Tennis
27 Novembre 2023

La storia del tennis italiano si è rimessa in moto

47 anni dopo, l'Insalatiera torna in Italia.

L’Italia dello sport ha incastonato nella sua storia delle pietre miliari che ne scandiscono il tempo. La Coppa Davis del 1976 è senza dubbio una di queste. Una squadra di belli e ribelli, con i capelli lunghi, le maglie attillate e una voglia matta di vivere la vita, prima che il tennis. Proprio loro, Bertolucci, Barazzutti, Zugarelli e il divo Panatta, prodotti culturali e stilistici della rivoluzione giovanile del secondo dopoguerra, che erano andati a sfidare e battere il Cile di Pinochet nello Stadio Nazionale di Santiago del Cile. Attorno a quella squadra mitica, capitanata da Nicola Pietrangeli, è stato costruito un castello di immortalità non solo per le singolari condizioni politiche in cui si giocò questa sfida ma perché, per la prima volta, avevano portato l’Italia del tennis sul tetto del mondo.

Una generazione dorata, che sarebbe andata all’attacco dell’Insalatiera più famosa del tennis altre tre volte nei successivi quattro anni, fermandosi sempre all’atto finale. Sembrava che ormai il Bel Paese fosse anche un’isola felice fatta di terra rossa e scarpe bianche, invece l’apice è stato solo l’inizio della fine. Il tennis maschile azzurro ha conosciuto un lento, ma inesorabile, tracollo, che ci ha cancellato per decenni dalle mappe del tennis mondiale. La parentesi del 1998, con un’altra finale persa contro la Svezia, guidati da Nargiso e Gaudenzi (presidente ATP dal 2020), era stata solo un’illusione prontamente svelata un paio di anni dopo con la retrocessione nel secondo gruppo Mondiale per la prima volta nella nostra storia.

Quando le lancette, ieri sera, hanno fermato il tempo alle 20:30 hanno finalmente interrotto un conteggio lungo 47 anni.

Un tempo eterno nello sport che riecheggia nelle parole di Adriano Panatta, quando a caldo, negli studi RAI, ha dichiarato con il suo solito disarmante sarcasmo: «Sarò sincero, mi sono finalmente tolto un peso. Ora non mi chiameranno più». In questi 47 anni il tennis è cambiato moltissimo, le racchette in legno sono state sostituite da leghe metalliche futuristiche, le corde in budello naturale rimpiazzate da monofilamenti in poliestere che rilasciano le palline come se fossero sassi da delle fionde. Persino le palle da gioco si sono colorate di un giallo fluorescente, perdendo l’originale candore. E 47 anni ci sono voluti per ritrovare nel nostro tennis il talento.



E se il 1976 aveva in copertina i capelli da rock star di Adriano Panatta, la Coppa Davis del 2023 avrà la chioma aranciata e arruffata di Jannik Sinner. Era logico fosse così eppure non era scontato, se si ricordano le recenti, aspre critiche rivolte all’altoatesino a seguito della rinuncia alla Davis nel turno precedente. Jannik ci ha insegnato di tenere al tricolore, ai compagni, ma di farlo come ci si aspetta dai campioni, prendendo per mano la squadra e trascinandola alla vittoria nel momento adatto. Ai campioni si può concedere una programmazione differente, aspettandoli per le fasi finali, dove Sinner ha vinto ogni match giocato, doppi compresi.

«È una gioia per gli italiani che sono venuti fino a qui a Malaga, e per tutti quelli che stanno a casa e hanno tifato per noi. È una cosa grande. In questa stagione abbiamo sofferto, ma siamo una squadra unita, e ognuno di noi può sorridere di questo successo».

Jannik Sinner ai microfoni di Sky Sport.

Se Jannik è stata la stella, non è però con lui che si esaurisce il talento a disposizione di Filippo Volandri. Perché la Davis Cup è l’unica eccezione in cui uno sport quanto mai individualista si apre a un concetto, quello di squadra, che non si manifesta in alcun altro torneo di questo sport. Ecco che allora l’Insalatiera ha bisogno di grandi giocatori, ma uno non può bastare. L’Italia ha saputo finalmente costruire una squadra unita e di spessore che ha potuto beneficiare della classe di Lorenzo Musetti, la determinazione di Lorenzo Sonego – riscopertosi partner ideale di doppio per Sinner, la Sin&Son – l’esperienza di Simone Bolelli, il nostro veterano di riserva, che non è sceso in campo per le Finals ma è sempre stata la metà fondamentale del doppio azzurro.

