A Reggio Emilia si allestiscono in questo periodo i preparativi per i festeggiamenti del centenario della storica Reggiana. La squadra ha in passato dato tante soddisfazioni a questa piazza che, nonostante gli ultimi anni di crisi, fallimenti e repentini cambi di proprietà, ha saputo rispondere positivamente non facendo mancare mai il proprio supporto. In onore del secolo di storia, facciamo una chiacchierata allora proprio con chi questa piazza continua ad animarla e rappresentarla, i tifosi, che attraverso lo spazio virtuale Gradoni Granata esprimono il proprio punto di vista sul panorama calcistico cittadino (e non solo).

 

Cos’è Gradoni Granata, com’è nata e quali obiettivi si pone?

Sono passati ormai 8 anni più o meno da quando l’allora presidente della Reggiana chiese a me e all’altro gestore della pagina, Enrico, di aprire uno spazio su Facebook dell’A.C. Reggiana che fosse gestito dai tifosi. All’inizio non fu facile, dovevamo filtrare il malcontento che serpeggiava, nemmeno tanto malcelato, dietro la sua gestione del club. Pur rivendicando una totale libertà espressiva, occorreva porre alcuni limiti agli interventi esterni, lavoro non semplice quando al termine di stagioni a dir molto anonime e salvezze all’ultimo minuto di play out, i tifosi iniziarono a offendere direttamente l’allora presidente, che in tutta risposta fece partire querele a destra e a manca, che alcuni tifosi storici stanno ancora pagando.

 

Dopo la dipartita di Barilli, la pagina assunse finalmente una piena autonomia, nonostante il nome rimase A.C. Reggiana 1919. Da li riformulammo gli obiettivi della pagina, che ricalcarono l’idea che abbiamo di calcio e passione per un club. Il nostro club è solo ed esclusivamente l’A.C. Reggiana in qualsiasi serie e in qualsiasi match, l’obiettivo è sempre stato di rimanere fedeli al club. Il calcio di oggi è un paziente difficile, schizofrenico, malato, occorre mettere davanti la passione e ricordare i tempi di quando la Reggiana era grande e il calcio era uno sport popolare. Parola molto lontana dalla realtà attuale fatta di contratti milionari, di ricche tv in grado di cambiare le sorti di club interi, fatta di finzione in pieno stile Grande Fratello, di spettacolo povero e falso.

 

Sono finite le ere dei terzini grintosi, dei mediani che finivano la partita sanguinanti; adesso bisogna accontentare un pubblico lobotomizzato dalle telenovelas di Icardi e dalla vita sentimentale di Boateng. Ecco, noi prendiamo le distanze da questo calcio, preferiamo raccontare la storia di Gordon Banks, interessa a 100 persone piuttosto che a 10.000, ci teniamo strette quelle 100 (ndr, qui la nostra intervista a Gordon Banks, l’ultima in esclusiva per il pubblico italiano). Poi arrivò Mike Piazza, che diede false speranze: la sua idea di rendere la Reggiana una impresa americana ci costrinse a cambiare nome (Gradoni Granata dopo un sondaggio tra i tifosi) e a non utilizzare in alcun modo lo stemma, il marchio con cui crescemmo fin da bambini. Il rischio era (e lo è stato realmente), querela di avvocati di fama internazionale. Eravamo vittima della nostra stessa passione.

Ripercorriamo brevemente le ultime due stagioni. Una dirigenza americana che, almeno a parole, sembrava dover traghettare la squadra e l’ambiente ad una gloriosa rinascita. La beffa play off, poi il fallimento. Oggi i granata ripartono dai Dilettanti. Quale futuro si prospetta per questa nobile decaduta?

L’arrivo di Mike Piazza deve essere letto ”come una sorta di cura che viene offerta a un malato terminale”. Fummo tutti vittima di una speranza che ogni persona estranea alle nostre sofferenze calcistiche degli ultimi 20 anni vedeva come fumo negli occhi. Purtroppo noi affidammo tutte le nostre speranze di vedere cambiare il vento ai Piazza. Inizialmente loro furono smarriti e allo stesso affascinati da tutte queste testimonianze. Ricordo ancora chiaramente la prima apparizione nella nostra piazza “grande” (Piazza Prampolini), gremita di tifosi, quando Piazza si presentò e doveva ancora tirare fuori un euro per comprare un giocatore. In effetti fece due squadre di calcio con la C maiuscola, ma rimase vittima del mondo del calcio italiano, che lo fregò ad ogni occasione. La goccia che fece traboccare il vaso fu il quarto di finale di ritorno a Siena.

