Ci siamo abituati, ormai, a dibattiti sempre più inutili: è il caso della maglia verde “Rinascimento pensata per l’Italia, che verrà vestita dalla Nazionale già nella partita contro la Grecia. Il nome ci fa presto capire l’intento (come se fosse necessaria una maglia verde, ma vabé), ovvero quello di inaugurare una nuova fase di ricostruzione della nostra gloriosa rappresentativa sotto la spinta propulsiva della Generazione Z – i post millennials, la Generazione Y tanto per intenderci (?), che a sua volta seguiva la Generazione X. Comunque dicevamo, la maglia verde era stata già utilizzata dall’Italia nel 1954 a Roma contro l’Argentina ma, anche qui, rischieremmo di ripetere il titolo di questo breve articolo.

 

 

Il problema è allora il dibattito nazionale che si è sviluppato a riguardo, tra conservatori fuori tempo massimo e nerd progressisti rompicoglioni che rinnoverebbero anche la madre pur di renderla più appetibile sul mercato. Nel primo caso, e ci spiace deludervi perché reazionari tendenzialmente lo siamo pure noi, assistiamo alla disperata protesta di chi nell’azzurro italico vedeva l’ultimo baluardo sentimentale contro la vorace globalizzazione che li ha privati di Dio, patria, famiglia, morale, linguaggio e via discorrendo. Nulla più resiste, neanche la Nazionale!

 

L’Italia o è azzurra o non è”,

hanno allora tuonato in molti tra cui il leggendario Dino Zoff; lo stesso CT Mancini si è detto scettico sul verde, o meglio ha confessato di preferire l’azzurro. Per non parlare dei giornalisti, da Andrea De Caro su Gazzetta al direttore Agresti su Calciomercato, passando per un sempreverde – ma non stavolta – Bruno Vespa.

 

Da qui si è arrivati in breve al grottesco, con dei rappresentanti di Fratelli d’Italia che hanno protestato direttamente sotto alla sede della FIGC, fino ad incontrare il presidente Gravina e ottenere rassicurazioni sul fatto che il kit smeraldo sarà utilizzato solo come terza maglia o in occasioni del tutto speciali (avevamo capito così dall’inizio, ma forse è un nostro errore dettato dal fatto che ce ne siamo fregati fin dal primo istante).

 

maglia verde italia

Prime anticipazioni (qui la tuta, ma cambia poco)

 

Ebbene non possiamo che rispondere loro, nostro malgrado, con Nietzsche prima e Longanesi poi, due non certo passibili di simpatie progressiste. Il primo sussurava una cosa all’orecchio dei conservatori, sostenendo che:

“una trasformazione regressiva, un ritorno, in qualsiasi senso o grado, non è affatto possibile… Si deve andare avanti, voglio dire un passo dopo l’altro nella décadence (questa è la mia definizione del moderno “progresso”…). Si può intralciare questo sviluppo, arginarlo, concentrarlo, rendere più veemente e più improvvisa la degenerazione: di più non si può”.

E c’aveva ragione, magari si potesse bloccare il progresso, saremmo i primi in trincea; ma poi balziamo a Longanesi che forse diceva pure meglio: «Sono un conservatore in un Paese in cui non c’è nulla da conservare». Ecco, figuriamoci una maglietta solo azzurra! Tuttavia, al di là della frase ad effetto, Longanesi sarebbe d’accordo con noi che almeno il buon gusto si dovrebbe ancora mantenere.

 

Ecco perché la crociata degli alfieri del progresso (stavolta dalla parte del verde, scherzo del destino) la troviamo francamente patetica. Persino la maglia della Nazionale è diventata uno strumento di indottrinamento “culturale” e meta-politico, pompata da chi ha approfittato della campagna di marketing per parlare di Italia più bella, più aperta, più moderna, + Europa! E così il lancio di presentazione della divisa, anche per volontà della Puma, si è trasformata in un elogio della nuova Italia multietnica e – mai come in questo caso – multicolore (parliamo del verde, naturalmente).

 

maglia verde italia

I nuovi italiani, così dicono

 

Beh signori, intanto l’Italia multietnica certamente non è più bella così come non è più brutta, e questo auto-razzismo sta iniziando a diventare francamente stucchevole. Ma poi, con tutto il bene possibile, questi ragazzi non rappresentano un campione di italianità proprio a livello statistico; magari tra 50 anni sarà così, nulla di male, ma allo stato attuale delle cose è naturale che una simile campagna venga avvertita come una pubblicità di integrazione forzata, in cui molti Italiani non si riconoscono a livello prettamente empirico. Come sostiene Max Del Papa:

«la verità è che la nuova maglia della Nazionale è imposta dalla multinazionale Puma per ragioni di marketing etico – perché la pubblicità s’è fatta etica, non si limita più a dirci “desidera, compera”, si è evoluta in direzione moralista».

Non si tratta della maglia verde dell’Italia, che esteticamente è anche molto accattivante, ma del fatto che quel “Rinascimento” si porta dietro la solita narrazione moralista, forzata, di integrazione a tutti i costi, a cui non scappa nemmeno la Nazionale. È questa continua necessità di educare, ormai anche nelle pubblicità, che risulta insopportabile: chiacchiere vuote sulla nuova generazione multietnica che ci dovrà salvare solo perché rappresenta un mondo più aperto e più nobile (che poi a vederle e sentirle, le nuove generazioni, giustamente molti si incazzano a pensare che rappresentano il futuro del Paese).

 

Ad ogni modo chiudiamola qui: chissenefrega del verde, a nessuno dovrebbe dare fastidio il colore di una terza maglia. Ai conservatori diciamo modestamente di rassegnarsi e andare a coltivare la terra: purtroppo non c’è più nulla da conservare, figuriamoci la maglia azzurra della Nazionale. Ai progressisti lanciamo invece un appello: avete vinto voi, abbiate almeno la classe dei buoni vincitori. La maglia verde ce la compriamo anche ma smettetela di volerci educare a tutti i costi, e fate invece un brindisi alla nostra salute.