Fino al 1989 la cittadina di Scornicesti era famosa. Il piccolo villaggio di origine tatara, situato nell’antica regione della Valacchia, nel gennaio del 1918 aveva dato i natali a una delle figure più emblematiche della storia rumena: Nicolae Ceausescu. In principio non si chiamava neanche così, bensì Tătărăi, almeno fino al 1965, quando il “genio dei Carpazi” divenne il primo segretario del Partito Comunista Rumeno. Desideroso di cancellare ogni traccia del suo passato, povero e contadino, nei primi anni del suo mandato Ceausescu trasformò drasticamente il volto della nuova cittadina.

 

 

Le abitazioni dei braccianti furono sostituite dagli alloggi destinati alla classe operaia e i campi lasciarono il posto alle nuove fabbriche impiegate nella piccola industria meccanica e tessile. Rimase solo qualche vecchia abitazione, tra cui quella del dittatore stesso, ancora oggi mèta dei pellegrinaggi di nostalgici e simpatizzanti del vecchio regime comunista. Destinato a rappresentare un modello di villaggio socialista, Scornicesti diventò piuttosto un piccolo regno feudale, collegato direttamente al potere centrale e amministrato dalla sorella del conducator, Elena Ceausescu, e da suo marito Vasile Barbulescu, detto Lica.

 

La casa natale di Nicolae Ceausescu

 

 

Nel mondo dei due blocchi l’utilizzo dello sport come strumento politico di propaganda e di diplomazia era prassi abbastanza comune, soprattutto a est di Berlino e nella Repubblica Popolare Rumena. Basti solo pensare ai due club di Bucarest che, da sempre, si contengono i titoli nazionali: la Steaua, amministrata fino alla caduta del regime da Valentine Ceausescu, figlio adottivo di Nicolae, è tutt’oggi la rappresentativa dell’esercito rumeno; la Dinamo è stata per decenni prerogativa del Ministero degli Interni e della polizia politica, la Securitate.

 

 

Ed è nel 1972 che prende avvio l’avventura del Viitorul Scornicesti, la temibile squadra di zio Nicu, destinata a diventare un grande club nazionale e che divenne, invece, il simbolo della corruzione e del malaffare dello sport rumeno. Voluta fortemente dal colonnello Valeriu Sturza, storico dirigente della Steaua, e dal genero del conducator, Barbulescu, le sorti della squadra non rientrarono mai nelle preoccupazioni di Ceausescu, almeno stando a quanto affermato da Aurel Mincu, esterno sinistro acquistato dal club verso la fine degli anni ’70, in un’intervista rilasciata al sito rumeno evz.ro nel 2014:

«L’ho visto solo una volta lì, quando è stata inaugurata la fabbrica di abbigliamento locale e l’intero villaggio è stato portato fuori per incontrarlo, compresi noi calciatori. Invece i suoi parenti, rimasti nel villaggio, si sono presi cura della squadra».

Nel giro di soli quattro anni la squadra di zio Nicu scalò ben quattro categorie, raggiungendo la massima serie nel campionato 1981/82. Un risultato che Lica Barbulescu decise di ottenere a tutti i costi.
Nell’edizione 1977/78 lo Scornicesti militava in terza divisione. Costituita perlopiù da giovani militari in servizio di leva, la squadra di Ceausescu viaggiava in alta classifica, agevolata da indubbi favori arbitrali e da un certo timore reverenziale da parte degli avversari che, spesso, scendevano in campo già sconfitti. Il 21 giugno 1978 andò in scena la penultima giornata di campionato.

 

 

Un turno che si preannunciava decisivo in vista della promozione in seconda serie e che vedeva lo Scornicesti primo a pari punti con il Flacara Moreni, club che prendeva il nome dall’antica città di Moreni, la culla dell’industria petrolifera rumena. Per lo Scornicesti la promozione era a portata di mano, dovendo affrontare in casa il già retrocesso Electrodul Slatina. Un derby, quello della contea di Olt, il cui esito era praticamente già scritto. Ma c’erano almeno un paio di problemi da affrontare: alla vigilia del match, la differenza reti premiava il Flacara per una manciata di gol; il proprietario del club di Moreni era un certo Tudor Postelnicu, comandante capo della Securitate. Insomma, pur trattandosi di una partita di serie C, gli interessi in gioco erano davvero tanti.

