Ho iniziato a guardare Cobra Kai lo stesso giorno in cui è stata data la notizia della morte di Willy, nelle stesse ore in cui decine di voci giornalistiche si sollevavano contro la violenza di alcune scuole di arti marziali. Con la stessa solerzia, federazioni annunciavano di aver radiato dai propri albi i presunti responsabili mentre istruttori, palestre, gruppi, maestri, si affollavano come i mercanti al tempio per raccontare che quello che è successo a Colleferro non ha niente a che fare con le arti marziali.

 

Quelli erano Cobra Kai, bulli di provincia sedotti da un modello di potere e di vita che ha solo il sapore dell’illusione. Per questo vedere di nuovo Johnny e Daniel sullo schermo, quarant’anni più tardi e in quelle stesse ore, ha avuto il sapore di una strana epifania. Perché chiunque ha mai calcato un tatami, o un ring, o una gabbia, grattugiandoci sopra un pezzetto della propria carne, è stato un po’ Johnny e un po’ Daniel.

 

Lo sguardo dei fratelli Bianchi parla per loro

 

Johnny è passato troppo in fretta dall’età in cui si dice ʺun giorno farò cosìʺ all’età in cui si dice ʺè andata cosiʺ. Non ha smartphone, né un computer, veste scoloriti Roy Rogers, guarda Iron Eagle, pensa che alla Casa Bianca ci sia ancora Ronald Reagan, lavora come tuttofare edile e la sua unica compagnia sono i ricordi di un amore che se n’è andato e un conclamato disprezzo per un mondo che non riesce a capire. Quello di adolescenti che sanno tutto sul rispetto delle identità di genere ma che non sono capaci ad avere relazioni più vere di quelle virtuali, incapaci ad approcciare una ragazza, ascoltare le ragioni altrui senza sentirsi offesi, invisibili meteore di un cielo senza più stelle. Proprio come Johnny, quella promessa del liceo di cui non è rimasto che un trofeo impolverato nella bacheca dei ricordi a negare l’idea che i vincenti si riconoscono alla partenza.

 

La vita per Johnny si è fermata al 1984, tutto dopo quella data ha perso sapore; i sogni hanno la stessa consistenza dei granelli di sabbia di una clessidra che non accenna a fermare la caduta. Ad un certo momento ti ritrovi padre, compagno di una donna che abusa di farmaci e con la testa a quell’unico amore che se ne è andato con la tua gioventù. Daniel sembra invece aver vinto: imprenditore, completi con cravatte, una bella moglie, due figli, villa con piscina, la vita sembra essere stata tutta in discesa. Eppure anche lui un giorno si accorge di sentirsi spento e capisce di aver sacrificato sull’altare del successo la memoria del maestro Miyagi. Sia Johnny che Daniel decidono allora di riappropriarsi di ciò che più ha dato un senso alla loro esistenza, nel bene e nel male, e riprendere a tessere la trama di una tela interrotta. Rifacciamolo, ma facciamolo meglio.

 

Non possiamo nasconderci dietro all’ipocrisia perché tutti noi praticanti di arti marziali, chi più e chi meno, maneggiamo strumenti che hanno alla base l’uso della violenza e dobbiamo accettare anche il peso di una certa responsabilità individuale. Quella violenza esiste: la perfezioniamo, la modelliamo, la dominiamo, ed essa permane. Quando le arti marziali giunsero in Europa ed iniziarono a diffondersi presso il pubblico negli gli anni ’60, una certa contiguità tra ambienti dell’eversione e della criminalità comune esistette e perdurò a lungo. Il fascino esercitato da una deviata concezione del corpo, della violenza, della disciplina, del misticismo orientale in una copula terribile con ambienti sociali poveri e degradati. Qualcuno ne usciva grazie all’arte marziale, qualcun altro ne restava succube proprio per l’arte marziale. Ne ho conosciuti tanti di questi personaggi, alcuni decisamente caricaturali, altri in fondo brav’uomini con le loro piccole manie, qualcuno davvero pericoloso. Sono stato altrettanto fortunato da aver trovato chi ha saputo proteggermi, farmi sentire l’odore della merda senza per questo doverla calpestare.

