Il mondo del calcio, non so nelle altre nazioni, ma sicuramente in Italia, è vittima di una delle mentalità fra le più conservatrici in assoluto. Mentre gli altri sport, come basket, baseball o rugby si sono adeguati subito – e con subito intendo ai tempi della signora Thatcher – alle possibilità tecnologiche, migliorando di molto la governabilità del gioco, il football si è arroccato su posizioni in apparenza romantiche, in realtà rispondenti a logiche di potere.

 

Conservare l’anima del calcio è un dovere, imbalsamarlo fra le polemiche in un gioco delle parti senza soluzione di continuità sarebbe un vero peccato. Come per tutti gli altri sport – basti pensare alla struttura delle mazze da golf o nei bastoni da hockey, per non parlare dei tessuti per le scarpe da corsa e per i costumi anti-attrito dei nuotatori – nessuno d’altra parte ha avuto nulla da eccepire sull’utilizzo di nuovi materiali che hanno migliorato le performance degli sportivi: scarpini tecnologici e maglie in materiali nuovi.

 

Fosse per me, torneremmo a giocare in maniche di camicia. Ma non voglio parlare di costumi idrorepellenti, di biomeccanica muscolare o tecnologie antidoping, non sono nemmeno un fanatico della tecnologia tout court, che anzi, tollero malinconicamente, ma, sic stantibus rebus, bisogna fare pace col cervello e decidere se si vuole amare il football o lambiccarsi con uno sport bellissimo e nobile, ma che non esiste più, per il semplice fatto che non esistono più i galantuomini che lo giocarono.

 

L’oggetto in questione, vero pomo della discordia, è il Video Assistant Referee, volgarmente VAR che nel rugby si chiama Television Match Officer – e già la differenza lessicale è indicativa della mentalità.

 

Veniamo al dunque. Ho sempre stimato la professionalità di Pierluigi Collina, oggi ex direttore di gara, durante tutta la sua carriera professionale e ho continuato ad apprezzarlo anche in seguito. Per esempio quando, introdotta la tecnologia, nell’agosto 2018 aveva dichiarato: «Vorrei che l’arbitraggio fosse più reattivo ai cambiamenti del calcio in modo da adeguarsi più velocemente».

 

Quindi l’arbitraggio avrebbe dovuto adeguarsi, come lecito attendersi, ai cambiamenti. Anzi, riteneva impossibile un futuro nel calcio senza VAR: «Credo proprio di no, anche perché la gente non capirebbe. Viviamo in un’epoca in cui tutto quello che facciamo si basa sull’uso della tecnologia. Abbiamo provato anni fa a diminuire gli errori con l’occhio umano, con gli arbitri di porta, ma allora la tecnologia non permetteva la precisione di oggi. E continua a migliorare. Prima del Mondiale siamo passati da una valutazione in 2D del fuorigioco ad una in 3D, indispensabile per valutare con più precisione la posizione di un piede rispetto ad una testa».

 

Ragione in più per cui, questa volta, sono stupito e amareggiato della disinvoltura con cui lo stesso Collina si esprime nell’intervista alla Gazzetta dello sport in occasione del suo sessantesimo genetliaco, esprimendo un concetto devastante. Fra i tanti temi affrontati nell’intervista, oltre alla sua passata fede calcistica di cui ci importa un fico, quello del VAR. Queste le sue parole alla precisa domanda: “La Var aiuta a decidere più in fretta?”:

«L’arbitro deve decidere come se la tecnologia non esistesse. L’obiettivo è non averne bisogno perché le decisioni sono corrette ed è per questo che lavoriamo attraverso la preparazione. Poi lui sa che esiste un paracadute che può correggere un errore, anche se l’errore resta: magari voi giornalisti lo dimenticate, ma chi giudica l’arbitro no».

 

VAR Inghilterra Premier League

In Inghilterra la VAR è vissuta semplicemente come un’assurdità (foto Harding/Getty Images)

 

L’arbitro deve decidere come se la tecnologia non esistesse? Non ci siamo. La tecnologia non deve essere un paracadute in determinati casi a discrezione dell’arbitro, magari riservandosi modifiche opinabili di anno in anno, come del resto sta accadendo. Il motivo principale per cui è stata introdotta la tecnologia è ridurre al minimo gli errori, e anche gli “errori” come la fantomatica “sudditanza arbitrale”. O forse ci siamo già scordati di Calciopoli?