 

 

Dal canto loro, Barbulescu e il presidente Dumitru Dragomir corsero subito ai ripari con uno stratagemma che, a pensarci oggi, fa sorridere. Non disponendo di collegamenti telefonici diretti in un raggio superiore ai 30 km, Lica fece disporre un’immensa task force di posti di blocco lungo tutti i 150 km che dividono Scornicesti dalla città di Moreni. La ragione non rispondeva certo a questioni di ordine pubblico: gli aggiornamenti circa l’andamento del match tra il Flacara e gli ospiti del Rova Rosiori, sarebbero giunti tramite il passaparola dei poliziotti. A tutto il resto avrebbe pensato lui, i gol non sarebbero mancati.

 

A livello “multimediale”, dello Scornicesti di Ceausescu ci resta davvero poco

A livello “multimediale”, dello Scornicesti di Ceausescu ci resta davvero poco

 

 

Di quel match, che ancora oggi viene ricordato come uno degli scandali più vergognosi della storia del calcio rumeno, non sono rimaste molte tracce. La stampa dell’epoca, ovviamente, si limitò ad elogiare l’incredibile goleada dei padroni di casa. Si conosce l’undici titolare dello Scornicesti: Anghel, Cotigă, Pană, Bucurescu, N.Păun, P.Petre, P. Manea, Şoarece, Culea, Martinescu, Mincu. Punte di diamante della squadra, allenata da Dumitru Macri (che da calciatore vanta il primato di essere stato il primo candidato di nazionalità rumena a concorrere per il Pallone d’Oro negli anni ’50), erano il capitano Lucianu Martinescu e l’attaccante Gheorghe Şoarece, gioiellino strappato pochi mesi prima alla Dinamo Slatina.

 

 

Quest’ultimo, in un’intervista rilasciata nel 2004 al Jurnalul National, ha ricordato così il suo trasferimento “forzato” nella squadra di Ceausescu: «Giocavo a Slatina, che era il capoluogo della contea e giocavo nella divisione B. Scornicesti era invece un piccolo villaggio con una squadra nella divisione C. Non ho potuto rifiutare e sono andato, anche se non mi andava bene. Mi hanno dato 5.000 lei e una bottiglia, e ha iniziato a piacermi». Per quanto riguarda il già retrocesso Electrodul, l’entusiasmo non doveva essere proprio dei migliori: alcuni giocatori furono prelevati dalle loro case e condotti sul campo con la forza.

 

 

Secondo le testimonianze più accreditate, alla fine della prima frazione il tabellino segnava 8 a 0 per lo Scornicesti. Durante l’intervallo arrivò il tanto atteso aggiornamento dal campo del Flacara. Se ne conoscono due versioni. La prima è che il messaggio giunto all’ultimo posto di blocco fosse “a Moreni 11”; la seconda versione, più credibile, l’ha raccontata proprio il presidente Dragomir in un documentario prodotto dalla testata spagnola El Mundo, uscito lo scorso anno:

«Un poliziotto piuttosto ignorante venne a riferire durante l’intervallo che il risultato era di 2-0 ma i nostri capirono 9-0 e si sono messi a fare altri gol. Nelle divisioni inferiori non c’erano osservatori, nessuno avrebbe potuto controllare».

La farsa si trasformò in commedia. Anziché interpretare quel messaggio in maniera sensata, e pensare a un banalissimo 1 a 1 oppure a un 2 a 0, il CT Macri e il presidente Dragomir pensarono al peggio, ovvero che il Flacara avesse siglato una valanga di reti. La partita, ormai senza storia, si “riaccese”, viaggiando a una media di circa un gol ogni cinque minuti. L’incontro finì 18 a 0 per la squadra di Ceausescu. Nonostante il ricco bottino, dopo il triplice fischio le due squadre furono trattenute nel rettangolo di gioco dal direttore di gara, in attesa del risultato definitivo del match di Moreni, conclusosi poi con un modesto 2 a 1 per i padroni di casa.