 

Tutto finì, compresa la fiducia nel mondo del calcio in Italia. La Reggio Audace è nata dalle ceneri lasciate da Piazza, che come un bambino derubato del suo gioco preferito, ci ha abbandonati in così poco tempo da lasciare tutti increduli e senza possibilità di ammortizzare il colpo durissimo. In così poco tempo (era luglio) e con così poco preavviso, era obiettivamente difficile fare diversamente: col senno di poi, oggi siamo lontani dalla vetta della classifica di un girone che ci ha ridato un derby col Modena, ma difficile da vincere, e poteva essere facile ipotizzare tattiche diverse, ma quest’anno abbiamo altri obiettivi, primo tra tutti riappropriarci del nostro marchio e del nostro nome, senza il quale non potremo festeggiare il nostro centenario, il 25 Settembre 2019.

 

La scorsa stagione, in occasione della semifinale di ritorno tra Reggiana e Siena, a partita ampiamente conclusa il direttore di gara assegnò un rigore inesistente ai senesi che valse la qualificazione alla finale di Pescara. Ne conseguì un’invasione di campo che, tuttavia, non vide i tifosi protagonisti di alcun atto intimidatorio e violento nei confronti di giocatori o tifosi avversari. Le vicende di Siena hanno inevitabilmente scosso l’ambiente del tifo granata, in un periodo storico già di per sé non facile per il movimento ultras. Quali conseguenze ha generato quest’amara e controversa sconfitta e come vi spiegate il successivo accanimento penale nei vostri confronti?

A dire il vero non ha spiegazioni, come non ne ha l’aggressione subita dai bergamaschi di ritorno da Firenze. Purtroppo queste vicende spesso oltrepassano di gran lunga la linea del buon senso. La frustrazione e il senso di impotenza sono troppo grandi per chi ha molta passione per una squadra di calcio. Il sospetto che fosse tutto premeditato continua a persistere nelle menti di chi si è visto recapitare una diffida di 5 anni e un’ammenda di 15.000 euro convertibile in mesi di galera.

 

Ma questi trattamenti della ‘giustizia’ italiana, sono veramente commisurati ad altri tipi di reato? Stiamo parlando di un cancello (che pare fosse stato lasciato accostato) e di poche decine di sedili (già rotti peraltro). Il sospetto, che comincia a diventare certezza quando si contano, in una tifoseria come la nostra, quasi due centinaia di diffide, che diamo veramente fastidio a qualcuno, non può che farci riflettere. Anche quest’anno, ad ogni occasione, in trasferte ridicolmente tranquille, senza nemmeno gruppi organizzati tra i locali, siamo continuamente oggetto di provocazioni… qualcuno ci spieghi perché!

 

 

Conosciamo tutti la rilevanza finanziaria e strutturale del colosso Mapei. Quanto è tangibile all’interno del tessuto economico e politico del territorio reggiano e di tutto l’hinterland ed in quale modo ne influenza e ne condiziona le diverse sfere d’azione?

Bastano poche parole per rispondere, la Mapei è in grado di muovere enormi capitali, senza dimenticare che uno dei settori più floridi è proprio quello sportivo. Una città come Reggio Emilia, che, come tante altre, soffre un periodo di recessione economica delle Amministrazioni Pubbliche, potrebbe essere in grado di contrastare il potere di una multinazionale del genere se ci vedesse una seria minaccia ai propri obiettivi?

 

Purtroppo abbiamo avuto sindaci negli ultimi 15 anni cui non interessava la Reggiana se non perché in grado di veicolare qualche migliaio di persone. E’ ovvio che in uno scenario del genere il patron Squinzi abbia trovato terreno fertile. Non solo, il PD locale (che sarebbe poi diventato in buona parte nazionale), aprendo le porte all’ex presidente di Confindustria ha ovviamente visto una seria possibilità di ingraziarsi gli industriali. Giochi di potere fatti alle spalle dei tifosi.

