“Finalmente Antonio rimase solo e poté guardare a suo agio i cari tetti di Catania, quei tetti neri, disseminati di giare, di fichi secchi e di biancheria, sui quali il vento di marzo, al tramonto, sferra calci  da cavallo; le cupole che, nelle sere di festa, scintillano come mitre d’oro; le gradinate deserte dei teatri all’aperto; gli alberi di pepe del giardino pubblico; il cielo della provincia, basso e intimo come un soffitto, sul quale le nuvole si dispongono in vecchi disegni familiari; l’Etna accovacciato fra il mare e l’interno della Sicilia, con sulle zampe, la coda e il dorso, diecine di paesetti neri che vi stanno arrampicati con stento”. (V. Brancati, Il bell’Antonio)

 

 

C’è stato un punto fisso nella storia in cui Catania ha rischiato di scomparire: all’inizio della seconda metà del ‘600, ingratamente e con fare poco gentile, quasi del tutto di sorpresa, l’Etna decise di eruttare dai Monti Rossi, poco sopra Nicolosi. E da lì la lava scese imperterrita, irrefrenabile, verso il centro urbano, inerme: finì miracolosamente in mare, raggiungendo le mura della città, dopo aver sostanzialmente ricoperto quanto incontrato e salutato lungo il cammino. La colata circondò, assediandolo, il Castello Ursino: ma Catania, dopo 351 anni, è ancora lì. Ai piedi dell’Etna e a due passi dal mare.

 

 

Al Fortino, ad ovest del centro, la Porta Garibaldi avverte i barbari armati di progetti volti alla distruzione degli ideali: «Melior de Cinere Surgo» (rinasco dalle ceneri ancora più bella). La storia di un popolo messa per iscritto: metafora dell’araba fenice che sa risorgere, migliore, dalle proprie ceneri. Simbolo di tutto ciò che appartiene visceralmente e radicalmente ai catanesi: perché a Catania persino la vita diventa metafisica. Tra sacro, profano e spirituale: e il Calcio Catania, in tutto questo.

 

 


“TUTTI DEVOTI TUTTI”


 

Se chiedete ad un catanese di elencarvi, in ordine di importanza, gli aspetti della vita a lui più cari, quasi nella totalità dei casi riceverete questa risposta: «Sant’Agata, il Catania, la famiglia», e via. Per un insolito scherzo del destino, non c’è un elemento del vissuto del popolo etneo inscindibile dall’altro: in un continuum extradimensionale, il quotidiano trascende i confini delle categorie e diventa devozione. In termini sportivi, negli ultimi anni, e negli ultimi mesi, soprattutto umiliazione.

 

 

Anche il Calcio Catania ha rischiato di scomparire: ci era andato vicino nel 1993, quando l’unico elemento capace di opporsi alla morte della matricola 11700 (appartenente all’unico Catania esistente e mai rifondato, quello del 1946) fu lo spirito di lotta di Angelo Massimino, il “Presidentissimo”, che schiantò contro un muro granitico la decisione della FIGC di revocare l’affiliazione per un ritardo nella presentazione delle garanzie bancarie per l’iscrizione (il TAR, allora, si espresse nei seguenti termini contro l’azione della federazione: «Ci sono elementi sintomatici di rilevato vizio di eccesso di potere». Come un accanimento, ma per motivi e dinamiche che, in questo pezzo, non tratteremo).

 

 

Ha sfiorato il fallimento soprattutto quest’anno. Lo ha fatto nella maniera più concreta possibile: con un’istanza della Procura, il Tribunale di mezzo e una pandemia globale che, con fare infame, ha costretto i catanesi ad assistere quasi inermi, incollati allo smartphone, alla fine di una decadenza che parte da lontano. Con un cerino acceso, in segno di devozione. Nulla più.

