Sono cresciuto, e fortunatamente non formato, in uno di quei licei in cui una solidarietà fatta di parole ed interpretazioni talebane e sui generis di De Andrè venivano imposte come cultura ufficiale. Uno di quei licei che, tra chi era acceso da un barlume di cinismo, veniva definito cattocomunista. Perché solo cattocomunista può essere un liceo che sconsiglia calorosamente ad un docente di religione di far vedere ai suoi allievi un film su Pier Paolo Pasolini.

 

 

Sull’anacronismo dell’Italia e della sua cultura popolare già si è scritto su queste pagine – vedasi il tormentone estivo ‘Una Vita da Bomber’ – ma urge ribadirlo: non siamo mai usciti dal ‘68, quello peggiore, ça va sans dire; cioè quello che univa a vaghe e confuse istanze di matrice comunista velleità francescane di provincia. Insomma, quel ‘68 fatto di chitarrine acustiche, fiaccolate fini a sé stesse, morigeratezza di circostanza, ed ancora fiaccolate.

 

 

Chi avrebbe potuto immaginare che la forma mentis di questa Italia di per sé onesta ma macchiettistica – contro cui lo stesso Pasolini si scagliava, prima che scagliassero lui fuori da un’automobile sul lungomare di Ostia – sarebbe diventata quella del pensiero globale contemporaneo. Ciò che invece si può immaginare è che Claudio Marchisio si sia formato in un ambiente simile, fatto non da escludere considerati i pochi chilometri che, seppur ad anni di distanza, separano i natali del calciatore da quelli di chi scrive.

 

Il Principino Marchisio infatti è uno che se solo non fosse stato bravo, ed anche molto, con i piedi, avrebbe avuto davanti a sé una straordinaria carriera da parroco, Bergogliano ovviamente.

 

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Claudio Marchisio con la maglia celebrativa utilizzata in Juventus vs Benevento del 2017 (foto di Tullio M. Puglia/Getty Images)

 

 

Forte dei suoi 4,8 milioni di followers su Instagram e di una bella presenza sabauda – come sarebbe stato bene in divisa da generale di Vittorio Emanuele ne Il GattopardoMarchisio ha saputo reinventarsi come figura pubblica dopo aver appeso le scarpe al chiodo. Attivamente ed orgogliosamente schierato in una pletora di battaglie sociali, negli ultimi anni Marchisio è stato più volte al centro della cronaca in seguito alle polemiche social che prontamente deflagrano ogni qual volta l’ex capitano bianconero esprime il suo giusto, ma per questo non meno moralizzante, disappunto su tematiche che variano dai naufragi nel Mediterraneo all’ecologismo.

 

 

Se la Panini facesse mai una collezione di figurine delle battaglie del progressista contemporaneo, ci sarebbe da stare certi che il nostro avrebbe tanti ‘celo’ e nessun ‘manca’. Cerbero del politicamente corretto, attivista, imprenditore e uomo immagine, il torinese è il perfetto poster boy ideale della Juventus, società così attenta alla sua rappresentazione su uno scenario internazionale da dimenticare le proprie radici. Una visione di calcio imprenditoriale lungimirante in un calcio italiano che, tuttora, arranca sotto questa prospettiva rispetto alla controparte inglese.

 

 

D’altronde, un top club europeo le cui maglie vengono indistintamente acquistate a Torino come a Pechino o New York ha bisogno di un portavoce all’altezza delle visioni globaliste e globalizzate della società che la Juventus ambisce essere. Certo il contrasto ossimorico tra gli ideali solidali dell’ex calciatore e le sue molteplici attività imprenditoriali – tra cui si annoverano ristoranti fusion, un’agenzia di comunicazione che gestisce l’immagine di diversi calciatori tra cui Buffon e Pjanic e, ciliegina sulla torta, un ruolo da brand ambassador nel mondo della finanza per Avvero, satellite di Credem – può lasciare il lettore perplesso.

 

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Stella della Juventus, dentro e fuori dal campo (foto di Valerio Pennicino – Juventus FC/Juventus FC via Getty Images)

 

 

Così come ad aver lasciato perplessi molti è stata la coesistenza delle (piuttosto retoriche) scuse social rivolte da Marchisio verso il piccolo Joseph deceduto in mare durante l’estate ed un selfie vacanziero, sempre in mare aperto, scattato su un opulento yacht. Contrasto stridente che, con ironia, è stato sottolineato anche da parte di Franco Nerozzi. Già giornalista Rai e fondatore di Populi – onlus che si adopera per la difesa e l’aiuto della minoranza etnica dei Karen nel Myanmar – Nerozzi, prontamente etichettato come ‘odiatore’ da Marchisio, invitava l’ex bianconero a farsi promotore di una solidarietà attiva e slegata dalla retorica e dai doppi fini delle multinazionali che, con il tragico fenomeno delle migrazioni, fanno buon viso a cattivo gioco.

