Se oggi ci emozioniamo in maniera smodata per un contropiede di Gervinho, e la stessa cosa capitava fino a poco tempo fa per una sgroppata di Lavezzi, è solo perché non abbiamo mai visto giocare Claudio Caniggia, oppure perché ce ne siamo dimenticati troppo in fretta. Quell’amplificatore naturale di virtù chiamato nostalgia sembra non funzionare per il cosiddetto Hijo del viento, il quale non viene quasi mai considerato nei dibattiti storico-calcistici nonostante l’occupazione preferita dei calciofili sia proprio quella di paragonare il nuovo al vecchio, con quest’ultimo peraltro sempre nel ruolo di favorito.

 

Ma in tal senso l’ex attaccante argentino ha subito solo esclusioni, come se non fosse meritevole di alcun confronto o citazione. Una prova di questo ingiustificato snobismo è anche la stringata pagina Wikipedia a lui dedicata, che gli nega persino le statistiche dettagliate con i club, accordate invece a giocatori molto meno incisivi. Attenzione: non che siano importanti i numeri di per sé, ma è giusto che un giocatore importante venga raccontato con l’attenzione che merita.

 

L’ultimo gol di Caniggia con la maglia del River, prima di approdare in Italia

 

Caniggia paga la sua infelice collocazione nella storia del calcio per tre motivi. Primo: sovrabbondanza. Gli anni migliori di Claudio sono coincisi con il suo approdo in Italia, che dall’’88 al ’94 lo ha visto indossare, con ottimi risultati, le maglie di VeronaAtalanta e Roma. Ma proprio il periodo a cavallo degli anni Ottanta e Novanta è stato l’apice della storia del campionato italiano.

 

La Serie A era di gran lunga il torneo più ricco e ambito al mondo e non c’era stagione in cui un team nostrano non portasse a casa un trofeo internazionale: celebre il tris del 1990, con Milan, Juventus e Sampdoria vincitrici rispettivamente di Coppa dei Campioni, Coppa Uefa e Coppa delle Coppe.

 

È chiaro che un contesto così vincente è stato favorito dall’apporto di un numero mai più replicato di campioni: non solo Maradona, ma anche Roberto Baggio, Van Basten, Gullit, Careca, Vialli, Mancini, Klinsmann, Matthaus, Balbo, Batistuta e Signori, giusto per menzionare gli attaccanti. Con competitors di quel livello, il talento di Caniggia veniva percepito come ordinario e faticava ad imporsi da un punto di vista mediatico.

 

Stagione 1989/’90: Caniggia esordisce con la maglia della Dea

 

Secondo motivo: rancore. Al termine della stagione 1989/’90, dopo uno splendido campionato giocato con la maglia dell’Atalanta e terminato con l’accesso alla Coppa Uefa, Caniggia venne convocato da Carlos Bilardo per il Mondiale italiano. Qui si rese protagonista di un episodio che non gli è stato mai perdonato.

 

Nella semifinale contro l’Italia, giocata il 3 luglio allo stadio San Paolo, Caniggia segnò di testa – grazie soprattutto a una scriteriata uscita di Zenga – il gol dell’1-1 che consentì all’Argentina di pareggiare il vantaggio siglato da Schillaci e di andare ai tempi supplementari prima e ai rigori poi, il cui esito nefasto è considerato uno dei capitoli più dolorosi della storia della Nazionale azzurra. Dopo quel gol Caniggia fu eletto a pericolo pubblico numero due: in pratica nella scala dell’odio italiano era preceduto dal solo Maradona.

“La diversità di Caniggia non si limitava al gioco. Taciturno, diffidente, enigmatico, gelosissimo delle proprie qualità che riteneva esemplari. Per quanto lo si invitasse al ritocco, rimaneva ancorato alla tattica di non avere tattiche: non sono io che devo adeguarmi, si adeguino gli altri” (Gianni Ranieri, La Stampa, 16 febbraio 1992)

L’altra e ultima causa di questo ostracismo è da ricercare nel perbenismo ed è strettamente connessa al rancore. Il 21 marzo 1993, dopo la partita Roma-Napoli, l’attaccante argentino venne trovato positivo alla cocaina, peccato che gli costò ben 13 mesi di squalifica. Il dato curioso è che lo stop per Caniggia arrivò proprio mentre stava spiccando il volo con il team giallorosso (15 presenze e 4 reti tra cui una splendida al Milan in Coppa Italia) ed esattamente due anni dopo il caso-Maradona (17 marzo ’91 e sempre per cocaina): da Diego questa doppia squalifica, peraltro, è stata sempre considerata come la vendetta della FIGC per la semifinale di Napoli.