 

Ripercorriamo il controverso percorso che ha portato Squinzi ed il suo Sassuolo a gestire interamente lo stadio, con particolare riferimento alla vicenda legata all’asta riguardante l’acquisizione dello stesso che, tra i tanti protagonisti, vide l’allora sindaco di Reggio Emilia Del Rio.

Purtroppo a Reggio molti se lo sono scordato, i tifosi della Reggiana no. Fu senz’altro una delle pagine più tristi della storia granata. La necessità di uno stadio più grande e soprattutto lontano dall’abitato e dal centro storico nacque nei primi anni ‘90, quando il Mirabello sembrava non poter affrontare la serie A e la squadra, dopo alcuni campionati brillanti di serie B in cui fino alle ultime giornate lottava per la promozione, poi stranamente mollava completamente la presa. Allora c’era il presidente Fiaccadori, uomo delle cooperative (e della politica che governava e governa Reggio dal dopoguerra). La cittadinanza e i tifosi sentirono il bisogno di un nuovo impianto, non c’era ancora la nostalgia per i vecchi stadi; l’arrivo di Dal Cin fu la prova che la politica locale ancora una volta lavorò bene, la gente lo vide come il messia; in realtà non si capì mai bene se venne a Reggio per portarci a un livello calcistico mai calcato, per fare affari immobiliari o entrambe le cose.

 

In ogni caso andava bene, infatti arrivò la serie A e l’area per il nuovo stadio, la Giglio fu l’impresa che acquisì i diritti per il nome. Era un sogno che si era avverato. Lo stadio venne costruito grazie a un mutuo, l’aiuto di imprese e la sottoscrizione di migliaia di abbonamenti pluriennali dei tifosi (5 o 10 anni). Era li, pronto per la Serie A ad ospitare fino a 30.000 persone. La prima stagione di A, quella culminata con la vittoria di San Siro e la salvezza, la passammo al Mirabello, che nonostante tutto funzionò molto bene. Lo stadio Giglio però era incompleto e per potersi pagare doveva essere completato della sua parte ricettiva e commerciale (multisala, negozi, palestre, uffici…): l’allora capogruppo della Margherita, nel consiglio comunale, Graziano Del Rio, votò contro lo sviluppo dello stadio, che di fatto venne ostacolato, generando un problema bello grande. Lo stadio c’era ma gravava sulla Reggiana, proprietaria dell’impianto. Gli insuccessi sul campo e l’impianto bloccato portarono la Reggiana in brutte acque e lo stadio, da bene necessario, divenne una palla al piede che la Reggiana non riuscì a reggere e dopo 10 anni portò al fallimento del club.

 

Dopo anni di aste deserte, con basi d’asta superiori ai 7 milioni, sarebbero stati sufficienti 3,65 milioni per comprarlo. Nella poltrona di Sindaco della città c’era il ben noto Graziano Del Rio (che poi sarebbe diventato ministro delle infrastrutture): la Reggiana si presentò, pensando di essere la sola a proporre un’offerta, ma il Sig. Squinzi, allora presidente di Confindustria e a capo del gruppo Mapei, si presentò tra lo stupore generale offrendo 100.000 euro in più. Lo stadio era suo, diventando vetrina per il suo gruppo economico e ospitando la squadra che fino ad allora era in affitto nell’impianto. In 4 anni avrebbe speso la stessa cifra in affitto che invece gli era bastata per comprarselo. Un gran bell’affare per lui, che si dotava di un impianto del genere, ma anche per il comune, che si toglieva abilmente da costi di gestione troppo elevati. Tutti contenti insomma, tranne la Reggiana e i suoi tifosi.

 

Il filo diretto che collega l’ex Ministro Del Rio ed il patron del Sassuolo Squinzi inizia a snodarsi proprio in quel di Reggio Emilia.

 

Oltre al marchio, un’ulteriore fronte di battaglia che vi vede impegnati è quello legato allo storico stadio Mirabello di Reggio Emilia, culla del tifo e della tradizione granata. Considerando le problematiche riguardanti l’attuale Mapei Stadium, per quale motivo l’amministrazione comunale non viene incontro alle esigenze della società e della tifoseria avviando un percorso di adeguamento e messa in sicurezza dello storico e particolare impianto situato al centro della città?