 

Johnny e l’ombra dei suoi rimpianti

 

I giapponesi vollero risolvere questo dilemma sublimando la violenza all’estetica, alla ricerca della perfezione del gesto, snaturandone il fine ultimo in favore della conformazione sociale ed emotiva, della costruzione del Sé. Nondimeno, negare quella violenza significa negare la natura, proprio come quando si forzano le radici di un albero affinché diventi un bonsai. Ho trascorso anni della mia vita a visualizzare mentalmente, ad ogni taglio dello iaitō, il monouchi della lama uccidere un nemico immaginario. Ascolto il fischio della lama che fende l’aria per capire se avessi potuto aprire il collo quel tanto che basta a recidere la giugulare e la trachea, fendere l’arteria femorale, resecare i polsi, i tendini, infilzarlo nel tronco ponendo attenzione alla giusta angolatura della spada per evitare che la lama non si possa sfilare, infine decapitarlo. Immagini di morte che pedissequamente si affacciano chiare nella mia testa e si ripetono ossessivamente uguali a se stesse nei tamashigiri o nei kumi tachi, senza compiacimento morboso o turbamento alcuno.

 

Un taglio, un morto. Un taglio, un morto. Un taglio, un morto. Nei kata in coppia chi attacca mira al bersaglio reale (testa, tronco, polsi, fianchi, ecc.), chi si difende risponde sulla spada per mantenere una distanza di sicurezza in ogni azione. Ma questo non significa che uno spadaccino esperto non possa farti male e metterti sotto pressione. E la sensazione è terribile, è come soffocare, stritolato da un serpente senza forma umana, uno sguardo che può essere vitreo, spento e vuoto come quello degli squali, o con occhi di brace come quelli di Caronte. Metsuke. Uno dei miei maestri di spada è un vecchio giapponese cresciuto nel secondo dopoguerra, parte di quella generazione giunta a maturazione sotto le bombe e divorata dall’anomia e dall’angoscia.

 

Ha occhi piccoli e spenti, parla flebilmente, mani da pianista o da artista che si muovono sulla spada come quelle di un pittore sulla tela. L’ho visto eseguire il kata del kaishakunin, cioè la persona incaricata di decapitare il samurai che si uccide durante il rituale del seppuku. I giapponesi di una certa età sono sempre restii a dimostrare quella forma, un po’ per elitismo un po’ per vergogna. Fu una dimostrazione quasi irreale, sospesa, si aveva la percezione che la morte fosse nella stanza seduta accanto a noi. Al tempo stesso però, quei gesti possedevano la potenza di una strana forma di bellezza, di perfetta armonia tra corpo e spada che culminava in un largo sorriso.

 

A che serve combattere, quando sai sorridere?

 

L’antico rito del seppuku

 

Non esistono arti marziali buone o cattive, esistono solo persone che vivono come viene loro insegnato. Nelle periferie, ne ha salvati di più la boxe che le politiche sociali dei municipi. Ma i cattivi maestri esistono e non è facile trovarsi davanti al proprio John Kreese, come succede a Johnny, ed essere in grado di dire di no, perché quell’uomo ti ha tirato fuori dal buco cencioso in cui ti ha trovato, ti ha allattato al seno della sua disciplina dandoti uno scopo, diventando la cosa più simile ad un secondo padre che tu possa avere. Ma come in ogni rapporto padre-figlio, anche quello mentore-allievo può essere sano o malato e quando te ne accorgi può essere troppo tardi. Il mio maestro beveva e ne aveva tutte le ragioni, ogni sera aveva bisogno di dimenticare e non pensare ma nel farlo capitava abbastanza spesso che si trascinasse dietro alcuni di noi. Erano serate divertenti, ti sentivi più grande, parte di un gruppo, ma c’era sempre quella sgradevole sensazione di paura a comprimerti lo sterno e a raffreddarti gli arti.