 

Abbiamo visto in campo e vedremo sempre grandi campioni, magari non grandi uomini, magari persino degli scapestrati, li abbiamo seguiti con o senza la tecnologia, e abbiamo visto giocatori meno dotati, abbiamo seguito anche loro. Noi che amiamo questo sport, amiamo l’atleta per le emozioni e l’adrenalina che ci sa trasferire con il gesto atletico, la sua grinta, la sua fatica e soprattutto la sua passione. Con o senza la tecnologia.

 

Ad ogni buon conto, non è previsto in alcun modo che, nel football, il referee sia la star. Forse questo è un concetto poco chiaro nella mente della classe arbitrale. Il ruolo dell’arbitro non è fare lo spettacolo, ma favorirlo, non è pilotare la partita per fare in modo che il risultato sia giusto secondo il proprio metro di giudizio, o che vinca chi ha meritato. Perché il calcio è bello per questo: a volte vince chi non merita, magari per un colpo di fortuna, e a volte perde la squadra sulla carta più forte, perché i partenti sconfitti hanno sputato sangue ad ogni centimetro come “organismo” squadra, scatenando un surplus di agonismo che non equivale alla somma delle parti.

 

Qui entra in gioco il VAR. Proprio qui, come il lupo della favola, questo antieroe ha rovinato la festa all’arbitro showman, rendendo non più discrezionale la conduzione della gara.

 

L’arbitro, come il prete a Messa, deve cercare di essere invisibile. L’arbitro deve controllare che le regole del football vengano rispettate, sanzionare le eventuali infrazioni, fare in modo che il cronometro sia un fatto oggettivo e non un fuso variabile, e, contemporaneamente, assicurarsi che qualche scalmanato non la butti in rissa. Stop. Pare invece che, con il passare dei decenni, l’arbitro, come il prete a Messa si è messo al posto di Dio, si sia messo in testa di essere il deus ex machina da riverire, il protagonista dello show, senza il quale tutti noi saremmo delle vedove disperate, private dell’amor sportivo domenicale, sabbatico e infrasettimanale. Una cosa è certa e dovrebbe essere assodata: non pagheremo mai il biglietto per vedere l’arbitro (a meno che non fondiate un club di calciatori ex arbitri, e anche così nutro delle perplessità).

 

Qui entra in gioco il VAR. Proprio qui, come il lupo della favola, questo antieroe ha rovinato la festa all’arbitro showman, rendendo non più discrezionale la conduzione della gara. Il fatto cruciale, il re nudo, che nessuno vuol vedere, o che tutti si ostinano a non guardare, è che con il VAR l’arbitro in campo deve essere un esecutore, perché la tecnologia vedrà sempre prima e meglio dell’uomo in campo quanto accade nell’incontro. Ne consegue che il referee deve sì arbitrare al meglio, ma deve dipendere gerarchicamente dal “varista” (cosa semplicissima proprio grazie alla tecnologia e agli auricolari wifi) e non viceversa, altrimenti accade una cosa curiosa: il VAR diventa superfluo.

 

Anche il VAR è diventato discrezionale. Per cui accade che si sbagli, tanto e quanto prima, anche con la tecnologia. La logica conseguenza di ciò è che i tifosi hanno già cominciato a pensare che sia tutto uguale a prima. Anzi peggio, ergo meglio levarlo questo intruso che tanto spesso sporca, spezzandola, la nostra gioia per il gol con inutili ritardi e perdite di tempo. Nessun vero amante del football come inventato dai maestri inglesi potrà mai amare la tecnologia in campo. Così come non potremo mai amare il calcio moderno, in virtù della sua modernità. Amiamo il football in virtù della sua essenza, per ciò che è: il gioco più bello del mondo.

 

Non vogliamo pensare male. Non vogliamo dire che il VAR, così interpretato e applicato, dia fastidio a qualcuno, che proprio per ciò ne abbia volontariamente compromesso le potenzialità. Non ne abbiamo ovviamente prova. Anzi, questa cosa nemmeno la vogliamo pensare. Quello che vogliamo però dire è una cosa chiara: non si torna indietro. Il VAR non ci piace, il VAR non si tocca.