Il problema è fondamentalmente di indirizzo politico. Le giunte precedenti all’attuale, con la realizzazione del nuovo stadio, hanno dichiarato di aver liberato il quartiere attorno al Mirabello dalla spada di damocle dei tifosi granata (e ospiti) ogni 2 settimane. Problemi di parcheggio, di ordine pubblico, di circolazione difficile in un punto strategico della città, molto vicino all’ingresso al centro storico di Porta San Pietro, sulla via Emilia, furono i motivi per cui le giunte successive toglievano ogni dubbio sulla possibilità di riportare la squadra di calcio cittadina al Mirabello.

 

La tribuna però (unico lato rimasto dotato di spalti) non poteva essere toccata perché ancora legata a un mutuo, stipulato nella seconda metà degli anni ‘80. Questa tribuna con una capienza di 4.500 spettatori, avrebbe potuto benissimo ospitare parecchie partite di questo campionato, contribuendo ad alleggerire il capitolo spese della Reggio Audace, costretta a una spesa importante per l’affitto del Città del Tricolore. Di fronte all’impossibilità di utilizzare il Città del Tricolore, l’amministrazione ha stabilito di ridurre la capienza del Mirabello a 2.000 persone, di fatto escludendo ogni possibilità alla Reggio Audace di potervi giocare.

 

Il paradosso di questa amministrazione è che nessun impianto cittadino è disponibile per permettere gli allenamenti alla squadra. Quelli della Reggiana sono tornati alla curia dopo il fallimento della stessa, gli altri sono in gestione a società già in carenza oppure al club privilegiato per eccellenza in città, il Sassuolo femminile, tornato improvvisamente e a sorpresa (neanche tanta) gestore del Mirabello. In conclusione la Reggio Audace, dalla sua fondazione, è costretta a elemosinare ad altre società della provincia i campi per allenarsi.

 

Il particolare colpo d’occhio offerto dallo stadio Mirabello, tempio del tifo Reggiano, situato in prossimità del centro città (foto da darioreggio.it)

In occasione del centenario un altro obiettivo imminente è la riacquisizione del marchio. Quanto è importante per la Reggiana e per i suoi tifosi ritrovare il proprio simbolo e come vi state muovendo in tal merito?

La riacquisizione del marchio è fondamentale per entrambi, club e tifosi. Non può circolare nemmeno materiale col nostro simbolo storico, la squadra non può accedere a ripescaggi o altre agevolazioni che avrebbe invece, un club storicamente importante, se tornasse a chiamarsi A.C. Reggiana col suo marchio. Il centenario è legato al possesso dei vecchi titoli, senza di quelli che razza di centenario festeggeremmo? Il 25 Settembre è dietro l’angolo e se ne sentono di tutti i colori, ma ad oggi siamo Reggio Audace.

 

Noi tifosi abbiamo provato a prendere in mano la situazione tramite la formazione di un’associazione che arrivasse ad avere titolarità del marchio, per non ritrovarci in futuro a vederlo utilizzato come merce di scambio da speculatori che col calcio e con la Reggiana c’entrano poco o niente. Abbiamo assecondato il bisogno del club di accelerare l’iter dell’asta, ritirando di fatto la nostra candidatura all’acquisizione, in fondo vogliamo il bene della Reggiana e non fare gli inutili protagonisti di una lunga vicenda dolorosa. Rinnoviamo però l’intenzione di avere in futuro qualche forma di controllo su quel marchio, forse attraverso una fondazione. Ad oggi comunque vorremmo poter festeggiare il ritorno della nostra squadra nel mondo del calcio.

 

Nel corso della vostra lunga lotta, i canali istituzionali, le televisioni o la stampa locale hanno in qualche modo preso coscienza delle vostre richieste dando voce a queste problematiche, oppure il fatto di avere una vicina compagine nella massima serie ha in qualche modo fatto passare in secondo piano le vostre ragioni?

Questa è probabilmente la nota più dolorosa dell’intera vicenda, solo recentemente alcuni giornalisti stanno osservando in maniera piuttosto neutrale le nostre battaglie. Fino a pochi mesi fa, sicuramente durante tutta la gestione Piazza del club, tutti erano schierati a dare risalto al club ‘ospite’, tanto da farci dubitare sul fatto che fossero ospiti nella nostra città. I tempi sono cambiati, questo club, di cui fatico a fare il nome, il primo anno di serie A fece un boom di abbonamenti, approfittando del fatto che di calcio importante a Reggio la gente non ne vedeva da anni.

