La prima cosa che l’occhio umano nota di fronte ad uno sconosciuto è il suo aspetto. Osserva attentamente chi ha davanti partendo esclusivamente dal fattore estetico. È proprio questo che, per lo più, ci spinge o meno a voler fare nuove conoscenze. Albert Mehrabian, psicologo di origine armena, attualmente professore a UCLA, nel suo libro “Nonverbal Communication”, porta avanti uno studio in cui afferma che le nostre parole, se rivolte ad un estraneo, attirano l’attenzione dell’altro solo per il 7%.

 

 

Cosa influisce nei confronti dell’interlocutore per il restante 93%? La comunicazione paraverbale – impostazione della voce, lessico e modalità in cui ci esprimiamo – ha efficacia per il 38%; troviamo in cima alla classifica il linguaggio del corpo con il 55%. Lo studio in questione non ha, ovviamente, valenza universale. È infatti possibile applicarlo unicamente su fattori sentimentali che si innescano in chi osserva. I numeri non sono tutto, ma alcune percentuali fanno riflettere.

 

 

Il linguaggio del corpo ha al suo interno diverse sottocategorie, la più riconoscibile delle quali è l’abbigliamento. L’abbigliamento ha sempre avuto, nel corso della storia umana, grande valenza aggregativa. È un modo per distinguersi dagli altri, per ritagliarsi il proprio spazio nel mondo, ma anche e soprattutto per mostrare all’esterno, almeno simbolicamente, il gruppo, la tribù, di cui facciamo parte. Basti pensare al drammatico esempio storico degli “anni di piombo”, o anche alle parole di Giorgio Gaber nella celebre canzone Destra-Sinistra:

 

“Le scarpette da ginnastica o da tennis
Hanno ancora un gusto un po’ di destra
Ma portarle tutte sporche e un po’ slacciate
È da scemi più che di sinistra.
Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra…
I blue-jeans che sono un segno di sinistra
Con la giacca vanno verso destra”.

 

Al di là della cocente ironia di Gaber è da notare l’accostamento tra vestiario e credo politico. Negli anni ’80 la militanza politica perde il fascino del decennio precedente: la fine degli “anni di piombo” porta molti ragazzi, cresciuti col fervore per un ideale, a svuotare le sezioni politiche e a riempire le curve degli stadi d’Italia. Iniziano a diffondersi le prime sottoculture giovanili. I Paninari, i Mods e, piano piano, i Casuals.

 

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I primi tifosi ad aver importato il Casuals in Italia, come già si evince dal proprio simbolo, sono gli Irriducibili della Lazio (foto di Paolo Bruno/Getty Images)

 

 

Come noto, il Casuals ha origini inglesi. Qui ci interessa solo un fatto: con il passare degli anni, la meticolosità dei casuals nella scelta dell’abbigliamento trasforma la copertura in vera e propria divisa. L’intento originario delle tifoserie Casuals, quello cioè di sfuggire agli occhi dalla polizia, diventa già dagli anni Novanta causa primaria del proprio riconoscimento fuori dallo stadio.

 

 

Un altro ossimoro investe però il fenomeno Casuals: quello riguardante il tennis. Uno degli sport più nobili al mondo, senza veri e propri “supporters”, in cui anzi è il silenzio a dominare la scena, rappresenta la fonte d’ispirazione primaria della cultura Casuals. Come? Attraverso i suoi marchi. Le marche indossate dai tennisti sono le stesse che il sabato colorano gli stadi del Regno Unito: la maglia Fila di Björn Borg o gli indumenti Sergio Tacchini, con il suo tipico color “bianco, bianchissimo” à la McEnroe, vanno per la maggiore.

 

 

Ma non vanno dimenticate Lacoste e Fred Perry, simbolo dello sportswear tennistico di lusso. Tutti vogliono essere avanguardia e ciò non fa altro che evolvere lo stile Casuals. Esistono però tendenze comuni a tutti: il trench, le felpe con la zip dal gusto un po’ retrò che devono essere obbligatoriamente chiuse fin sotto il collo, il cappellino da baseball con la visiera rigorosamente piegata così da far vedere il meno possibile gli occhi e le giacche a vento.

