Cosa differenzia l’arte marziale dallo sport di combattimento o dal metodo di difesa personale? Essa trova fondamento nel combattimento reale o è altra cosa da esso? L’insieme di questi interrogativi ha probabilmente accompagnato il percorso di numerosi praticanti e studiosi, i quali nel migliore dei casi sono riusciti ad ottenere solo sterili risposte autoreferenziali. Tuttavia non è sbagliato chiedersi se, in assoluto, le arti marziali tradizionali abbiano ancora qualcosa da insegnarci. Siamo circondati da sigle come MMA, KFM, KRAV-MAGA, e ognuna di esse sembra fornire una preparazione migliore delle “vecchie” arti marziali. È possibile che sia realmente così? Può darsi. Ma è opportuno, in ogni caso, fare alcune riflessioni circa la natura e il fondamento dell’arte marziale per tentare di comprendere al meglio cosa essa sia realmente. Il termine con cui i giapponesi designano le arti marziali è Budō (武道) ed è ad esso che dobbiamo rifarci. Come tutte le parole giapponesi, anch’essa è composta da più termini e infatti l’ideogramma BU 武 si può scorporare in: Hoko (戈) che vuol dire “lancia, alabarda”; Tomeru (止) che vuol dire “fermare, spezzare”; parafrasando nella nostra lingua, possiamo tradurre la parola Budō come la Via che conduce alla cessazione della guerra e quindi, in senso lato, Via che conduce alla Pace. Quest’ultima traduzione potrebbe sembrare troppo libera ma Otsuka Hironori, fondatore dello stile di Karate-dō del Wadō-ryū Jūjitsu Kenpō, in un libro redatto nel 1970, circa lo scopo delle arti marziali, scrisse:

“Il cammino verso il BU è il cammino della Pace (…). L’idea fondamentale del cammino del BU consiste pertanto nella Pace e nel benessere dell’umanità”

Lo scopo che si prefiggono le arti marziali tradizionali sarebbe dunque quello di un cammino propositivo dell’uomo verso la pace e l’armonica coesistenza (WA – 和) degli esseri umani. Nulla che riguardi il combattimento reale. A questa riflessione circa lo scopo, è doveroso aggiungere una postilla storico-cronologica. Quelle chiamate comunemente arti marziali tradizionali o classiche sono in realtà notevolmente giovani. Aikidō, Karate-dō, Kendō, Jūdō, sono nate tutte quante tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo (la prima dimostrazione di Karate, all’epoca conosciuto come To Te-Jutsu, avvenne solo nel 1922 al Congresso di Educazione Fisica di Tokyo). Gli antesignani di queste arti marziali sono da ricercare nelle tecniche del Bujutsu dei Bushi (guerrieri) giapponesi. Il Budō è quindi l’evoluzione del Bujutsu. Ma quali sono le differenze tra le due “Vie”? Lo storico americano Donn F. Draeger ha identificato tre componenti che sarebbero in qualche modo una la diretta evoluzione dell’altra.

 

Bujutsu classico 1) combattimento 2) disciplina 3) moralità

 

Budo classico 1) moralità 2) disciplina 3) forma estetica

 

Come possiamo osservare, nelle tre componenti del Budō classico non è compreso il combattimento. Anche l’ordine in cui sono poste le componenti non è casuale. È opportuno infatti ricordare che il Bujutsu fu praticato da una casta il cui mestiere erano le armi e la guerra, dunque le tecniche dovevano avere per necessità dei risvolti pratici nel combattimento reale. La disciplina e la moralità, la rettitudine, più in generale i valori del Bushidō (Via del Guerriero), erano una diretta conseguenza di una vita dedita alle armi, al servizio, alla devozione, all’arte della guerra. Scriveva Musashi Myamoto nel Go rin no Sho (Il libro dei cinque anelli, 1635):

“La spada è un punto di partenza della tattica della spada, perché grazie alla virtù della spada si governa il mondo e il Sé”.