E poi Matteo Arnaldi, il nome nuovo del ’23 italiano, lui che ha vinto, non senza tremare, in oltre due ore e mezza il punto fondamentale nella finale contro l’Australia. Un classe 2001, solo di qualche mese più esperto di Sinner e che, insieme al più giovane di un anno Muso, rappresenta un’ossatura destinata a regalarci altre soddisfazioni. A proposito di Matteo, non si può dimenticare Berrettini. Lui che a lungo è stato leader di questa squadra, ma che nell’ultimo anno è stato più che altro tifoso, sempre presente nelle tribune a incitare e stringere quel pugno che, a suon di ace, sappiamo appartenere alla sua mimica naturale.

«Grazie a tutta l’Italia che ci ha supportati. Abbiamo affrontato un miliardo di difficoltà ma ho sempre avuto il sostegno di tutti. Anche di Berrettini: da quando è arrivato abbiamo fatto ancora più famiglia. Arnaldi mi ha fatto passare le palle dell’inferno, ma cosa gli devi dire? Ha dentro qualcosa di non normale, si è ricordato anche di un paio di cose che gli sono state dette minacciandolo fisicamente…»

Filippo Volandri dopo la vittoria


In questi 47 anni purtroppo però è anche cambiata molto la Coppa Davis, e non si stupiranno i nostri nuovi moschettieri se a loro sarà riservato un trattamento diverso rispetto agli eroi del ’76, una gratitudine infinita ma priva di quella aurea di immortalità che era stata tributata ai giocatori di Pietrangeli. Il fatto è che la longa manus di Gerard Piqué ha voluto stravolgere il format dell’unica competizione per nazioni del tennis. Dal 2019 nel tentativo di renderla più televisiva, e quindi commerciale, la Coppa Davis non si gioca più al meglio dei 5 set come un tempo; i match per ogni turno sono solo tre, due singolari e un doppio, e non più cinque.

I turni si giocano in settimane prestabilite presso località elette, perdendo il fascino delle partite in casa e trasferta e le relative condizioni proibitive, da stadio, in cui questi incontri si disputavano. L’ha ricordato anche il capitano della squadra sconfitta, un Lleyton Hewitt piuttosto amareggiato, in conferenza stampa dopo la partita: «Non c’è più il fattore casa e non si gioca al meglio dei cinque set, quindi non è una cosa ideale. Si gioca su una superficie che onestamente mi ha stancato. Questa non è la Coppa Davis, che è una competizione che si gioca su diverse superfici. Sono cambiate molte cose».

Non possiamo che essere d’accordo con lui – che magari, questo sì, non avrebbe espresso le stesse considerazioni in caso di risultato differente, ma che sono le stesse di Adriano Panatta: «Io quella di oggi non la chiamo Davis, passatemi la battuta, la chiamo Coppa Lucilla». Oggi il torneo non ha più lo stesso appeal di una volta e il bagel rifilato da Sinner al povero De Minaur, che sarebbe comunque il dodicesimo giocatore al mondo, riflette la superiorità schiacciante dell’altoatesino in una finale che, per definizione, ci si aspetta più competitiva. L’aveva anticipato Panatta, con buona pace degli scaramantici, quando, dopo la conquista del primo punto di Arnaldi, aveva dichiarato sicuro:

«Abbiamo vinto ormai, Sinner prenderà De Minaur a pallate».