 

Poi piano piano, il tifoso medio, quello senza colori (e passione), si stanca del ‘già visto’ e nonostante a Reggio arrivasse anche l’Europa League, la disaffezione aumentò esponenzialmente, arrivando ai numeri miserrimi di oggi, facilmente superati da ogni partita minimamente importante della squadra della città. L’unica differenza di alcuni match dei nero-verdi da un match a porte chiuse è appunto l’apertura delle porte, come avete sottolineato voi stessi in un recente report.

 

Il tifoso medio, inevitabilmente, viene spesso sedotto dall’illusorio fascino del grande calcio. La presenza di una vicinissima squadra militante in serie A, per giunta in uno stadio situato a Reggio Emilia, ha in qualche modo condizionato il seguito dei granata?

Come anticipato nella risposta precedente, il tifoso medio è poco più di un fuoco di paglia, sia quando a calcare campi importanti c’è la Reggiana così come oggi ci sono gli ‘ospiti’. La differenza sostanziale è che quando c’è la Reggiana ci sono numeri importanti di tifosi organizzati e si muovono le compagnie della città e della provincia, altrimenti le presenze sono legate per il 90% da tifosi occasionali (che non sono ormai nemmeno tifosi, anzi spesso tifano Milan, Inter, Juventus, Napoli etc…).

 

In breve la Reggiana ha una base di tifosi decisamente più larga, è chiaro che quando la squadra langue in serie inferiori, per non dire dilettantistiche, chi rimane è la base, ma se in serie D si muovono 2800 tifosi per andare a Modena, se gli abbonati sono oltre 3.500, si parla comunque di una piazza potenzialmente importante. Lo dimostrano gli ultimi due campionati dove si sono raggiunte medie spettatori considerevoli.

 

Le immagini di Sportpeople, rivista online specializzata nel settore, mostra la folta presenza ospite in quel di Modena, per un derby che merita certamente palcoscenici maggiori

Affacciamoci sul lato opposto. Sappiamo che il Sassuolo più che una squadra calcistica ha l’aria e la struttura di una vera e propria azienda. Ci chiediamo come gli stessi Sassolesi vivano questa situazione di completa alienazione e distacco dal proprio territorio, dal proprio stadio, nonché dalla propria tradizione?

Non sono certo il più titolato a rispondere, però da quel che sappiamo noi di Reggio, i gruppi organizzati si sono autosospesi in quanto non riconoscono lo stadio di Reggio come la loro sede e i numeri che si stanno assottigliando ogni anno, nonostante campagne di offerte a prezzi stracciati e inviti alle scuole calcio reggiane e agli istituti superiori della città, non fanno altro che confermare quanta poca presa stia facendo questo progetto.

 

Il Mapei Stadium è stato reso un po’ una terra di nessuno, quasi una struttura a noleggio. Nel corso degli ultimi anni è stato più volte dato in concessione temporanea, per esempio, all’Atalanta per disputare i suoi incontri casalinghi di Europa League. Sempre il Sassuolo, invece, disputa nello stesso stadio i suoi incontri casalinghi. Tutto ciò pone la tifoseria reggiana, unica realmente appartenente al territorio, in una situazione di difficoltà rilevante, caratterizzata dalla costante presenza di tifoserie ospiti in quella che, in ottica ultras, è definibile la propria zona d’influenza. Quanto questa situazione rende complicate le dinamiche interne alla curva e come la stessa si pone riguardo a questo delicato tema?

Premetto che conosco chi c’è dietro ai gruppi organizzati, ma non essendo partecipe degli stessi non posso dare posizioni ufficiali. La presenza dei gruppi del Sassuolo non ha generato grossi problemi di convivenza nella nostra curva, anche se comunque è inusuale che una curva coi murales della nostra tifoseria sia visitata così spesso da estranei. Devo ammettere che gli atalantini si sono dimostrati degni della fama che li accompagna, hanno fin da subito chiarito ai tifosi nerazzurri in visita che avrebbero dovuto portare rispetto ai nostri murales e così è stato fino ad ora.

