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27 Dicembre

Il ciclismo in Italia non tira più

Lorenzo Bravi

1 articoli
Un'analisi storica sui motivi che hanno portato il ciclismo in Italia ad essere, da sport nazionale per eccellenza, una passione di nicchia, seppur nutrita.

All’inizio fu l’età della bicicletta, una invenzione straordinaria avvenuta in Francia nella seconda metà dell’Ottocento in piena rivoluzione industriale. Un semplice mezzo meccanico che grazie all’energia umana poteva trasportare le persone per molti chilometri. I primi mezzi erano rivolti principalmente alla nuova classe borghese, ma di lì a poco la bicicletta divenne un mezzo accessibile anche alle classi suburbane e rurali composte da operai e contadini. Nell’Italia del nord giolittiana del primo Novecento nacquero quindi le prime aziende di velocipedi: la Bianchi, l’Olympia, la Maino, la Legnano, la Torpado e l’Atala.

“Una bicicletta può ben valere una biblioteca.”
(Alfredo Oriani)

Il 1909 è una data storica per il ciclismo. Alle ore 14:53 del 13 maggio 1909 parte dalle strade di Milano la prima edizione del Giro d’Italia. I ciclisti entrano nell’immaginario collettivo degli italiani come eroi mitologici grazie agli articoli della Gazzetta dello Sport, organizzatrice della competizione. Due su tutti: Luigi Ganna vincitore della prima edizione del Giro d’Italia e Giovanni Gerbi soprannominato “il diavolo rosso”.

ciclismo, il fu sport nazionale
Il passaggio di un gruppo di corridori nella prima edizione del Giro d’Italia

Il ciclismo non attirava solamente la massa operaia e i contadini, ma anche scrittori, artisti e poeti che seguivano quotidianamente le tappe del giro e compilavano i loro bollettini per quotidiani e riviste. Il primo di questi fu Orio Vergani che per il Corriere della Sera scrisse numerose cronache sulle tappe. Nel corso degli anni parteciparono al Giro d’Italia come inviati della carta stampata Dino Buzzati, Pier Paolo Pasolini, Indro Montanelli, Luciano Bianciardi, Vasco Pratolini. Le cronache del giro diventarono per i lettori un mezzo attraverso il quale conoscere i luoghi del Bel paese. Pratolini sosteneva che il Giro d’Italia era un’occasione per capire l’Italia meglio di qualunque analisi su elezioni o referendum politici.

Nel frattempo nascevano i grandi miti: Costante Girardengo da Novi Ligure, il primo campionissimo del ciclismo internazionale. Primo ciclista professionista italiano che riuscì a diventare milionario grazie al suo talento. Negli ultimi anni di attività di Girardengo emersero due talenti cristallini: il mantovano Learco Guerra la “Locomotiva umana”, primo italiano a vincere un mondiale cronometro nel 1931 e Alfredo Binda, ex muratore, emigrato da giovanissimo in Svizzera, della provincia di Varese, che tra il 1925 e il 1929 riuscì a vincere cinque edizioni consecutive del Giro d’Italia. Nel 1930, gli organizzatori del Giro d’Italia, per non farlo partecipare, gli concessero addirittura il premio del vincitore: 22.500 lire.

Dal 1932 la radio iniziò trasmettere le gare più importanti a tinte tricolore. Questo avvicinò ancora di più gli italiani allo sport che, a tutti gli effetti, era diventato “nazionale”. Durante il ventennio fascista, il ciclismo fu promosso dallo stesso regime tramite l’organizzazione di corse speciali. Il fascismo non si fece scappare l’occasione di integrare le vittorie dei campioni di quegli anni nella propria storia, anche se va detto che Mussolini alle pedalate preferiva il calcio e gli sport motoristici. Nell’ideologia fascista del Minculpop guidato dal gerarca Giuseppe Bottai, il ciclismo era visto come un’attività eroica connessa al destino della nazione. I ciclisti erano concepiti come dei soldati che combattevano contro qualsiasi tipo di intemperie, senza ricorrere all’aiuto di nessuno.

