Partiamo con una premessa: non sono qui in discussione efficacia e limiti tecnici dell’attaccante più prolifico del campionato italiano. I pregi e i difetti di Ciro Immobile li conosciamo piuttosto bene: è un formidabile stoccatore pur senza avere fondamentali ineccepibili. Negli anni è migliorato sul piano tecnico e tattico, ma sempre mantenendo un tratto di istintività che è parte essenziale del suo stare in campo.

 

Il punto è un altro. Il numero 17 della Lazio non gode di buona considerazione da parte degli addetti ai lavori e non ha adeguato risalto presso giornali e tv: se funziona e segna ha appena fatto il suo dovere, se vive una giornata storta gli si dice un po’ di tutto. In certi casi viene snobbato nonostante annate favolose. A quasi 30 anni (che festeggerà giovedì), Immobile è come è. Non può cambiare e, a ben vedere, perché dovrebbe?

 

Numeri alla mano, in questi anni vanta un ruolino di marcia unico. Nessuno la mette dentro quanto lui ma quando si parla del #17 della Lazio c’è sempre almeno un “se e un “ma”. Problemi di empatia mediatica? Semplicemente la maglia sbagliata? La comunicazione sportiva ha i suoi fattori X e quello del consenso rimane uno degli enigmi più irrisolvibili che ci siano. Conclusione della nostra premessa di merito: la risposta definitiva non l’abbiamo.

 

Ciro Immobile

Roma, 18 gennaio: Ciro immobile si porta a casa il pallone dopo la tripletta contro la Sampdoria (Foto di Marco Rosi/Getty Images)

 

Ciro Immobile segna più di tutti ma per la critica non sembra mai merito suo. O meglio, glielo riconoscono ma con riserva e moderazione. Come a volersi sollevare da questioni burocratiche in tempi rapidi, per poi parlare subito d’altro. O d’altri. Nel senso che, quando il tema riguarda lui (abbastanza di rado in verità, se pensiamo a un attaccante che ha già vinto la classifica dei cannonieri due volte ed è in predicato di farlo per la terza volta), non manca mai chi faccia notare che segna perché il gioco della Lazio asseconda al meglio le caratteristiche della punta centrale.

 

Come se ci fosse qualcosa di strano o di illegittimo in questo. In pratica, se fa gol è merito di un congegno che manderebbe in gol chiunque o quasi, se invece è in giornata storta, allora diventa un bomber sopravvalutato. Nei confronti di Ciro Immobile viene usato poco l’approccio puramente pragmatico che si ha nei confronti di altri attaccanti, anche meno dotati di lui sul piano tecnico: andare a guardare i numeri e regolarsi su quelli. I numeri non diranno tutto ma parlano, se li si vuole leggere.

 

 

Ciro Immobile è maturato in ogni senso nel corso degli anni. E si vede – aggiungiamo noi – ma questo è un aspetto che non gli viene quasi mai riconosciuto, se non fra le righe e in chiave un po’ romanzata. Con gli anni non è diventato Van Basten tuttavia ha imparato a leggere lo sviluppo di un’azione in maniera esemplare, variando una gamma di movimenti e di soluzioni finali che nei primi anni di attività non dimostrava di possedere.

 

Ma Van Basten è come la mamma, ce n’è uno solo, e anche qui il metro di giudizio non è mai uniforme. Certi distinguo di natura tecnico-tattica non sono stati applicati nei confronti dei vari Luca Toni, Pippo Inzaghi, Gilardino, Vieri, Lucarelli: inutile filosofare sul come, facevano gol e tanto bastava. Nel caso specifico, con Ciro Immobile non sembra mai bastare. Poteva fare di più oppure “è limitato così”. Capita.

 

Ciro Immobile

Con il rigore di ieri sera fanno 26 gol in 24 partite, e Lazio lanciata in piena corsa scudetto (Foto di Marco Rosi/Getty Images)

 

 

Ciro Immobile è cattivo ma quella cattiveria agonistica, unita alla voglia matta di segnare, che in altri casi è considerata pregio come il cinismo e l’astuzia, qui è vista come compensazione a un repertorio non ampio. D’accordo, meno è costretto ad avere il pallone fra i piedi meno emergono i limiti tecnici, ma a ben vedere non è che il bomber della Lazio abbia piedi tremendi, tutt’altro. A differenza di colleghi che segnano meno di lui, non è uno che tira a casaccio. Quando ha la possibilità mette il pallone dove vuole, qualità da non sottovalutare nel calcio livellato del terzo millennio; e anche dal dischetto è praticamente infallibile.

 

Se avesse i fondamentali di un Tommaso Rocchi (unendo la cattiveria agonistica che invece al veneziano un po’ mancava) il bomber di Torre Annunziata sarebbe Vincenzo Montella o Pietro Anastasi. Ma a quel punto non sarebbe più Ciro Immobile, il quale – va detto – a fine carriera avrà segnato più dei colleghi che abbiamo nominato. E anche questo è un fatto che riporta ai paragrafi precedenti: vedi alla voce “numeri”.

 

 

Ciro Immobile segna poco in Nazionale, molto meno che nella Lazio di Simone Inzaghi. E questo è vero, ma non può diventare un mantra da recitare all’infinito quando lo si vuole criticare a priori. Nel momento in cui scriviamo, Andrea Belotti ha in dotazione un gol in meno in Azzurro (9, contro i 10 dell’amico-rivale Ciro) eppure al bomber del Torino una simile accusa non viene mai mossa.

