Papelitos
27 Aprile 2022

Manchester City-Real è stata utopia

Tra orrori difensivi e talento smisurato dei singoli.

Su ognuna delle sette reti siglate ieri sera all’Etihad, la difesa ha sbagliato. Il gol che sblocca la partita dopo neanche due minuti nasce da un atteggiamento troppo passivo del Real, che anziché aggredire Mahrez quasi lo invita al cross al centro. Il 2-0 è un obbrobrio di Alaba – partita disastrosa la sua, almeno quanto quella di Militao. Il 2-1 nasce da un’ingenuità a dir poco incomprensibile di Zinchenko: come si fa a lasciar anche solo respirare Benzema in questo momento? Così il 3-1 di Foden, libero e festante al centro dell’area di rigore, e il 3-2 di Vinicius, che con una finta nella propria metà campo spacca in due la (fino a ieri impenetrabile) difesa del City. Per non parlare del 4-2 e del 4-3, su clamorosa ingenuità di Laporte.

«Volevamo vincere con un margine maggiore. 8-0 sarebbe stato meglio, ma contro il Real Madrid è impossibile. Andremo a Madrid a fare la nostra partita. Non posso dire nulla sul risultato se la mia squadra gioca in questo modo».

Pep Guardiola

Eppure, allo stesso tempo, sarebbe un errore imperdonabile non ascoltare i battiti del cuore che questa partita ci ha regalato. Perché quegli errori – escluso forse il 2-0 del City e senza dubbio il 4-3 di Benzema, sul quale torneremo a breve – nascono tutti da un’elettricità tecnica che non è – a giudizio di chi scrive – lo specchio di carenze tattiche, ma la manifestazione più sopraffina dello smisurato talento presente in campo. Il gol dell’1-0 nasce dall’eleganza e dalla volontà dribblomane di un giocatore d’altri tempi come Mahrez, e si tramuta in rete grazie al coraggio e al tempismo di un fenomeno diventato campione come De Bruyne (menomale che non stava bene).

Il 2-1 di Benzema – non dobbiamo smettere di stupirci – è un gol di una difficoltà mostruosa, fermo restando l’atteggiamento sbiadito di Zinchenko in fase difensiva. Il 3-1, allo stesso tempo, è frutto della determinazione e del carisma di Fernandinho, terzino per necessità. Come si fa a sottolineare il suo errore – è un errore? – sul gol di Vinicius Junior? Quello che fa il brasiliano è strabiliante per almeno tre motivi: per il momento della partita (era chiusa, finita, game-over), per l’idea della giocata e per la sua realizzazione (dopo 60 metri di corsa palla al piede).

Il gol di Bernardo Silva è una lieta sorpresa: finalmente il portoghese sveste i panni della marionetta al servizio del guardiolismo per prendersi sulle spalle una giocata decisiva in una semifinale di Champions League. Un gol bellissimo, non alla Bernardo Silva, quando nessuno in quel momento se lo sarebbe aspettato – e la reazione di Courtois lo testimonia. Infine, per il 4-3, permetteteci di ringraziare Laporte per la follia del suo intervento. Senza di lui, non avremmo potuto godere dell’ennesima perla targata Karim Benzema.

Pallone d’oro a parte – Trevisani, hai fatto la battuta una volta, c’è proprio bisogno di sottolinearlo altre cento? –, qui siamo oltre il divismo. Il termine più appropriato sarebbe forse icona, perché attraverso Benzema capiamo il nostro amore per il gioco. Segnare un rigore di quella pesantezza con quel cucchiaio significa aver raggiunto il nirvana; niente può più fermare Benzema (Ancelotti lo ha sottolineato nuovamente), che infatti più che esultare dopo il gol sorride in faccia ai tifosi del City. In attesa del ritorno: se è finita 4-3 all’Etihad, possiamo solo sognare la trasposizione dell’opera al Bernabeu.


Questa partita però ha provocato grandi discussioni in redazione, e per una volta le facciamo sfociare anche qui. Dopo l’opinione di Gianluca Palamidessi, quella ostinata e contraria di Andrea Antonioli


Perdonate l’intrusione, ma in questo periodo di disintermediazione, inclusività, in cui Elon Musk ha acquisito Twitter e finalmente tornerà il free speech nel mondo (si scherza), mi sembrava giusto condividere la solitudine calcistica ed esistenziale del giorno dopo – per fortuna condivisa con qualche ultimo mohicano di Contrasti. Non per la partita, coinvolgente, scoppiettante, decisamente divertente e spettacolare, bensì per i commenti e le interpretazioni di quei tanti (quasi tutti) che l’hanno descritta come una partita di livello altissimo, la migliore della stagione, “una delle migliori semifinali di sempre in Champions” – copyright di Riccardo Trevisani, lo strillone perfetto per questi tempi rumorosi e vuoti.

Perché fino a quando si giudica “esteticamente” una partita, si sta pur sempre nel campo del soggettivo: chi identifica la bellezza di un match con l’entertaining, con i molti gol e le tante azioni/giocate offensive, chi invece con l’aggressività, le scivolate, la lotta; chi valuta esclusivamente i fatti di campo e chi riveste il match di significati rituali e simbolici. Nel concetto di bellezza possono intervenire molte variabili, seppure è naturale che il partito dello spettacolo (offensivo) prevalga e di gran lunga – come diceva la buon’anima di Galeano il gol resta sempre l’orgasmo del calcio. Il problema è quando non ci si divide più sul soggettivo, ma su quello che aspira ad essere oggettivo. 