Buzzati pedala nella storia d’Italia

La maggior parte dei ciclisti provenivano da famiglie povere della campagna italiana. Coppi, ad esempio, imparò ad andare in bici per consegnare pane e salame. Lavoro e bicicletta erano strettamente legati. Qualsiasi giovane garzone che era in possesso di una bici sognava di diventare come Girardengo o Binda. Nel 1927 Orio Vergani, in qualità di inviato del Corriere della Sera al Tour de France, fece conoscere ai tifosi italiani un ciclista sconosciuto in patria, originario di Vittorio Veneto, Ottavio Bottecchia. Nato nel 1894, giovanissimo aveva imparato il mestiere di ciabattino. Andò al fronte in occasione della Prima Guerra Mondiale tra le file dei Bersaglieri. Era un convinto socialista, e per questo inviso agli ambienti reazionari in seno al fascismo. Nel 1924 alla sua seconda partecipazione al Tour de France, senza squadra, riuscì inaspettatamente a vincere la competizione, che ripetè l’anno successivo. Morì nel 1927 mentre si stava allenando in una strada di campagna, vittima di uno sfortunato incidente.

Con lo scoppio della seconda guerra mondiale l’Italia è costretta a mettere da parte la passione per il ciclismo. Alcuni professionisti come Luciano Pezzi e Alfredo Martini si arruolarono poi durante la guerra civile tra le file dei partigiani. Altri, come Bartali e Magni, aderirono alla Repubblica sociale italiana. Ginettaccio, inquadrato nella Gnr, ad ogni modo, si prodigò nel trasportare nella canna della sua bicicletta da Firenze ad Assisi la documentazione che serviva alla rete clandestina vaticana per stampare passaporti e certificati falsi atti a far espatriare gli ebrei destinati ai campi di concentramento.

Dopo il 1945, il ciclismo riprese la sua attività in un paese segnato da macerie, strade interrotte e ponti provvisori. Dopo la conclusione della Seconda guerra Mondiale, l’organizzazione del Giro d’Italia doveva rappresentare per l’Italia e gli italiani un segno di rinascita dell’intero paese. L’edizione del 1946 fu l’emblema di un nuovo inizio per la neonata Repubblica. Questo contesto sancì la nascita dell’era dorata del ciclismo italiano, in cui giganti come Fausto Coppi, Gino Bartali e Fiorenzo Magni furono per circa quindici anni gli eroi assoluti di tutto il paese.

Fiorenzo magni impegnato nella cronoscalata di San Luca al Giro d’Italia del 1956 con una spalla fratturata

Nell’Italia del dopoguerra politica, cultura, e società erano contraddistinte da una dialettica esasperata in cui venivano inglobate anche le figure sportive di riferimento. Nel 1948, in occasioni delle elezioni che avrebbero deciso il destino del paese, da una parte si schierava la Democrazia Cristiana appoggiata dagli Stati Uniti e dalla Chiesa, dall’altra il Partito Comunista, appena entrato nel Cominterm, all’epoca nell’orbita dell’Unione Sovietica di Stalin.

La strategia politica degli americani era caratterizzata dall’elargizione di milioni di dollari e rifornimento di materie prime. Lo stesso papa Pio IX scese in campo nell’agone politico. In questo dualismo Bartali e Coppi vengono strumentalizzati dalle due opposte fazioni politiche. Bartali, il “pio”, amico personale di De Gasperi, militante dell’azione cattolica, dall’altra Coppi il figlio di poveri contadini del basso piemonte, emblema del ciclismo moderno, attento all’alimentazione e ad una programmazione dell’allenamento scientifica, per l’immaginario collettivo non poteva essere che un comunista.

Tutti e due vennero contattati dagli emissari dei due partiti per entrare a far parte delle liste elettorali ma entrambi declinarono. In seguito, si saprà che entrambi avevano votato per la Democrazia Cristiana. Qualche mese dopo, la stessa Democrazia Cristiana utilizzò le vittorie di Bartali al tour de France per cercare di sventare una probabile guerra civile a seguito dell’attentato a Palmiro Togliatti. Grazie agli aiuti americani del Piano Marshall, l’economia italiana iniziò ad assumere le caratteristiche delle economie connesse allo sviluppo capitalistico consumista. Le grandi aziende italiane capirono la potenza mediatica del ciclismo, così come l’immaginario di ampio respiro ad esso legato, e decisero quindi di sponsorizzare le squadre professionistiche concedendo il loro nome e marchio. Il primo grande brand fu l’azienda di cosmetici Nivea che nel 1954 sponsorizzò il team di Fiorenzo Magni al Giro d’Italia. Nel solco di quel successo commerciale, s’inserirono altre illustri aziende come Molteni, San Pellegrino, Carpano, Ignis, Philco.

