallo stampato sul cupolino Yamaha. I numeri dicono Stoner contro Rossi. La vittoria mondiale del ducatista ha sorpreso Valentino, in cerca di riscatto dopo il titolo 2006 sfumato all’ultima gara, quando la regolarità di Nicky Hayden ha prevalso sulla smania del Dottore. Stoner e Rossi sono l’alfa e l’omega, l’alba e il tramonto. Valentino: estroso, irriverente, diabolico. Casey: introverso, timido, polemico. L’uno nemesi dell’altro, sia in pista che fuori.

 

 

A Laguna Seca Stoner parte dalla pole position davanti a Rossi. Iniziano a duellare subito dopo il semaforo verde. Valentino irrompe nel microcosmo di Casey. Lo cambierà per sempre. Non c’è pulizia nei sorpassi. È un corpo a corpo continuo, una battaglia di nervi oltre che fisica. Vale rispolvera i duelli con Biaggi e Gibernau. Tra i mille talenti del Dottore, quello di mettere sotto pressione gli avversari è senz’altro uno dei più efficaci. Stoner è risucchiato dal vortice della competizione. Dà spallate mai viste prima, prova a giocare la stessa partita di Rossi.

 

Una lotta epica, senza tregua (Ph Mirco Lazzari gp/Getty Images)

 

Il duello di Laguna Seca raggiunge l’apice nella curva simbolo del circuito: il cavatappi.

 

Dalla planimetria sembrerebbe una normale chicane, invece il cavatappi (The Corkscrew) è un veloce sinistra-destra lungo 137 metri con un dislivello di 18 metri. Frenata a sinistra in salita e giù verso destra in discesa. Alla cieca. Quasi come gettarsi nel vuoto.

 

 

A pochi metri dal cavatappi Valentino tira una di quelle staccate che lo hanno reso celebre. Infila Stoner in salita, poi va lungo alla controcurva e mette le ruote sulla sabbia. Rientra in pista e si tocca con il ducatista. Resta davanti di forza. Scene memorabili. È quello il momento chiave della corsa, nonché il punto massimo della rivalità tra Rossi e Stoner. Dopo il leggendario sorpasso al cavatappi, i due continuano a darsene fino ad otto giri dal termine. Stoner prova a imitare Vale, staccando forte all’ultima curva. Va lungo. Poi resta impantanato nella terra. Prova a ripartire ma cade goffamente. Quasi fosse un novellino invece che il campione del mondo in carica. Valentino prende il largo e vince la gara. Stoner è secondo e battuto. Non digerirà mai quella sconfitta.

 

Sul podio Stoner è più accigliato del solito. Sussurra qualcosa all’orecchio di Valentino. Rossi tira indietro il sorriso e replica: “Queste sono le corse, Casey”.

 

Valentino ha toccato corde che solo lui sa tastare. Quelle che l’orecchio sublime di Stoner non aveva mai ascoltato. La sconfitta di Laguna Seca consegna il titolo nelle mani di Valentino e pone fine, di fatto, all’avventura di Stoner in Ducati. L’australiano cade in un vortice di insicurezze. Ed ecco la terza trasformazione. Casey inizia ad estraniarsi da quel mondo che ha adorato sin da bambino. Odia la popolarità mondiale, le conferenze stampa e gli eventi degli sponsor. Medita di ripudiare la vita del pilota. Sente di perdere fiducia intorno a sé. Il matrimonio con Ducati naufraga quando Casey ha già abbandonato la nave. Troppo lontana la mente dal suo corpo per rivivere i fasti di un passato troppo recente.

 

Casey assorto in solitudine (Ph Robert Cianflone/Getty Images)

 

 

Nel 2009 iniziano anche i guai fisici: salta i gran premi di Repubblica Ceca, Indianapolis e San Marino a causa di persistenti problemi di stanchezza. La stagione seguente, il 2010, va avanti per inerzia. Stoner continua ad accusare lo stress che lo circonda. Perde con frequenza le energie. Il suo corpo è abbandonato quasi quanto la mente. I medici sentenziano: intolleranza al lattosio. Casey inizia una cura che nasconde soltanto il problema. Il 9 luglio arriva il comunicato ufficiale: dal 2011 non sarà più in Ducati ma guiderà una Honda HRC. Casey è pronto all’ultima recita da protagonista.

 

 

 


Il secondo mondiale e la malattia


 

La stagione 2011 è una replica del 2007. Cambia soltanto il colore: dal Rosso Ducati all’arancio Repsol di Honda. Stoner vive una nuova trasformazione: torna il “canguro mannaro” che dominava sulla Desmosedici. Il mondiale di Casey in Honda è una cavalcata trionfale, senza rivali. Con l’Ala Dorata trova il feeling della vecchia Ducati. Il titolo arriva proprio nel gran premio di casa, a Phillip Island, il 16 ottobre, nel giorno del suo compleanno.

 

 

A margine del trionfo di Stoner, la resa di Valentino Rossi. Il Dottore arranca in sella alla Ducati. Stoner gongola e non lo nasconde. E questo perché Valentino ha più volte ribadito come le vittorie di Stoner fossero merito più della competitività della Ducati piuttosto che del talento dell’australiano. Dopo due stagioni di calvario, Valentino lascia la Ducati e torna in Yamaha. Il bottino di Rossi sulla Rossa: un podio e nessuna vittoria.

 

 

Il successo iridato con la Honda è soltanto un raggio di sole che sbuca tra i nuvoloni. La carriera di Stoner ha ormai imboccato la via del tramonto. La morte di Marco Simoncelli a Sepang scava un ulteriore solco tra sè e la moto. Critica gli standard di sicurezza disposti dalla federazione. Non mancano le frecciatine a Dorna e ai piloti che reputa scorretti in pista. Casey è rimasto il bambino che mangia la polvere negli ovali australiani. Vorrebbe soltanto infilare il casco, spalancare il gas ed ascoltare il suono dei cavalli. Perché il resto, per chi è genuino e spontaneo come lui, conta poco.

 

Casey Stoner versione Honda: l’ultima grande avventura motociclistica (Ph Robert Cianflone/Getty Images)

 

 

Per la regola secondo cui Stoner va sempre in direzione opposta e contraria a quello che la consuetudine suggerirebbe, a metà della stagione 2012, con il numero 1 ancora in carena, annuncia il ritiro dalle corse. Ad appena 27 anni, Casey è piegato da un malessere psicologico e dai continui problemi fisici. La stanchezza è cronica. Non regge la fatica delle gare e nemmeno lo stress che ne deriva. Dopo il ritiro non abbandona i suoi due amori. Diventa collaudatore prima di Honda e poi di Ducati. Ma non è più lo Stoner di un tempo. Casey è piegato dalla fatica.

 

 

Pochi mesi fa, ancor prima che il mondo diventasse preda della pandemia, Stoner libera i tormenti: “Sono malato”. Lo affligge la sindrome da stanchezza cronica. È privo di forze:

“Non vado più in kart da più di un anno. Non ho più l’energia per farlo”, ha detto al podcast Rusty’s Garage.

La stanchezza cronica gli causa persino dolore perchè manda fuori asse le costole che provocano male alla schiena. È un’altra trasformazione, l’ultima. Stoner è finito nelle braccia malinconiche di un destino che lo ha sempre tallonato. Ha provato a staccarlo, Casey. Senza riuscirci. Si è ritrovato con l’avversario negli scarichi pronto ad infilarlo, prendendolo a sportellate. Come quel giorno al cavatappi.