 

Discorso a parte meritano le tifoserie ospiti, soprattutto in Europa League, che arrivano talvolta giorni prima. Diventa difficile difendere tutto il centro, soprattutto quando potrebbero essere ovunque, devo dire che tranne il ritrovarci il centro assediato da adesivi di mezza Europa, non è ancora successo niente di grave. Gli atalantini dal canto loro, in un clima comunque di rispetto, hanno limitato le loro azioni alle aree attorno allo stadio, ma il problema potenzialmente potrebbe assumere dimensioni imbarazzanti.

 

Negli anni Novanta la Reggiana riuscì a coronare il sogno della massima serie, inserendosi a pieno merito tra la lunga sfilza delle provinciali che, in quel fantastico calcio, diedero battaglia alle più blasonate compagini del campionato di A. Quanto fu importante il raggiungimento di un simile obiettivo per il proseguo della lunga tradizione granata? Sarebbe in futuro possibile tagliare nuovamente un simile traguardo?

Questa domanda mi ributta nel periodo più bello e anche controverso della mia personale esperienza al seguito dei granata. Negli anni ‘80 eravamo considerati una tifoseria numerosa e calda, nonostante la maggior parte del decennio la passammo in serie C, una serie C fatta di tanti derby con Modena, Parma e Bologna e di sfide caldissime con gli odiati spezzini. Poi arrivò, dopo 3 stagioni in B, la promozione in A. L’arrivo a campionato in corso di Paulo Jorge Futre fece letteralmente impazzire la piazza. Il primo anno di serie A in casa (al Mirabello) non si trovava un biglietto, in trasferta sempre diverse migliaia, culminati all’ultima giornata a San Siro dove più di 10.000 reggiani videro i granata salvarsi.

 

Era l’apoteosi, ma a livello organizzativo la nascita di tanti gruppi (ogni paese della provincia ne aveva uno o quasi) portò una disgregazione che si rivelò difficile da sanare quando, nel 1999 l’indomani della retrocessione in C dalla quale non riuscimmo più a risalire, nacquero le Teste Quadre, gruppo ancora oggi traino della curva. Iniziarono anni anomali, durante i quali si riempivano almeno 2 pullman anche nelle trasferte del Sud, ma venne a mancare quasi totalmente la presenza di tifosi. Si rinforzavano i gruppi organizzati, ma si perdeva allo stesso tempo il tifoso meno acceso. Questa è stata la conseguenza dell’ascesa e dell’abbandono della serie A. Per quanto riguarda il futuro cosa dire, siamo in serie D, non siamo candidati alla risalita immediata, non abbiamo ancora riacquisto il nome e il marchio, personalmente vedo una risalita, anche per i tempi che corrono, con presidenti ricchissimi che comprano realtà calcistiche mai sentite e le portano in alto, un fatto molto lontano.

 

La seconda promozione nella massima serie per la Reggiana nel 1995 fù targata Carlo Ancelotti, attuale allenatore del Napoli.

Il recente destino della Reggiana la accomuna a molte altre storiche piazze caratterizzate da fallimenti e retrocessioni, una peculiarità oramai ampiamente diffusa all’interno del calcio nostrano. Quali sono, a vostro parere, i mezzi adeguati a contrastare questa spiacevole tendenza?

Purtroppo il calcio professionistico proposto oggi è fatto di specchi per le allodole e di fumo negli occhi che si rivelano molto efficaci nello strato numeroso dei tifosi medi. Questo ostacola ogni iniziativa volta in direzioni diverse. Penso comunque che si debba ripartire da zero, crollo degli ingaggi (ritengo che il calciatore percepisca, pur bravo che sia, uno stipendio largamente esagerato anche per gli standard di un parlamento come il nostro), strutture ricettive atte al semplice assistere al match e meno legate a cose non necessarie e a spettacoli di cornice.

 

Occorre riportare il calcio allo sport popolare che è sempre stato, fatto di operai ‘coi piedi buoni’ e guardato da operai meno capaci. Quindi, ingaggi modesti, professionismo limitato a pochi casi, reintroduzione di settori popolari con posti in piedi, biglietti a prezzi calmierati con agevolazioni per studenti e anziani, club management fatti di appassionati del calcio, club di calcio e non aziende quotate in borsa. Il calcio oggi è diventato economia e non sport, occorre ribaltare questa visione.