Bartali al voto nel 1958

La morte di Coppi del 1960 segna simbolicamente la fine dell’età dell’oro del ciclismo in contemporanea allo sviluppo sociale e culturale in Italia. I contadini abbandonarono i campi per le fabbriche. Al posto della bicicletta facevano comparsa come mezzo di locomozione Lambretta e Fiat 500. Nel 1961, infatti, le aziende italiane che producevano biciclette diminuirono drasticamente le unità. Altri sport, meno impegnativi rispetto al ciclismo, cominciarono a fare proseliti: in breve tempo il numero dei loro appassionati superò quelli delle corse su due ruote. L’attaccamento viscerale degli italiani alle imprese titaniche del duo Coppi-Bartali non si sarebbe più ripetuto. Nemmeno il talento di Felice Gimondi, che nel 1965 vinse il Tour de France sconfiggendo il cannibale Merckx, riuscì a far riecheggiare i fasti nazional popolari dei due eroi. Luciano Bianciardi nel 1971 battezzò questa fase il “ghiro d’Italia”:

“Non ci sono più campioni, voglio dire, quelli nati dal mestiere di fornaio o arrotino che fecero storia negli scorsi decenni.”

A far allontanare il popolo italiano dal ciclismo furono determinanti anche i primi scandali dovuti al doping. Il primo caso avvenne nel 1967, con la tragica morte del Campione del mondo del 1965 Tommy Simpson per un mix di anfetamine mentre era impegnato nella scalata del Monte Ventoux, lo stesso scalato a piedi dal Petrarca nel 1336. Ma il primo vero scandalo avvenne nel 1968 al Giro d’Italia, il primo vinto da Eddy Merckx. Il giorno dopo la conclusione avvenuta a Napoli, il quotidiano “L’Unità” pubblicò la notizia che dieci corridori che avevano partecipato alla competizione ciclistica erano risultati positivi ai controlli antidoping. Tra i dieci c’erano tre nomi di spicco, quali: Balmanion, Motta, e Gimondi. Tanti tifosi rimasero stupiti nel non aver trovato anche il nome dello sconosciuto vincitore Eddy Merckx.

I ciclisti accusati di aver fatto uso di doping smentirono le accuse. Gimondi venne escluso immediatamente dalla squadra per il Tour de France e pur avendo poi rilasciato molte interviste sui quotidiani nazionali in cui negava di aver fatto uso di sostanze proibite, alla fine fu costretto ad ammettere di aver preso uno stimolante, il Reactinian. Gianni Motta e Balmanion sostennero che qualcuno aveva messo delle sostanze , a loro insaputa, nelle borracce. Lo scandalo che infiammò la calda estate italiana del 1968 finì in un nulla di fatto. L’anno seguente, sempre al Giro d’Italia, dopo la conclusione di una tappa di trasferimento la Parma-Savona, la maglia rosa in carica Eddy Merckx, che aveva già vinto quattro tappe ed aveva un vantaggio consistente sul secondo in classifica generale, venne trovato positivo alla fencofamina. Per certi versi straziante fu l’intervista di Sergio Zavoli ad un Eddy Merck che piangeva a letto mentre attribuiva la colpa della sua positività all’ennesimo complotto ordito contro di lui.

Le lacrime di Eddy

Nell’Italia degli anni ’70 e ’80 la sfida era quella tra Saronni e Moser: nessuno dei due così forte da dominare nel Tour de France. In una sorta di teatrino di cattivo gusto, i due ciclisti davanti alla stampa denigravano a vicenda le vittorie dell’altro. Una rivalità che fu soltanto una pallida e patetica caricatura di quella tra Coppi e Bartali e che mai raggiunse alti consensi tra i tifosi.

La pratica sempre più diffusa e sofisticata del doping, lo sviluppo tecnologico applicato alla bici, il mutamento degli itinerari: sono questi i fattori che hanno portato il ciclismo ad una inesorabile perdita di quella epicità che contraddistingueva la disciplina. Le tappe diventarono molto più veloci e prevedibili. Le gare a cronometro divennero sempre più decisive per vincere le grandi corse. Tutto questo non fece altro che allontanare sempre di più il grande pubblico. Il ciclismo si trasformò gradualmente da sport di massa a sport di nicchia, seppur nutrita.