 

 

Tutta la confusione e superficialità di circostanza delle seppur buone intenzioni di Marchisio possono essere lette nelle accuse rivolte dal Principino al calcio contemporaneo, e scritte (o dettate) nella sua biografia Il Mio Terzo Tempo.

 

“I problemi del calcio sono gli stessi del mondo. In campo si ripercuotono tutti i mali della società. Il razzismo, le differenze di genere, le discriminazioni. È diventato una grande industria: è inevitabile che si perda la passione che si avvertiva nelle discussioni al bar.”

 

Concordiamo con Marchisio che l’entusiasmo del calcio da bar sport è oggi archiviato nei massimi campionati europei, ma proprio come conseguenza del calcio tutto marketing e strizzate d’occhio globali di cui lui si fa portavoce.

 

Il Mio Terzo Tempo è un libro virtuoso strappa lacrime e facili applausi che, nella sua pomposità ricca di dichiarazioni modello ma priva di contenuti, si candida ad essere il Libro Cuore del nuovo millennio, forse solo secondo ad un romanzo di Gramellini. A quelle dell’opus letteraria sono seguite altre dichiarazioni quali «Nessun mio compagno mi ha mai detto di essere gay, ma non è vero che negli spogliatoi non se ne parli», «Uscire dagli schemi è difficile. Per fortuna c’è il calcio femminile», ed ancora «Garantire la sicurezza significa eliminare certe disuguaglianze, far rispettare le leggi, sostenere il lavoro delle forze dell’ordine, creare voglia di legalità».

 

 

Come poi non menzionare l’accostamento dei bombardamenti turchi in Siria ad un estratto del Diario di Anna Frank, o quello di un post sul cambiamento climatico ad una strizzata d’occhio a Slow Food. Verrebbe quasi spontaneo aggiungere che “I neri hanno il ritmo nel sangue,” e che “Raffaella Carrà è sempre una bella donna,” se solo non si rischiasse di incappare nella serietà moralizzante del Principino.

 

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Il ritorno a Torino del Principe, nel 2018 (foto di Daniele Badolato – Juventus FC/Juventus FC via Getty Images)

 

 

Con buona pace da parte nostra, questo è il paradigma dello sportivo virtuoso del nuovo millennio. Imprenditore dalle molteplici prese di posizione social(i), più prodotto che figlio del calcio-industria fatto di slogan tanto progressisti quanto concretamente vacui, quali le toppe contro il razzismo, il mito culturale del fair play e le bandierine arcobaleno ai corner.

 

 

Marchisio penna ospite dell’edizione sabauda del Corriere della Sera, con buona pace di tanti giovani, e critici, giornalisti. Marchisio e le sue parole tanto splendide quanto istituzionali, che rimbombano come gli echi dei passi nei corridoi vuoti e maestosi dei palazzi del potere, in cui frasi simili si sprecano quotidianamente senza mai essere seguite da fatti. D’altronde il pragmatismo è cosa lontana dal manierismo dei salotti, è attributo da ‘odiatori’, come suggerirebbe il nostro.

 

Un attivismo da hashtag quello del Marchisio in posa in una democratica t-shirt bianca con un cartello che riporta la scritta #WithRefugees, idealista ribelle intrappolato negli schemi dei ready-made della comunicazione, in cui, comunque, l’ex calciatore sguazza agevolmente.

 

Così tra una marchetta (pardon, oggi si chiamano ‘sponsorizzate’) per gli spazzolini elettrici ed un’ostensione dell’opulento stile di vita, l’ex bianconero trova spazio per denunciare l’aggressione ad un rider, piuttosto che le controversie delle condizioni lavorative a cui sono costretti gli stessi. D’altronde un imprenditore non ha tempo per il sindacalismo, al massimo per le grandi battaglie sovrastrutturali del progressismo moderno. Alla faccia del centenario del PCI.