 

Nell’ambiente era noto che i due giocatori facessero uso di droghe e non è escluso che in molti casi abbiano goduto di un trattamento di favore, però da qui a pensare ad un complotto ce ne passa. Tuttavia gran parte degli italiani non si fece scappare l’occasione e diede ampio sfogo alla furia moralista con conseguente ridimensionamento delle abilità calcistiche: Caniggia andava forte grazie alla cocaina.

 

Boca Juniors, stagione 1995/’96: una foto che testimonia al meglio quale fosse il rapporto tra Maradona e Caniggia

 

Abilità calcistiche che in Caniggia invece erano indiscutibili e soprattutto rare. Così come capitò al connazionale Batistuta, anche Caniggia si affacciò tardi al mondo del calcio: fino ai quindici anni la sua passione era stata l’atletica leggera, in particolar modo i 100 metri, i 200, i 400 e il salto in lungo, con il futbol relegato a semplice hobby.

 

I dirigenti del River Plate si resero però conto che quell’atletismo poteva essere esportato con effetti devastanti, per gli avversari, in un campo di calcio, così nel 1985 si assicurarono le prestazioni del giovane Caniggia (che con Los Millonarios nel 1986 vincerà il campionato Nacional, la Copa Libertadores e la coppa Intercontinentale).

 

Prestazioni caratterizzate da una velocità impressionante mista a una freddezza fuori dal comune. Nella storia del calcio sono davvero pochi i giocatori che hanno saputo combinare le doti fisiche a quelle tecnico-tattiche senza che le une prendessero il sopravvento sulle altre, anche perché, di regola, se vai a 100 all’ora perdi in lucidità, mentre se eccelli in tecnica una congenita pigrizia ti impedirà di correre a 100 all’ora. Ecco, da questo punto di vista Caniggia è stato uno dei giocatori più equilibrati di sempre.

 

Dietro ogni falcata con cui seminava il panico tra i difensori si nascondeva una sorta di laboratorio intellettuale, un moltiplicatore di opzioni cui attingere una volta trovatosi davanti al portiere di turno, che poteva essere infilato indifferentemente con un diagonale, un pallonetto oppure, come solo i grandi sono in grado di fare, con un dribbling secco. E se lo sviluppo del gioco lo portava a defilarsi sulla fascia – del resto non di rado ricopriva il ruolo di ala –, era ben lieto di rinunciare alla gloria personale e servire un compagno meglio piazzato.

 

Una carrellata di gol, che mostra chiaramente il mix di tecnica e velocità

 

Le caratteristiche sopracitate – velocità, freddezza, intelligenza – facevano di Caniggia più che un calciatore un cacciatore. Forse è per questo che il meglio di sé lo ha riservato all’Atalanta. La mitologia greca narra che “Atalanta”, il simbolo della società calcistica di Bergamo, fosse la dea della caccia, e che avesse sviluppato sin dai primi anni di vita questa sua attitudine; sia negli “spazi stretti”, uccidendo con l’arco i centauri Ileo e Reco che avevano tentato di stuprarla, sia in campo aperto cimentandosi con la caccia al cinghiale di Calidone, temibile antagonista di molti eroi greci, che riuscì a ferire per prima intestandosi gran parte dei meriti dell’impresa.

 

Ecco, lo stile di “caccia” di Caniggia era esattamente questo. Poteva far male sia avendo davanti a sé ampie porzioni di campo da aggredire con accelerazioni fulminee, sia trovandosi nell’area di rigore avversaria con la difesa schierata: e se non poteva essere servito, riusciva a scompaginare la linea difensiva creando spazi per gli accorrenti compagni. Nel Mondiale del ’90 Caniggia dimostrò coi fatti questa duplice attitudine segnando due reti di vitale importanza.

 

Oltre al già menzionato gol di Napoli nella semifinale – con un movimento in profondità “allunga” Ferri e induce all’errore Zenga –, negli ottavi aveva seguito con attenzione lo show di Maradona contro il Brasile: il Pibe de Oro se n’era partito in dribbling attirando a sé mezza squadra verde-oro sul centro-destra, e aveva servito Caniggia, nel frattempo posizionatosi intelligentemente sul lato debole, il centro-sinistra. Il numero 8, a quel punto solo davanti a Taffarel, lo scarta con una facilità estrema e segna il gol che vale la qualificazione ai quarti.