 

Perché ogni tanto poteva succedere che qualche parola di più diventasse una provocazione di troppo, uno sciocco atto di sfida che poteva concludersi con qualcuno per terra e qualcun altro in caserma. Dov’era l’arte marziale? Dov’era la compassione, la gentilezza, dov’era, soprattutto, l’onore? Dove si era smarrito il Bushidō (Via del Guerriero)? In quale momento si era smesso di essere cavalieri per diventare soldataglia? Non bisogna nascondersi, ci sono momenti in cui nelle arti marziali e negli sport da combattimento si può subire la vertigine del Cobra Kai. Io me ne accorsi perché, ad un certo momento, sentii di aver smarrito la bellezza in ciò che facevo. Mi recai con altre cinture nere in una storica palestra di una periferia per un allenamento congiunto con i padroni di casa; capii troppo tardi che quello era un kakidameshi, una sfida tra scuole come avvenivano ad Okinawa nel secondo dopoguerra. E proprio come laggiù, dietro alla cortesia degli inchini e alla mascherata di un regolare arbitraggio, in quell’afoso sotterraneo ci incattivimmo.

 

Durante i primi combattimenti il contatto eccessivo fu sanzionato, poi accettato, infine incitato. Continuai a partecipare a quei brutali allenamenti per diversi mesi cedendo all’attrazione dell’adrenalina, finché compresi che non ce la facevo più, che non mi piaceva, che non stavo crescendo ma solo imbruttendomi, e decisi di non andare più. Persi così la supponenza che mi legava ad una manichea distinzione tra giusto e sbagliato. Nella vita esiste solo ciò che è bello e ciò che è brutto. Questa è la vera lotta, il conflitto tra il bello e il brutto perché buono e cattivo sono come bianco e nero, stingono nel grigio. La ricerca della bellezza nel gesto marziale, la sua perfezione, funzionano solo quando il nostro spirito è in armonia con la vita. Altrimenti di quel gesto non rimarrà che il suo aspetto visuale, bestiale. Per salire sul ring, entrare nella gabbia, calcare il tatami, ci vuole coraggio e chiunque è in grado di farlo merita rispetto perché, alla fine, lì sopra sei da solo. Non c’è proiezione più sincera della vita che quella di un quadrato dove si fa a pugni; nondimeno è lì che si trova una bellezza che nutre lo spirito e a sua volta si nutre di rispetto ed onore.

 

Impara a combattere, così non dovrai mai farlo.

 

La panoramica di una scuola italiana di karate negli anni 70

 

Nondimeno, il cattivo maestro non è soltanto chi pecca per dolo ma anche per negligenza, per mancata vigilanza o per superbia, inducendo falsa sicurezza. Crescere un giovane senza onore è un dolo, non accorgersi di stare armando una testa calda o fare finta di niente è l’ignavia di cui si nutre il male. Altrettanto fa la superbia, quella di istruttori che insegnano tecniche di disarmo o di ʺauto-difesaʺ suicide, vendendo una bugia come una calda verità, instillando nei propri allievi una convinzione che nel migliore dei casi li farà apparire degli imbecilli, nel peggiore delle vittime.

 

Chi insegna ha la responsabilità di evitare ai propri studenti gli errori commessi in passato. Tutti siamo stati tentati dal Cobra Kai almeno una volta, perché tutti siamo un po’ Johnny e un po’ Daniel. Mi sono rotto il naso, qualche costola, la piastra sternale, lussato le dita, lesionato le nocche, assorbito microfratture alle tibie e al collo del piede, esaurito la cartilagine nelle ginocchia, incassato la mandibola, per poco ho evitato le orecchie a cavolfiore, ma ogni volta che mi alzo dal letto la mattina la schiena mi costringe a movimenti piccoli, brevi, e a fare allungamenti. Cosa rimane di tutto quel sudore, dei lividi, delle ossa rotte, della fatica? La consapevolezza della sostanziale differenza tra non avere pietà e non avere onore.

 

These things that have comforted me, I drive away/
This place that is my home I cannot stay/
My only faith’s in the broken bones and bruises I display/
Have you ever seen a one-legged man trying to dance his way free?/
If you’ve ever seen a one-legged man then you’ve seen me/
Tell me friend, can you ask for anything more?

 


 

Munenori è lo pseudonimo dell’autore di queste riflessioni. Pratica arti marziali da vent’anni e ha studiato il karate, il judō, il Gracie jiu-jitsu, il kendō e lo iaidō.