 

“Il Kendo, la Via della Spada, è il prodotto più compiuto dell’evoluzione dal Bujutsu al Budo”

 

Diversamente, il Budō classico nacque durante i duecento anni di pace forzata imposta dal Bakufu (Era Tokugawa o Periodo Edo 1603-1868) legandosi allo sviluppo della filosofia estetica giapponese e subendo gli influssi socio-politici della Restaurazione Meiji (Meiji Ishin) del 1868. Per quasi due secoli non ci fu più bisogno di una casta di guerrieri pronti a morire ogni giorno sui campi di battaglia, non c’erano più feudatari dispotici e clan in guerra tra di loro, ma una nuova Nazione unificata che tentò di mantenere l’equilibrio tra Sakoku (isolamento) e Gaiatsu (pressioni esterne).

Ma quali sono, strutturalmente, le differenze tra il Bujutsu e il Budō? Come sempre, ci viene in aiuto l’eziologia dei termini. Il Bujutsu fu propriamente la tecnica del combattimento sia armato che disarmato. Esso comprendeva tutti i metodi originali o arti maggiori (spada, lancia, alabarda, arco, equitazione, nuoto in armatura) e quelli collaterali o minori (ventaglio, jitte, pipa, sai, kama e anche le tecniche di corpo a corpo come il kumi-uchi – combattimento in armatura – o lo yawara-ge). Il suffisso jutsu ha una valenza ben precisa e molto differente da quella di Dō. In giapponese possiamo tradurre la parola Jutsu come tecnica, nel senso espresso dalla parola greca téchne (nella sua valenza più arcaica). Indica quindi, più puntualmente, i “metodi” per giungere alla dominazione dell’avversario; una pratica diretta al combattimento reale e alla formazione di un guerriero pronto per i campi di battaglia.

Anche la parola Dō può essere tradotta con tecnica, ma nel XIX secolo i Maestri preferirono utilizzare il significato più legato all’idea di spirito, percorso, cammino, di via che conduce (dalle ricerche storiche è emerso che il primo ad utilizzare tale suffisso fu il Professor. Kanō Jigorō, fondatore del moderno Jūdō). La data di tale cambiamento non è casuale. L’uso del suffisso Jutsu cadde in disuso con la Restaurazione Meiji del 1868, in quanto richiamo diretto alle vecchie tradizioni Bakufu dell’epoca Tokugawa. La Restaurazione rappresentò uno spartiacque tra il Giappone dei samurai e quello dell’Era contemporanea e quindi anche il Bujutsu, come tutte le altre tradizioni culturali nipponiche, dovette subire un approfondito processo di “revisione” per meglio adattarsi alla nuova visione della società e non mandare perduto un patrimonio culturale inestimabile; dovette diventare Budō. Nella codificazione delle arti marziali giapponesi infatti (molto più che nel pugilato o nella lotta occidentale) è presente lo spirito, la storia, la cultura e la filosofia del popolo del Sol Levante. Per poter comprendere al meglio questo concetto, citiamo la definizione di Dō proposta nel libro Lo Zen e la Via del Karate del sociologo Tokitsu Kenji: “La parola è di solito tradotta in italiano con termini come: via, cammino, disciplina, ma nessuno di questi termini corrisponde interamente al significato culturale di. Mi sembra che con queste parole la nozione venga espressa in modo astratto, parziale, superficiale, e perda completamente il suo contenuto profondo. La nozione di Dō è effettivamente concepita nella cultura giapponese come quella di una via che conduce verso uno stato spirituale che libera le facoltà umane nei diversi campi delle arti: questo stato spirituale può essere raggiunto attraverso l’approfondimento di una disciplina. Questa nozione implica un aspetto etico, e per seguire la via si raccomanda di conformarsi ai precetti che governano l’universo e perciò anche la società. Il processo di perfezionamento in qualunque disciplina è quello del perfezionamento della personalità nel suo insieme, in armonia con il mondo umano come con la natura.

