È il 17 giugno 2019 e dovrebbe essere il 28 maggio 2017. Due gli anni trascorsi perché potessi finalmente elaborare il lutto figurato che ha colpito Roma e i romanisti quella fresca sera di primavera in cui mi emozionai il dovuto e mi imbarazzai abbastanza. Tempo in cui ho preferito nascondermi ignavo, confessare ai pochi quanto conflittuale fosse il mio rapporto con Francesco Totti. Perché macchiarsi di lesa maestà ora che tanti orfani urlano il dolore o reclamano la scippata infanzia? Attaccarsi ora ad una figura spaesata e sgraziata, ad un bambino divenuto uomo in una notte, signore smarrito davanti al vuoto che lo aspetta. Un gesto meschino volutamente risparmiato. Ora che il capitano era Daniele, che al centro di tutto c’era il cuore ed il romanismo, che ci eravamo noi in campo con lui, noi che non volevamo vincere ma solamente piangere.

 

Non mi andava e non mi andrebbe, sul serio, di avvelenare il pozzo. Ungere quell’odiosa macchina di litanie che è Roma con le sue radio e i suoi dietrologhi, le sue frustrazioni e i suoi strazi. Non volevo fino a ieri pomeriggio quando costretto ad assistere all’esacerbazione di tutto ciò che in venti anni di Totti abbia contestato, spontanea – in questi giorni di grande spensieratezza per un appassionato di sport con il grande tennis, playoff NBA, manifestazioni internazionali di calcio a presa indiretta – mi è sorta la domanda: perché tifi Roma? Per inseguire un sogno, mi rispondo con agevole retorica. E se allora è vero che ogni utopia è un modello illusorio, il non-luogo dove riponiamo le aspettative, la Roma per un romanista è un sogno sopra di tutto. É, riducendo, una esperienza collettiva: siamo in tanti, tutti abbracciati, a sperare che il domani sia meglio dell’oggi.

 

Questa l’escatologia giallorossa, nulla più. Una esperienza, si diceva collettiva, perché sintetizza la società, annulla le barriere, abbatte le differenze. In una città in cui un principe prende il caffè nello stesso bar del cardinale e del criminale, in cui il disgraziato trova albergo come il parvenu, nella città in cui il palazzinaro siede al tavolo del magistrato, la Roma ed il romanismo hanno portato l’insostenibile onere di compendiare la storia. Roma patrizia e plebea, aristocratica e popolare, Roma piccolo-borghese e ministeriale, furbastra ed indolente, Roma ‘Francia o Spagna purché se magna’, Roma tutta unita sotto questo totem artificiale della sua identità. Una zavorra intollerabile, un peso che forse nessun’altra realtà calcistica o sportiva al mondo deve sopportare. La Roma è la piattaforma comune entro cui sentirsi romani. Mastroianni, sospeso in quel purgatorio tra Roma e Napoli, poco prima di morire disse di favorire la seconda ‘perché è la città meno americanizzata d’Europa‘. Ecco, a Napoli il Napoli è una lateralità, a poco o a nulla occorre per sentirsi parte di un tutto identitario. Il senso d’appartenenza, la cultura, culminano nella squadra di calcio, a Roma accade il contrario.

 

Da questa presa di coscienza rinasce il mio tifo: De Rossi (Di Bartolomei) è stato il noi, Totti è stato l’io. Il disagio e l’insofferenza per questa figura risiedono proprio in questo compulsivo narcisismo da alimentare: il mito, il giocatore simbolo, l’eroe, il divo. Qualcosa cozza con tutta la narrazione – repubblicana e non monarchica – che ho sempre inteso profonda nel romanismo, quella fatta di un popolo che cerca riscatto e di una squadra che è mandataria ad ottenerlo. Totti viene prima e dopo la Roma per i suoi sordi veneratori. L’immagine insiemistica mostra, per i tottiani, un enorme cerchio che è la sua figura al cui interno giace in funzione strumentale la Roma. Il calcio è religione di popolo e Totti ha rappresentato per la stragrande maggioranza dei tifosi l’avvento messianico, il figlio di Dio che toglie i peccati del mondo. E per tanto tempo ho sposato questa ricostruzione, e tuttora la accetto: stiamo andando verso l’indefinito e ad illuminare il percorso c’è uno dei più forti calciatori italiani di sempre. La frattura si consuma nell’altra direzione del rapporto, Totti verso di noi.

 

Lo sproloquio non vuole approdare ad una soluzione della diatriba odierna, troppe le ambiguità in campo, opaco il quadro delle forze e degli interessi in gioco. La società sbaglia – anche strategicamente – a dilapidare l’infinito patrimonio mediatico (e tecnico) di cui dispone, e sbaglia ancor di più a presumere che Francesco non possa essere preparato ad un ruolo simile (cosa dovrà fare, nella sua posizione, per saperne di più di calcio?). È nel torto anch’egli a rifiutare le minima grammatica di organizzazione aziendale ove stima e riconoscimento non sono predefiniti ma vanno acquistati con sacrificio nel lavoro di tutti i giorni (in questo senso, peraltro, sono diverse le contraddizioni che emergono quando pare essere stato coinvolto in prima persona nelle decisioni chiave dell’apparato tecnico).

 

La critica risiede altrove: nella conferenza show di ieri pomeriggio si è consacrata finalmente tutta l’attitudine egotica del Totti uomo prima che Totti sportivo. E tutto questo deducendo le banalità più note: il Totti con pochi strumenti intellettuali, il Totti arcilatino, macchietta romanesca dall’ao facile. È il Totti bambino che non è diventato uomo che delude. Il continuo e incessante richiamo di io, io, io, di reclami, di pretese. Lascia basiti vedere un quarantenne non accettare la realtà, oggi come due anni fa. ‘Mi hanno fatto smettere‘, ‘Non mi hanno dato potere’in una conferenza fiume in cui è apparso a più riprese eterodiretto – a monte da Malagò il quale ha a portata di tiro la Roma, a valle da Condò – mentre in altri piani ha mostrato le contraddizioni logiche della sua ricostruzione. Trasparente sì, ma anche omertoso, sincero come lo può essere un bambino.

 

Totti ha un rapporto con la fama puerile, la vanagloria lo tormenta costringendolo ad una continua ricerca della riaffermazione del sé: le carriere che ci ha donato (quella reale in maglia giallorossa e quella virtuale in camiseta blanca), i goal che avrebbe segnato se avesse giocato da centravanti tutta la carriera e il record di Piola da raggiungere, l’amore che ci ha concesso, il Pallone d’oro che non ha vinto. Sia chiara la mia posizione: Totti può avere ragione su quasi il 90% delle questioni, stanno dilapidando un ‘patrimonio oceanico di romanismo’ come spiega Cagnucci oggi sul Romanista. Vero, verissimo. A processo qua ci stanno i toni, la prossemica, la gestualità, il rito. Che senso ha, ora a carriera sportiva terminata, continuare imperterrito a far eruttare questo vulcano egomane? Che ci sei stato a fare, tu, per trentanni a farci sognare? Tutto nella vita e nella carriera di questo genio del calcio ha avuto una declinazione singolare prima che plurale. E per me il Romanismo è il Noi, sopra ogni cosa, sopra ogni Io. 

 

 

Foto copertina: Cecilia Fabiano – LaPresse