 

Catania calcio murale

Un murale realizzato in Pescheria, dietro Piazza del Duomo: Sant’Agata con lo stemma del Catania (Foto Antonio Torrisi)

 

 


IL PUNTO PIÙ BASSO


 

Si fa presto a dire che “I Treni del Gol”, tentata combine che nel 2015 portò il club etneo in Lega Pro e vergogna indelebile tatuata controvoglia sulla pelle dei catanesi, sia il punto più basso della storia del Catania. Ed effettivamente da fuori può sembrare così: può uno scandalo legato al calcioscommesse essere superato in termini di potenza distruttiva, frustrazione e umiliazione dalle successive stagioni in Serie C? La risposta è sì.

“I conti del Catania sono in ordine, non è arrivato nessun punto di penalizzazione, non c’è alcun problema e rispetta ogni scadenza” (Antonino Pulvirenti a Pianeta Catania il 2 ottobre 2019)

La controindicazione che porta con sé una squadra di calcio come “religione di stato” è l’accettazione quasi dogmatica di qualsiasi tesi formulata da una figura idealizzata: per Antonino Pulvirenti i conti del Catania sono sempre stati in ordine. Per la realtà dei fatti, quella che riguarda il nostro mondo, parecchio distante dall’Iperuranio, no.

 

 

Lo scorso 15 maggio in tarda serata a Catania inizia a circolare la voce relativa a un documento firmato dai PM Regolo e Tasciotti. La città trema e si ferma: prova a ragionare, leggendo meglio “le carte”, fino a quel momento destinate a professionisti del settore e difficilmente accessibili, in termini di linguaggio, ai cronisti. Undici pagine, depositate il giorno prima, che raccontano una gestione illogica di Pietro Lo Monaco, che in quattro anni dal suo ritorno ha consegnato il contrappeso perfetto, in negativo, a quanto di buono fatto a Catania tra il 2004 e il 2012 (suo, grazie all’aiuto di Jorge Cysterpiller, il “Catania degli argentini”): debiti per più di 50 milioni di euro totali e, soprattutto, la mancata ricapitalizzazione dopo la delibera del cda etneo del 30 novembre 2019.

 

 

Dopo cinque anni dai “Treni” il Catania si è trovato con una quantità abnorme di debiti, l’etichetta di truffatore appesa al collo dal proprio proprietario, una vicenda ancora da chiarire (dei tre principali protagonisti, Pulvirenti è rimasto alla guida del club per molti anni, causa gli infiniti rinvii del processo, Daniele Delli Carri ha ricevuto la grazia dal presidente federale all’inizio dello scorso luglio e Pablo Cosentino opera normalmente nel mondo del calcio, come dimostra il passaggio di Mauro Icardi al PSG), un ripescaggio in Serie B festeggiato, ma mai realmente avvenuto e una Serie C che, come sempre, rappresenta il passo più vicino al baratro per tutte quelle società che non riescono a far quadrare i conti. E un’istanza di fallimento sulla testa. Un incubo senza fine, maturato drammaticamente nel tempo.

 

Qui allo Stadio Massimino in tutt’altri tempi: un Pulvirenti in tenuta sportiva protesta nel match casalingo contro la Roma, il tutto sotto gli occhi del mitologico Peppe Mascara (Photo by Maurizio Lagana/Getty Images)

 

 

La crisi quasi-senza fine del club rossazzurro nasce molto prima e coincide con la caduta dell’impero imprenditoriale dello stesso Pulvirenti: il crack della compagnia aerea low cost Wind Jet del 2012 fu la prima delle tessere di un mosaico che, dopo “i Treni del Gol”, coinvolse tutta la holding Finaria (proprietaria del Catania per il 95,4%), che nel periodo di massimo splendore lo ha portato alla nomina a “Capital: imprenditore dell’anno 2006 per la Sicilia”, e nello specifico Meridi, gruppo legato alla distribuzione alimentare con il marchio Fortè (che, ad aprile, conterà «passività per oltre 100.000.000,00 €», come si legge dalla relazione dei commissari per il “caso Meridi”).

 

 

La governance Pulvirenti verrà definita nei termini di un’attività infragruppo con finanziamenti da un’azienda all’altra: il tutto senza pagare i diversi creditori, sia di Meridi che del Catania. E i dipendenti: intere famiglie, per far vivere la squadra di calcio della città. Beffa sociale più grande, questa.