 

“Il Katori Shinto Ryu è una delle poche testimonianze dirette del Bujutsu. Lo scopo non è la forma

o la competizione ma la tecnica per uccidere sul campo di battaglia”

 

L’approfondimento di una disciplina come mezzo per un fine, cioè la liberazione delle facoltà umane nei diversi campi delle arti non è una riflessione a cui sono pervenuti unicamente i giapponesi. Cosa è stato l’uomo del Rinascimento se non l’espressione della poliedricità della forma che l’individuo può raggiungere a partire da una sola disciplina? Michelangelo fu scultore ma anche pittore, disegnatore, poeta, scrittore, letterato e architetto; proprio come Musashi Myamoto di cui non ci sono rimaste solo le testimonianze della sua perizia nell’arte della spada, ma anche opere letterarie e artistiche.

Abbiamo capito che lo scopo delle arti marziali tradizionali è il cammino dell’armonia, che la loro codificazione è piuttosto giovane e che sono il frutto di una evoluzione storico-culturale dei metodi di combattimento, sia armato che disarmato, della società guerriera anteriore all’unificazione del Giappone e al governo militare. Date queste doverose premesse possiamo passare a chiederci quale possa essere il fondamento logico del Budō classico, e di conseguenza interrogarci su cosa lo renda propriamente arte.

L’innovazione marziale (dal Bujutsu al Budō) annunciava il desiderio dell’uomo di coltivare una consapevolezza della propria natura spirituale attraverso l’esercizio di discipline che lo avrebbero condotto ad uno stato di realizzazione dell’Io. Questo è indubbiamente un primo obiettivo raggiunto dal Budō e mancato dal Bujutsu. Laddove quest’ultimo enfatizzava la forma da utilizzar al fine di ottenere un risultato efficace nel combattimento, il Budō sottolineò per contro la forma della quale avvalersi per conseguire l’auto-perfezionamento. Le arti marziali classiche sarebbero quindi un complesso di discipline che impegnano ed educano la mente in modo diretto e che si pongono al servizio della propria vita quotidiana attraverso un processo di addestramento lungo e prolungato. Il Budō si propone infatti di essere qualcosa di ordine pratico, di fornire un modello di comportamento per la vita e per l’Io (gli obiettivi evidenziati da Draeger sono proprio la moralità e la disciplina). Nel sistema Budō possiamo infatti rintracciare l’adattamento della concezione etica confuciana dell’organizzazione sociale, soprattutto nel rilievo attribuito alle responsabilità sociali dell’uomo. Partendo da elementi taoisti, il Budō sottolineò ciò che vi è di naturale e spontaneo nell’essere umano. In tal modo esso agisce come veicolo di educazione morale e sovramorale e, in quanto tale, viene considerato non come uno strumento per uccidere (Bujutsu) ma come mezzo attraverso cui l’individuo può aspirare alla perfezione morale. “Il karate-dō è un complemento della morale” disse Funakoshi Gichin, fondatore dello Shōtōkan e padre del karate moderno.

“Nella pratica marziale dobbiamo sforzarci di essere non migliori praticanti ma migliori esseri umani. Nel Dō si può realizzare la nostra piena umanità” (Otsuka Hironori).

 

“Higaonna Morio dimostra alcune applicazioni a distanza ravvicinata. Lussazioni, leve articolari, attacchi alla trachea, ai testicoli e alle ginocchia. È un esempio di tecnica per il combattimento reale, non solo forma del Dō”

 

Questo cambiamento radicale nei fondamenti stessi del Bujutsu lo si può osservare anche nell’aderenza all’etichetta. L’essenza delle convenzioni, per i guerrieri, si fondava sull’autodifesa e sul combattimento. Scendere in ginocchio con la gamba sinistra e alzarsi con la destra possono sembrare sterili rituali culturali ma contengono in realtà una ragione direttamente connessa allo scontro armato. Scendendo con la gamba sinistra era infatti più facile poter estrarre la spada in caso di pericolo! Quando il Budō iniziò a formarsi, non c’era più il rischio di essere assaliti da guerrieri armati di spada mentre ci si scambiavano i doni davanti ad una tazza di tè; l’etichetta fu l’eredità, divenuta rituale culturale, di un atteggiamento “guerriero” essenzialmente pratico.