Detto fatto, Adriano. L’Australia, nazione dall’enorme tradizione seconda nel palmares con 28 titoli, non era forse l’avversario più accreditato per la vittoria finale. Già sabato sera infatti era maturata la sensazione che quella tra Serbia e Italia fosse la finale anticipata. E se c’è un’istantanea che conserveremo nel Museo del Foro Italico è certamente quella del match tra Sinner e il giocatore più vincente nella storia di questo sport, quando nel terzo e decisivo set Novak Djokovic si è trovato in vantaggio 5-4 e 0-40 sul servizio di Jannik. La forza del ragazzo di Sesto di risalire dal baratro, annullando 3 match point consecutivi a un 24 volte vincitore Slam, è una di quelle imprese che merita di rimanere impresse nella memoria collettiva.

In questi 47 anni di nulla o quasi però una luce c’è stata, sebbene troppo isolata per far risplendere tutta la nostra penisola. Il suo nome è Fabio Fognini, che per la maglia azzurra ha giocato in qualsiasi condizione e dando fondo a tutte le sue energie, come neanche in singolare. Per lui il sogno più grande – l’ha sempre detto – sarebbe stato vincere la Davis, e proprio l’ultima esclusione dalla squadra l’ha lasciato deluso e arrabbiato, con più di qualche dichiarazione al veleno rivolta a Volandri e ai vertici federali. Tra i festeggiamenti, il Presidente della Federtennis Angelo Binaghi non si è scordato però di lui:

«Voglio dedicare un pensiero a Fabio, non possiamo dimenticare quanto ha fatto per questa nazionale, anche quando non avevamo i campioni di oggi. Può dare un contributo importante all’ascesa del tennis italiano».

Angelo Binaghi su Fabio Fognini

E chissà se per beffa o destino, a qualche centinaio di chilometri da Malaga, città ospitante le Finali di Davis, proprio Fabio Fognini tornava alla vittoria nel Challenger di Valencia (torneo minore ma con un seeding di altissimo livello). L’ennesimo segnale di dipendenza tra il tennista ligure l’Italia del tennis.



Quindi Binaghi ha anche reso omaggio al capitano Volandri: «Ha prima di tutto creato un gruppo di amici anche contro il mio parere, io credo che debbano sempre giocare i più forti anche se fanno a cazzotti tra di loro. Se c’è un capitano però deve prendersi la sua responsabilità e andare fino in fondo. Questa Coppa Davis è stata vinta da un gruppo unico di amici». E non ha risparmiato una dedica, ma questa meno tenera, al presidente del CONI Giovanni Malagò, con cui da tempo va avanti una polemica a distanza:

«Un’altra dedica va anche a Giovanni Malagò, che in questi mesi non ha mai trovato il tempo di farci i complimenti. Da lui mai un elogio, che caduta di stile. Credo che ora il tempo lo troverà».

Angelo Binagji, presidente FITP

A onor del vero e per dovere di cronaca, bisogna ricordare poi che la Coppa Davis, come molte altre manifestazioni sportive per Nazioni, ha imposto l’esclusione della selezione russa. Una considerazione non secondaria se si considera che, con due giocatori tra i migliori 8 al mondo (Medvedev e Rublev), e il terzo (Khachanov) numero 15, parliamo probabilmente dela squadra più forte al mondo, e che non a caso ha trionfato nell’ultima edizione a cui ha potuto partecipare. Una postilla fondamentale che non vuole fare polemica e benché meno ridimensionare l’impresa azzurra, ma che lascia anche il rammarico di non aver potuto affrontare la selezione più forte del momento.

Ora comunque il percorso è tracciato, e la sensazione è che possa segnare un momento di svolta definitiva per il tennis azzurro. Uno sport che già aveva rimesso in moto la storia con i risultati di Matteo Berrettini, arrivato in finale slam dopo 45 anni e per la prima volta (per un italiano) a Wimbledon. Aspettando anche lui, sperando che torni a determinati livelli, ora la storia andrà scritta, come nel tennis a squadre, anche in quello individuale: sui trofei e negli albi d’oro. Lì, dove si gioca per la leggenda e dove il cronometro sta ancora continuando a correre dallo stesso punto, e per mano dello stesso uomo. Era sempre il 1976, era sempre Adriano Panatta, era il Roland Garros. Ora Jannik, ragazzi della Davis ’23: sblocchiamo le lancette anche lì. Senza fretta, ma qui aspettiamo lo Slam.

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E potrebbe durare molto a lungo.

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