 

Tra i brand che oggi hanno preso possesso della scena Casuals ci sono: C.P. Company, Burberry, Adidas, Ellesse (altra marca tennistica), Lyle&Scott e Stone Island. Quest’ultima in particolare deve molto della sua notorietà, oltre ai suoi materiali ricercati e al suo inconfondibile badge sul braccio sinistro, al film “Green Street Hooligans”.

 

I tifosi del Leeds ad Huddersfield, 2020. Il Casuals, in Inghilterra, è ancora vivissimo (foto George Wood/Getty Images)

 

 

L’elemento fondamentale è però la scarpa. Si può indossare la giacca Stone Island più costosa e bella che esista, avere il cappello che meglio protegge da sguardi indiscreti, ma senza una scarpa che possa rendere loro onore, allora, in questo universo sottoculturale, si è destinati a perdere credibilità. La scarpa, se avesse voce, racconterebbe le nostre storie più intime. Lo capiscono per primi gli antichi romani che chiamano le proprie tragedie cothurnatae, nome dei calzari indossati dagli attori in quei tempi.

 

 

Ma torniamo in Italia. Nel Belpaese, le tifoserie che per prime accolgono il Casuals nelle proprie curve sono Fiorentina, Piacenza, Inter, Roma, Napoli e, soprattutto, Hellas Verona e Lazio. Queste ultime due, insieme col vestiario, importano il tifo di stampo britannico. Meno caos, più volume e uniformità nella voce di curva; cori più lenti, niente tamburi. Il Casuals inizia a diffondersi in Italia, ma senza mettere le radici. Una particolarità ne distingue però almeno lo stile.

 

 

A differenza delle altre nazioni, dove i modelli di scarpe variano continuamente, in Italia spopola la cultura della scarpa totalmente bianca. Un paio di sneakers particolarmente fortunate sono le Stan Smith, intramontabili calzature Adidas: anche queste trovano la loro origine sui campi da tennis, e sono le prime scarpe realizzate, per questo sport, completamente in pelle. Vengono disegnate per Robert Haillet e mantengono il nome del tennista francese fino al 1971, anno del suo ritiro. Nel 1973 casualmente Stanley Roger Smith e Adolf Dassler, il fondatore del brand tedesco, si incontrano in un locale parigino. Da quel momento, grazie ad una contraccambiata simpatia, inizierà la leggenda della scarpa simbolo per eccellenza.

 

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Casuals fuori dal Griffin Park di Brentford (foto Michael Regan/Getty Images)

 

 

Ancora oggi, a testimonianza della loro importanza nella cultura Casuals, ci sono numerosi stendardi in ogni categoria con scritto “Only white shoes”. Probabilmente, buona parte dell’aumento del loro blasone in questo ambiente si deve alla cinematografia: Football Factory e Green Street Hooligans per primi nell’ambito sportivo, senza dimenticare il Vincent “Vinz” Cassell protagonista di “Le Haine” (L’Odio), vestito in ogni scena dalle care e vecchie Stan Smith.

 

 

Oggi, con l’avvento dei social e le misure sempre più restrittive nei confronti dei tifosi, l’apparenza ha sostituito la sostanza. Non è così difficile vedere un ragazzo vestito con una giacca Stone Island, dei jeans e delle Stan Smith, senza che ciò lo identifichi necessariamente con un Casuals. Come classificare il Casuals in Italia? Sottocultura o fenomeno mediatico? Senza dubbio la seconda. Il web e Instagram in particolare sono popolati di foto al tag #casuals. Questo, però, anziché giocare a favore del fenomeno, ne ha spento la fiammella anzitempo. Che il Casuals in Italia abbia attecchito è fuori di dubbio. Che il fenomeno sia resistito alle repressioni del tempo, questo è molto più in dubbio. Il fenomeno Casuals in Italia è entrato solo lateralmente, senza mai diventare cultura di massa, come accaduto invece in Inghilterra.

 

 

Casuals sono le azioni che si compiono, non solo i vestiti che si portano. Ad essere sinceri, che si sia perso l’aspetto violento, è, agli occhi di chi scrive, solo un bene. Dei primi veri Casuals inglesi resta poco, dei nuovi Casuals italiani non resta quasi nulla. Il fattore estetico, nato come simbolo del fenomeno Casuals, ne ha ormai inghiottito l’essenza stessa.