 

 


VOLONTÀ DI POTENZA


– Laggiù c’è della gente, pensate, che non dorme mai!
– Perché?
– Perché non sono mai stanchi.
– Perché no?
– Perché sono folli.
– E i folli non si stancano mai?
– Come potrebbero stancarsi i folli?
(F. Kafka, La metamorfosi)

A Natale, con i giocatori già partiti in vacanza per via dello sciopero della Lega Pro, la società rossazzurra invia il proprio messaggio di auguri:

 

«Cari ragazzi nel rinnovare a voi e alle vostre famiglie gli auguri di un Buon Natale e di un Felice Anno Nuovo con la riapertura delle liste di trasferimento abbiamo il dovere di esporvi con chiarezza il quadro economico della ns. Società. Il calcio Catania Spa per la ben nota situazione debitoria non potrà far fronte agli adempimenti economici così come attualmente in essere. La vita del Catania è primaria ad ogni cosa così che ci sembra giusto che troviate una squadra che vi garantisca di poter avere soddisfatte le vostre esigenze tecniche ed economiche. NESSUNA PRETESA sarà da noi avanzata alle eventuali squadre che si faranno avanti. Certi della vs. comprensione vi salutiamo cordialmente. Calcio Catania Spa.»

 

 

Sembra fantascienza, tutt’al più narrativa per ragazzi. È realtà pura, nuda e cruda: da un giorno all’altro, la squadra allenata da Cristiano Lucarelli si ritrova senza parole, senza stipendio, senza futuro, senza certezze e con metà stagione da giocare, all’alba del calciomercato invernale. Ma quello appena passato non è stato un campionato facile, per diversi motivi: il Catania è partito in ritiro con Andrea Camplone in panchina, esonerato dopo il disastroso 5-0 in trasferta contro la Vibonese.

 

 

In dirigenza, il direttore sportivo Christian Argurio a fine settembre ha lasciato il club per trasferirsi all’Hajduk Spalato, mentre il direttore generale Pietro Lo Monaco, dopo aver per quasi un anno demolito il rapporto società-tifoseria con un’insana lotta d’orgoglio sterile e narcisistico, ha annunciato le proprie dimissioni il 26 novembre, anche a causa di un’aggressione subita in viaggio verso Potenza per la partita di Coppa Italia Serie C. Ad oggi, fine agosto, è ancora in carica da dimissionario: ma fa tutto parte di una situazione generale che di logico ha ben poco.

 

 

Lo Monaco vs i tifosi, un anno e mezzo fa

 

 

Cristiano Lucarelli, per la seconda volta alla guida del Catania dopo la stagione 2017/18 culminata con l’eliminazione in semifinale Playoff contro il Siena, ha le spalle al muro: la società è in crisi nera, bisogna vendere per rimpiazzare i contratti onerosi con quelli di giocatori di profilo minore e provare a chiudere una stagione tra preghiere e fortuna. Per comprendere meglio il quadro: il 13 febbraio la Guardia di Finanza fa visita a Torre del Grifo, centro sportivo e sede della squadra rossazzurra, per effettuare delle perquisizioni per il sopracitato “caso Meridi”. Nel giorno in cui si gioca il ritorno della semifinale di Coppa di C contro la Ternana, con i giocatori costretti a fare la rifinitura nel parcheggio. Imbarazzante.

“Quando ho parlato di kamikaze, mi riferivo alla necessità di non farsi condizionare da ciò che accade fuori dal campo. Anche noi, come i tifosi, siamo vittime della situazione attuale. Pur con i nostri limiti, non ci stiamo sottraendo alla battaglia. […] Si può contestare la società, ma anche fare il tifo. Questa situazione non è colpa nostra, non l’abbiamo creata noi e quel che accade fuori dal campo non dipende da me e dai miei ragazzi”. (Cristiano Lucarelli in conferenza stampa, 18 gennaio 2020)

In quel periodo, comunque, il Catania stava dando l’ennesima prova del concetto di Melior de Cinere Surgo già espresso in precedenza: contro tutto e tutti, nonostante tutto e tutti. Nell’ultimo mese prima della sospensione dovuta al Covid, la formazione di Lucarelli è riuscita a conquistare cinque vittorie e due pareggi (tre, con quello in Coppa contro la Ternana), senza mai perdere: palliativo indubbiamente generoso, alle porte dell’interminabile lockdown.