 

 

Il quotidiano locale Oltul pubblicò un tabellino dei marcatori piuttosto fumoso: spiccavano le sette reti di Martinescu, vero mattatore del match, seguito dalla tripletta di Şoarece e dalle doppiette di Pana e Culea. A questi si aggiungevano i quattro autogol “siglati” dalla squadra ospite che, ovviamente, contribuì alla causa pur di non creare problemi ai familiari di zio Nicu. Con l’agevole vittoria per 2 a 0 in casa del Petrolul Videle, lo Scornicesti chiuse in testa alla classifica con 47 punti e una differenza reti pari a 95 gol segnati, 24 quelli subiti. Lica poteva dormire sogni tranquilli: il suo Viitorul si era “guadagnato” la serie B.

 

Quel che resta, oggi, dello stadio fatto costruire da Vasile Barbulescu (fanatik.ro)

 

 

L’impetuosa cavalcata verso la vetta del calcio rumeno si materializzò nel giro di due anni, grazie ad arbitri e avversari sempre più “consenzienti”, ma anche grazie all’arrivo di giocatori di livello, come ad esempio l’attaccante Victor Piturca, che vestì la maglia dello Scornicesti per tre stagioni prima passare alla Steaua Bucarest, dove diventerà un idolo come calciatore (138 gol in 175 gare ufficiali) e allenatore. Non mancarono altri episodi “clamorosi” in favore della squadra del conducator.

 

 

«Abbiamo avuto degli arbitraggi di cui ci siamo vergognati» rispose Aurel Mincu nella già citata intervista del 2014, riferendosi al match di serie B contro il Metalul Bucuresti durante il quale il presidente Dragomir impose al direttore di gara di annullare un gol (già convalidato) per un fuorigioco inesistente. Gli avversari si misero a ridere e nell’azione successiva voltarono le spalle al gioco, permettendo così ad Aurel e compagni di siglare il gol decisivo. L’arbitro, piuttosto intimorito dalla presenza di Dragomir a bordo campo, decretò la fine del match all’82’ minuto. Riprendendo le dichiarazioni di Mincu:

«Il giorno dopo, sui giornali, non è stato scritto nulla su ciò che era realmente accaduto».

I primi anni ’80 rappresentano il periodo d’oro per lo Scornicesti, ormai club “titolato” di serie A, che nell’edizione 1981/82 si posizionò addirittura al quarto posto sfiorando la qualificazione in Coppa Uefa. Ma sono anche gli anni in cui il regime di Ceausescu inizia ad avvitarsi su sé stesso, stritolato da un’economia a pezzi, dalla povertà, da un debito estero che ammontava a 12 miliardi di dollari.

 

 

Ciononostante Lica continuava a pensare in grande e nel 1982 inaugurò i lavori per un nuovo stadio, un impianto destinato ad un pubblico di oltre ventimila spettatori, quando a Scornicesti gli abitanti erano poco più di diecimila. I lavori terminarono nel 1988, un anno prima della fine dell’era Ceausescu. Quando la mattina di natale dell’89 il conducator e sua moglie furono sbrigativamente processati e giustiziati, l’ex villaggio tataro, da pochi mesi promosso a città, era già sull’orlo della dissoluzione. E così il suo club calcistico.

 

 

La squadra di Lica venne automaticamente retrocessa nelle serie minori, dalle quali non riemerse più. Attualmente milita nella Liga IV. Scornicesti si trasformò nella cittadina spettrale dei nostri giorni, le fabbriche smantellate e occupate mentre le tribune dello stadio voluto da Barbulescu attualmente offrono riparo a famiglie di sfollati. Di quell’impresa resta poco o nulla, se non una pagina sporca, un po’ sbiadita, al contempo emblematica di un regime, quello di Ceausescu, sgretolatosi su sé stesso.