 

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Con la maglia dello Zenit (foto di Epsilon/Getty Images)

 

 

Ad ogni modo, checché uno abbia da ridire, gli ideali che muovono Marchisio sono alti, nobili, e quasi verrebbe da stringergli la mano, complimentandosi per la larghezza di vedute nonostante la condizione sociale privilegiata. Chi, timidamente, vorrebbe ora far notare che l’altruismo del Principino sembri però quasi puzzare, come a suggerire che basta un poco di intuito per intuire la circostanza opportunista di certe posizioni, sbaglia.

 

Sbaglia perché il ritornello del comunista col Rolex è popolare ma non persuade, perché all’uomo del popolo che intuisce, protesta ma non argomenta, il mondo dei Marchisio, cioè quello istituzionale, astuto, celermente lo mette all’angolo, annichilendolo con altrettanti ritornelli (si veda il termine ‘odiatore’), di circostanza come la loro benevolenza.

 

C’è urgenza, dunque, se si vuole avere voce in capitolo di fare come Tom Wolfe, pilastro del giornalismo statunitense che nelle stesse pagine simultaneamente coniò e distrusse il concetto di Radical Chic, mostrandone tutto il suo caritatevole opportunismo. Gloriosi i tempi in cui il giornalismo era perno attivo della cultura e non accessorio passivo dei social media, tempi in cui si poteva instaurare un dialogo senza esclusione di colpi, ironico ma rispettoso tra le parti che, sebbene più radicalizzate di ora, parevano più democratiche nell’accogliere le istanze altrui.

 

 

Ad onor del vero il Principino ha instaurato un dialogo con Nerozzi, inaugurandolo con la saccenza del discepolo di Casa Agnelli e concludendolo con la coda tra le gambe dell’influencer tronfio. Un atteggiamento, nei fatti, opposto a quello predicato in un’intervista per Lifegate, in cui l’ex azzurro si dichiarava felice di aiutare a sensibilizzare il popolo del web “anche a costo di ricevere critiche”.

 

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Tanto forte coi piedi, quanto scontato con le parole (foto di Valerio Pennicino/Getty Images)

 

 

Non si taccia dunque chi scrive di essere reazionario, tantomeno di essere poco sensibile alle tematiche umanitarie e sociali di cui sopra. La figura di Marchisio, così come le sue prese di posizione, risultano farlocche, accessori di classe in assenza di lotta di classe. Se in passato, come denunciava con ineguagliabile sagacia Wolfe, l’upper class americana faceva a gara ad ospitare nei propri salotti i membri delle Black Panthers in una vanesia gara di solidarietà, così nella collina torinese, novella Manhattan bianconera, tra Marchisio e Litizzetto – e non pervenuto ed alienato Ronaldo – si replica con nuove tematiche socio-politiche.

 

Marchisio sembra ricordarci il torinese bene interpretato da Jean Louis Trentinian e sagacemente dipinto da Luigi Comencini ne ‘La Donna della Domenica’. Personaggio che, nonostante la villa in collina, fa gran e sterile virtù del suo preferire le popolari Nazionali alle Marlboro, il trasporto a piedi rispetto alla Aston Martin, davanti ad un alquanto stupito Mastroianni poliziotto popolano.

 

Sempre per tenersi alla larga da luoghi comuni e frasi fatte, che spopolano sul terreno dei social tanto caro a Marchisio, chi scrive si tiene ben lungi dal suggerire che lo sportivo debba scindere la sua figura pubblica dalla militanza politica. Tutt’altro, su queste colonne si sono spesso tessute le lodi di calciatori come Vendrame o Sollier che hanno difeso strenuamente, lontano dalla luce dei riflettori, un ideale politico, andando controcorrente in tempi in cui l’impegno politico non era un lodevole accessorio avallato dallo status quo, ma poteva far perdere il posto di lavoro. E più in generale si sono raccontate le storie dei “giusti dello sport”, di chi come Tommie Smith e John Carlos ha pagato a caro prezzo battaglie e prese di posizione.

 

 

Pensando a Marchisio non si può che pensare a Marcus Rashford del Manchester United ed al suo impegno concreto, ed in prima linea, per il miglioramento dell’alimentazione di studenti e famiglie britanniche meno abbienti. Impegno che, oltre ad aver messo in luce il cattivo operato del governo di Sua Maestà nella gestione degli appalti per la distribuzione dei pasti scolastici gratuiti, è anche valso all’attaccante inglese l’onorificenza di MBE, Member of the British Empire. Insomma, dai social ai fatti, paese che vai, calciatori che trovi.