 

Claudio Caniggia

Mondiale 1990, qui impegnato contro i “Leoni indomabili” del Camerun, vera rivelazione di quel torneo (Photo Getty/ Mandatory Credit: Allsport UK /Allsport)

 

Dunque non solo talento calcistico, ma anche personalità da vendere (e spendere) nei momenti decisivi. Durante i 13 mesi di squalifica, che terminarono nel maggio del 1994, Caniggia non smise mai di allenarsi, e nonostante non avesse potuto giocare, il C.T. Alfio Basile, viste le sue notevoli condizioni di forma, lo convocò per il Mondiale americano.

 

Anche negli USA diede prova delle sue abilità: nella prima partita contro la Grecia partecipa al gol di Maradona, allargando la difesa avversaria con un movimento a uscire e creando così lo spazio per il sinistro di Diego; mentre nella sfida con la Nigeria è lui stesso ad entrare nel tabellino per ben due volte, di cui la seconda, su assist di Maradona, con un tocco delizioso d’interno destro che va a morire sotto l’incrocio dei pali.

 

L’Argentina poi pagò a caro prezzo la squalifica del suo numero 10 e venne eliminata negli ottavi dalla Romania di Hagi, ma a detta di molti quella formazione è stata l’albiceleste più forte di sempre, annoverando tra gli altri calciatori del calibro di Batistuta, Redondo, Simeone, Balbo, Chamot, Ruggeri.

 

Un’immagine che vale più di mille parole, direttamente da USA 94 (Photo by Michael Kunkel/Bongarts/Getty Images)

 

Oltre alle performance con la Nazionale – con cui collezionò 50 presenze (16 i gol) conquistando da protagonista la Copa America del 1991 e la Confederation Cup del 1992 – Caniggia ha girato molto per il mondo, testando la validità del suo calcio anche in Portogallo con la maglia del Benfica (‘94/’95) e in Scozia con quelle del Dundee e dei Rangers (dal 2000 al 2003): a Glasgow, in particolare, disputò alla soglia dei 35 anni due stagioni di altissimo profilo con successi di rilievo: un campionato scozzese, due Coppe di Scozia e due Coppe di Lega.

 

Un bottino che non lasciò indifferente il C.T. Marcelo Bielsa, che convocò Caniggia per il mondiale nippo-coreano del 2002, dove però l’attaccante non scese mai in campo. Nel mezzo ci furono anche due importanti ritorni: in patria, stavolta con il Boca Juniors per ricomporre la coppia con Maradona (che nel ’95 aveva scontato la squalifica per l’efedrina del ’94); e nel 1999 a Bergamo con la sua Atalanta (per amore della Dea accettò di giocare in Serie B).

 

Maggio 2002: a 35 anni Caniggia è protagonista in un derby contro il Celtic (Foto Laurence Griffiths/Getty Images)

 

Ma la sua vita non è stata solo rose e fiori. Tre anni dopo la squalifica del ’93 e tutte le polemiche che ne seguirono, Caniggia dovette affrontare il suicidio della madre Nélida Tomasa Iglesias che nel 1996 ad Henderson (città natale di Claudio), in preda a una crisi depressiva decise di farla finita, gettandosi nel vuoto dal quinto piano all’età di sessant’anni. All’epoca molti attribuirono al conflittuale rapporto con la nuora Mariana Nannis – l’ex moglie di Claudio che ancora oggi non gli risparmia dichiarazioni al veleno, colpevole di averle sempre negato un normale rapporto con i nipoti –, l’aggravarsi dei disturbi mentali che affliggevano Nélida sin dalla giovane età.

 

Insomma, nonostante questa travagliata vita privata e il controverso matrimonio con Mariana, durato dal 1988 al 2019, nonché la perdita in giovane età della cara mamma, Caniggia è riuscito per tutta la sua carriera, terminata in Qatar nel 2012, a preservare la passione per il calcio e a mantenere sempre un rendimento di alto livello, al di là di qualche fisiologica intemperanza extra-calcio. Certo, in Italia non è passato alla storia come altri (se non per un ricordo negativo) ma parliamo di un grande talento che si è sempre rimesso in gioco tenendo fede, anche lui, a quel sacro principio sancito dall’amico Maradona: “Quando sei in campo, la vita sparisce”.