Saronni-Moser: una rivalità senza epica

Bisognerà aspettare la metà degli anni 90 e specialmente il 1994 per vedere gli italiani tornare in massa davanti la televisione ad ammirare la tappe del Giro d’Italia o del Tour de France o delle tappe alpine e dolomitiche. Questo fu il merito di giovane ciclista ventiquattrenne: il suo nome era Marco Pantani. Marco sapeva scattare sui pedali in salita come pochi al mondo. Gli ascolti televisivi raggiunsero picchi di audience mai visti di prima. Questo amore tra il ciclista e i tifosi italiani (ma anche stranieri), durò appena cinque anni. Il 5 giugno del 1999 alla vigilia della terz’ultima tappa del giro d’Italia, che Pantani stava dominando, il Pirata venne sospeso dalla corsa a seguito della presenza del 53% di ematocrito nel sangue, quando il massimo consentito era il 50%, che indirettamente indicava la presenza di Epo. La sua vicenda però, come abbiamo già trattato, è avvolta da ombre inquietanti.

Questo ormone venne introdotto ufficialmente nel ciclismo da Francesco Conconi, medico e accademico dell’ Università di Ferrara. Conconi nel 1984 era a capo dell’equipe medico-sportiva che aveva consentito a Francesco Moser di battere il record dell’ora, dopo avergli somministrato diverse emotrasfusioni per rendere il suo sangue più ossigenato. Negli anni Novanta, l’utilizzo di questo tipo di sostanze dopanti da parte dei ciclisti professionisti e dilettanti divenne di uso comune. Fughe, sprint e record non erano più interamente farina del sacco degli atleti. Conconi venne processato per il “reato di frode sportiva”. Nel processo emerse che Conconi collaborava con i ciclisti più forti dell’epoca: Berzin, Pantani, Roche, Chiappucci. Tra il 1995 e il 1998 il laboratorio gestito da Conconi ricevette dei bonifici diretti dalle squadre professionistiche per un’ammontare di centosettanta milioni. Nel 2003 il procedimento penale a suo carico venne estinto grazie alla prescrizione. Claudio Gregori, unico giornalista della Gazzetta dello Sport che nei suoi articoli denunciava apertamente l’utilizzo del doping da parte degli atleti, scrisse un pezzo intitolato “Conconi è troppo tardi” in cui affermava senza mezzi termini che era stato compiuto un autentico insabbiamento volto a tutelare il medico.

Conconi e Moser: la morte del ciclismo

Conconi era considerato un nome tutelare dello sport italiano. Nella metà degli anni ottanta aveva fondato un centro di studi biometrici per lo sport patrocinato dal Coni e dal 1998 divenne il rettore dell’Università di Ferrara. Conconi è stato un uomo organico all’interno dello scacchiere dei poteri forti italiani. Nota la sua amicizia con Romano Prodi, all’epoca dei fatti Presidente del Consiglio.

Nei processi che vide imputato Conconi, emerse anche il nome di un suo collaboratore, un altro medico emiliano, Michele Ferrari, soprannominato “testa rossa” dai suoi ciclisti clienti. Ferrari, grazie alle sue “cure” a base di testosterone e epopoietrina, fu nientepopodimeno che l’artefice dei successi dopati di Lance Armstrong al Tour de France. Questi personaggi e gli scandali di cui si sono resi protagonisti hanno senza alcun dubbio provocato un fenomeno di disamore di cui ancora oggi il mondo del ciclismo paga le conseguenze.

Nei trafili dedicati al ciclismo dei principali quotidiani sportivi nazionali e internazionali, alle cronache delle corse sportive si è quindi progressivamente sostituita quella giudiziaria. Eclatante in questo senso quanto avvenne al Giro d’Italia del 2001. I carabinieri del Nas in quell’occasione sequestrarono 160 tipi di sostanze dopanti rinvenute nelle camere d’albergo di diciotto squadre su un totale di venti che partecipavano alla corsa. Il giorno stesso i corridori si rifiutarono di disputare la tappa perchè i ciclisti accusarono i Carabinieri di averli trattati come dei delinquenti comuni durante le perquisizioni: cinquantatrè ciclisti furono denunciati ed espulsi dalla corsa.

Pantani: l’ultimo grande eroe nazional popolare delle due ruote

Il connubio doping-ciclismo è accettato all’interno dell’ambiente professionistico, omertoso per questioni di denaro. L’etica individuale dei ciclisti in molto casi si è dissolta in nome della lealtà nei confronti del gruppo. Un numero sostanzioso di corridori, una volta terminata la squalifica, hanno ripreso la loro attività e in qualche caso hanno continuato anche a vincere, spesso osannati dalla stampa, come la Gazzetta dello Sport, che fa parte della società che organizza e sponsorizza tutte le maggiori corse nazionali ciclistiche.

Il ciclismo può ancora sopravvivere a se stesso? Ai posteri l’ardua sentenza.

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