 

 


CESSIONE O MORTE


 

Nonostante quanto affermato più volte dalla proprietà, e nonostante la seria crisi economica, il Catania negli ultimi cinque anni non è mai stato realmente in vendita: questo è un dato di fatto. Nel 2016, Jorge Vergara, patron di Omnilife e del Chivas Guadalajara deceduto lo scorso anno, si recò di persona in Sicilia a visitare Torre del Grifo, ma non se ne fece nulla. A novembre 2019 si è parlato anche di Raffaello Follieri, le cui vicissitudini legate al mondo del calcio sono ben note: salvo eccezioni, che ci sono sempre, Catania, città matura, non lo ha mai preso realmente in considerazione.

 

 

Il risultato del clima di instabilità alla base delle vicende recenti del club rossazzurro è stata una confusione totale sul futuro della proprietà: in pochi mesi sono stati accostati imprenditori facoltosi nel settore dell’abbigliamento sportivo e delle bevande energetiche, texani vicini a compagnie petrolifere (noto è l’episodio di Gian Luigi Lo Fermo, uomo che si è spacciato un intermediario della compagnia petrolifera Apache, si è recato a Torre del Grifo per discutere con Pulvirenti e la dirigenza, salvo poi essere smascherato: aveva rubato l’identità a Stefano Rosini, insegnante di Grosseto, per compiere la truffa). Persino Claudio Lotito, tra soubrette e vip romani. Quasi senza fine.

 

 

A fine dicembre 2019, però, una cordata di imprenditori locali si fa avanti grazie al “Comitato per l’acquisizione del Calcio Catania”, sulla base dell’azionariato diffuso: tra i rappresentanti anche Fabio Pagliara, segretario generale della Federazione italiana di atletica leggera, e Maurizio Pellegrino, ultimo allenatore del Catania in Serie A. Simbolicamente niente male.

 

I tifosi del Catania all’ultima stagione di A, nel 2014. Sperando che lo striscione possa essere, oggi, di buon augurio (Photo by Maurizio Lagana/Getty Images)

 

 


L’ALBA DI UNA NUOVA ERA


«Sicché quando gli dissero che era tempo di lasciare la sua roba, per pensare all’anima, uscì nel cortile come un pazzo, barcollando, e andava ammazzando a colpi di bastone le sue anitre e i suoi tacchini, e strillava: Roba mia, vientene con me!»
(G. Verga, La roba)

Per farla breve (fidatevi, citare cronologicamente quanto accaduto negli ultimi otto mesi a Catania non è impresa semplice): visceralmente legato alla sua roba, creata con indubbia fatica, ma ad un passo dalla dissoluzione, Pulvirenti ha provato fino all’ultimo a resistere alla cessione. Il Tribunale, il 28 maggio, rigetta l’istanza di fallimento della Procura, pochi giorni dopo la richiesta di ammissione alla procedura di concordato in bianco depositata dal Catania (a fine marzo a chiedere l’ammissione al concordato era stata già Finaria).

 

 

Segue una serie indicibile di ansie. L’unica via per cedere l’intero asset Calcio Catania (squadra più centro sportivo), visti il rifiuto e l’indifferenza mostrati di fronte all’offerta del Comitato (riorganizzato nella spa “SIGI” – Sport Investment Group Italia), diventa la procedura competitiva al Tribunale, ma Finaria temporeggia. Forse troppo, mentre i tifosi impazziscono. Non riescono proprio a comprendere il disegno suicida della proprietà Pulvirenti, «trattandosi», oltretutto, «di vicenda di particolare interesse sociale», come scriverà il presidente del Tribunale di Catania, Francesco Mannino, in una nota.