Così ieri mi sono sentito davvero un reazionario, un antimoderno nel pallone legato a un altro calcio, quando tutto il mondo ha definito quella di Manchester non solo come una partita bella, spettacolare, divertente, cinematografica, ma anche come una partita terribilmente “intensa.

Al di là dei gusti, qui entrano in gioco due visioni incompatibili che si dividono anche sul dato. Senza voler scadere nelle dissertazioni filosofiche per cui tutto in fondo è relativo, intensità non vuol dire solo non prendere mai fiato per le mille occasioni (altrimenti sarebbe stata “intensa” anche Barcellona-Bayern 2-8), ma significa pure altre cosa: pressing forsennato, contrasti, recuperi, ritmi indiavolati, capovolgimenti di fronte continui ma non perché le squadre siano lunghe o spezzate; e pochi errori, che nel caso devono essere provocati dall’asfissia avversaria, non da letture sbagliate, da diagonali inesistenti, da posizionamenti della linea difensiva inquietanti, da sottovalutazioni individuali grossolane.

Sia chiaro, all’Etihad abbiamo assistito all’arte in movimento dei suoi interpreti, e ad a un tasso tecnico per noi inimmaginabile. Finalmente poi una partita senza recriminazioni arbitrali, senza interruzioni continue, in cui si è potuto giocare a pallone come questo sport comanda. Eppure abbiamo assistito anche al match-manifesto della Superlega che ha da venire: in cui non ci si può distrarre un attimo, che tiene il pubblico attaccato al televisore e la Generazione Z pure, senza difese, senza centrocampi (soprattutto nel caso del Real, con quei due fenomeni di Modric e Kroos che scontano pur sempre i quasi 70 anni in due, oltre alle partite ogni tre giorni da quasi due anni) con i migliori giocatori del pianeta, tanti gol e giocate da copertina. Una partita stile NBA, in cui lo spettacolo è causato anche dalle amnesie strutturali in fase difensiva.


La verità però è che un Manchester City focalizzato e “cattivo” avrebbe vinto 6-1 ieri, o proprio 8-2 come fece il Bayern. E si giunge al paradosso per cui se il livello difensivo delle squadre fosse stato più alto, bastava una stiracchiata sufficienza, come in una bilancia lo “spettacolo” in campo si sarebbe notevolmente abbassato; perché gli errori non sono stati causati da giocate offensive irresistibili e pietrificanti, ma spesso da autentici svarioni individuali (Laporte sul rigore, Alaba sul gol del 2-0) o collettivi (la prima e la terza rete del City, in cui la difesa del Real o dormiva o non c’era proprio, ma anche il gol di Vinicius, laddove un buon difensore centrale lo avrebbe chiuso prima che arrivasse davanti a Ederson, come detto da Bergomi).

Per assurdo, la squadra di Guardiola ieri sera non è stata così brillante e incisiva neanche nell’ultimo passaggio. Avrebbe potuto fare molto meglio e segnare molto di più, anche perché parliamo di due formazioni tra cui la sproporzione di valori in campo è quasi imbarazzante, e che non a caso portava ieri i quotisti a considerare molto più probabile una vittoria a valanga degli uomini di Pep rispetto ad un pareggio. Se a valanga non è finita, non si sa ancora perché o per come, è probabilmente grazie a quella mistica tutta madrilena che irretisce e corrompe gli avversari dall’interno, e che dà forza ai blancos anche quando sembrano letteralmente annichiliti – o grazie alla “fortuna” per dirla con i critici di Ancelotti, quel genio di Cassano (sic) in primis.

Lo stesso Ancelotti che sta compiendo un vero e proprio miracolo con questo Real Madrid: con la (quasi) vittoria in Liga, con i trionfi in Champions contro l’all star team franco-qatariota e i campioni in carica del Chelsea, ma soprattutto tenendo insieme una squadra che è in larga parte a fine ciclo, e che trova un suo perverso equilibrio galleggiando in campo, costantemente sull’orlo della caduta ma poi sempre miracolosamente in piedi. Il Real Madrid è straordinariamente elegante, ammirevole, riconcilia con l’essenza tecnica del pallone, eppure è una squadra usurata a certi livelli, con alcuni fenomeni che certi ritmi non riescono più a sostenerli.

Il Real è un sublime e decadente tramonto, con venature di bianco candido date dalle meravigliose giocate dei suoi interpreti, ma che rimane un sole in ritirata contro quello perpendicolare e del meriggio del Manchester City, abbagliante e insostenibile.

Se ieri abbiamo vissuto un vero e proprio spettacolo, dobbiamo quindi “ringraziare” innanzitutto un calcio che non si ferma mai, fino al punto di far sfidare due squadre come fossero su un ring di boxe all’ultima ripresa, all’attacco e prive di difese. E poi gli autentici fenomeni in campo, capaci – soprattutto se lasciati liberi di imperversare – di giocate surreali. È questo in definitiva un football estremamente spettacolare, divertente, che può competere con le più avvincenti serie tv. Ma se quella di ieri sera è stata una partita di altissimo livello, addirittura tra le migliori semifinali di Champions di sempre, vuol dire che in testa abbiamo proprio due sport diversi.

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