 

Quantomeno uniformità nel giudizio sarebbe dovuta anche perché, nella sua storia ultracentenaria, la Nazionale italiana non è che passi alla leggenda per prolificità. Dunque è problematico indicare qualcuno che abbia segnato chissà quanto, eccezion fatta per Gigi Riva (35 reti in 42 partite), ma in quel caso parliamo di un marziano. Accostare chiunque all’attaccante del Cagliari anni ’70 rasenta la crudeltà mentale bella e buona. Evitiamo, che è meglio.

 

Il rendimento in azzurro di Immobile non è stato esaltante, ma la chance ai prossimi europei se l’è meritata tutta: aspettiamo Euro 2020 per giudizi definitivi (in foto l’8 settembre al Ratina Stadium di Tampere, Finlandia, dopo il primo gol delle qualificazioni europee/ Foto by Claudio Villa/Getty Images)

 

Ciro Immobile ha fallito all’estero. Un altro cavallo di battaglia dei critici a oltranza. D’accordo, a Dortmund non avrà fatto granché ma non è certo l’unico italiano a non essersi ambientato all’estero, specie in un campionato come la Bundesliga. Per di più in un posto come Dortmund, Renania-Vestfalia; mica Monaco di Baviera, che è già un altro mondo. Luogo plumbeo e inospitale Dortmund, certamente non pensato (o pensabile) per un italiano empatico e gaudente come lui, che per sua stessa ammissione in un anno non ha ricevuto neppure un invito a cena dai compagni di squadra.

 

Nell’unica stagione il giallonero Immobile, presentato come il capocannoniere in carica della Serie A, totalizza 10 reti tra campionato e coppe, di cui 3 in Bundesliga; in Champions League realizza 4 gol in 6 partite prima che il Borussia Dortmund venga eliminato agli ottavi dalla Juventus. Nella stagione 2014-15 mette comunque nel palmarès personale la Coppa di Germania: troppo poco, probabilmente. Neanche nella Liga, al Siviglia, Ciro Immobile “spacca”. Mostra ulteriori problemi di ambientamento e il tecnico Emery lo vede poco. Anzi, non lo vede per nulla. Il tempo di 2 gol in 8 apparizioni e l’addio è bello e servito. Se fosse rimasto fino a giugno avrebbe vinto l’Europa League, peccato.

 

D’accordo, all’estero ha fallito. E allora? Fosse l’unico italiano a essersi perso in altre realtà, sarebbe comprensibile. Invece, a ben vedere, è in ottima compagnia. Nel caso di Ciro Immobile però, il fallimento viene ricordato spesso. Per giunta anche a distanza di anni, dopo essere tornato in Italia ed essersi rifatto con gli interessi, anche in termini di visibilità internazionale. Ipotizzare che rispetto ad allora oggi sia un attaccante diverso e che potrebbe far bene in un campionato come quello spagnolo, no? Ma contro il pregiudizio la ragion non vale.

 

Ciro Immobile Dortmund Getty

Il Ciro di Dortmund: ingobbito, solitario, con un terribile cappello e palesemente fuori posto (Foto di Christof Koepsel/Bongarts/Getty Images)

 

Detto tutto ciò, perché nei confronti della punta biancoceleste (e della Nazionale) sembra esserci un “trattamento di sfavore”? Perché le cose buone che fa passano quasi sotto silenzio, mentre le battute d’arresto costituiscono atto d’accusa? Difficile dire. Una cosa è certa, evidente: sul piano mediatico Ciro Immobile occupa poco spazio, eppure avrebbe la faccia e i numeri per tenere banco a livello quotidiano. Intendiamoci: non è che si parli apertamente male di lui. Sminuirlo è un refolo leggero, mai un vento in campo aperto. Secondo i tifosi della Lazio, il problema sta nella maglia che ha; in altre squadre meglio inserite nei circuiti mediatici – dicono – il buon Ciro sarebbe una mezza divinità.

 

E ce ne sarebbe motivo, a ben vedere. È un ragazzo simpatico, tutto sommato misurato, mai debordante nelle sue dichiarazioni. “Guappo” quanto basta, professionista al 100%. Lavora in modo serio e scende in campo anche con una sola gamba, i compagni lo apprezzano. Fa una valanga di gol e non è neppure egoista come lo stereotipo sull’attaccante efficace vorrebbe.

 

Quante volte i vari Correa, Caicedo, Luis Alberto sono andati a segno grazie ai suoi assist – 6 in 24 gare, dicono i numeri. Cede perfino i calci di rigore ai compagni anche quando è in lizza per il terzo titolo (anzi il quarto se si considera quello vinto a Pescara in serie B nel 2012) di capocannoniere: what else, come direbbe George Clooney?

 

24 partite: 26 gol, 6 assist. Il Ciro Immobile versione 2019/2020 viaggia su numeri inquietanti.

Eppure fa più notizia il gol #100 in giallorosso di Dzeko, nonostante la sconfitta della Roma con il Sassuolo, o due rigori trasformati da CR7 in una stessa partita che il rendimento di un attaccante che nel 2020 celebra i 30 anni con una media gol mostruosa, unica in Europa: oltre un gol a partita. Più di Timo Werner del Lipsia, meglio di Lewandowski e di Cristiano Ronaldo, per non parlare di Aguero, Mbappé e Messi.

 

Un problema di narrazione o di mancata narrazione? Si direbbe di sì. Resta aperta una domanda che non riesce a trovare una risposta priva di malizia. Che cosa manca a Ciro Immobile per essere davvero un’icona pop del calcio italiano? Pop come popular, naturalmente.