 

 

La vicenda assume i contorni a metà tra l’epico e il grottesco quando il Catania-squadra, ripresi gli allenamenti grazie alle soluzioni adottate dall’amministratore unico Gianluca Astorina (sanificazione del centro sportivo gratis e tamponi effettuati grazie ad alcuni accordi), ha deciso di partecipare ai Playoff dopo aver messo in mora la società per il mancato pagamento degli stipendi (emblematica la raccolta fondi dei tifosi per aiutare la squadra). I rossazzurri usciranno al secondo turno – il primo superato con un successo contro la Virtus Francavilla al Massimino – pareggiando al Liberati contro la Ternana. Ma la partita più importante si gioca altrove.

 

Ciccio Lodi Catania calcio Getty

Il leggendario Ciccio Lodi, simbolo del Catania Calcio, qui in azione nel match di Coppa Italia contro il Venezia (11-10-2019). A Gennaio 2020 rescinde il contratto per i problemi finanziari del club, finendo alla Triestina (Foto Alessandro Sabattini/Getty Images)

 

 

E, a dire la verità, ha rischiato anche di saltare. Il bando per la partecipazione all’asta viene pubblicato il 3 luglio: viene fissata la data di presentazione delle proposte e quella di apertura delle buste, rispettivamente il 22 e il 23 luglio. Il 16 luglio, ad una settimana esatta, il Tribunale di Catania dichiara fallita la holding Finaria: ciò che prima era frustrazione diventa disperazione. Da un momento all’altro sembrano svanire mesi e mesi di lotte per la salvezza della matricola 11700, una trattativa mai realmente partita e le speranze di un’intera piazza che da anni ormai non sa più cosa significhi guardare una gara di calcio in santa pace. La storia ha un lieto fine, però: nella più classica delle maniere catanesi.

“La nostra dedica va ai tifosi. È una vittoria di tutti. Adesso affrontiamo i problemi tutti insieme e cerchiamo di risolverli. Ci siamo assunti oneri incredibili, il carico debitorio è grande ma ci siamo abituati alle battaglie difficili. Se avessimo dovuto basarci sui conti non avremmo mai salvato la matricola”. (Giovanni Ferraù, presidente del cda SIGI, il 23 luglio 2020)

Il 23 luglio all’apertura delle buste c’è solo una partecipante, ed è la SIGI. L’avvocato Giovanni Ferraù, nominato da poco presidente del cda nella spa costituita dal “comitato per l’acquisizione del Catania”, esce dall’aula con la sciarpa rossazzurra al collo: la matricola 11700, quella del Calcio Catania 1946, è salva (per la somma destinata a diventare storica di 1.329.000 euro). Il 13 agosto viene ufficializzata l’iscrizione al prossimo campionato di Serie C: in città si può finalmente respirare.

 

 

Messi da parte Tribunale, istanze e decreti, Catania è tornata a parlare di calcio vero: ha un nuovo allenatore, Giuseppe Raffaele, e può discutere del ritrovato derby con il Palermo (che manca da otto stagioni), ma soprattutto di programmazione (si parla di azionariato diffuso con quote destinate ai tifosi), pur con la pazienza che si addice ad un nuovo progetto sportivo e societario. All’orizzonte si scorgono imprenditori interessati a far parte del progetto della SIGI, compreso Joe Tacopina che, salutata Venezia, ha voluto visitare Torre del Grifo e fare una chiacchierata con i nuovi proprietari, inviando una manifestazione di interesse.

 

 

È l’alba di una nuova era: rinascita che vuole cancellare gli incubi recenti. Lava che scorre sottoterra alimentando il moto del mare che, da pochi passi, restituisce buona compagnia all’Etna. Ennesimo grido del Melior de Cinere Surgo e, insieme, ginestra che sa farsi largo nella roccia vulcanica. Un tifoso, intercettando Fabio Pagliara poco prima di un’intervista ad inizio agosto, riassume il concetto in maniera semplice: «Dottor Pagliara, lei mi ha salvato la vita». Perché il Catania, per i catanesi è questo: metafisica pura, spiegata in calcio.