Quello italiano è un popolo volubile. Un popolo che tende a esaltarsi e deprimersi con straordinaria facilità. Tratto caratteristico questo di una nazione che, come sosteneva Churchill, quando perde una guerra sembra aver perduto una partita di calcio e quando perde una partita di calcio sembra aver perduto una guerra. Per questo la vittoria sul Canada ci aveva fatto sperare. Ancora di più: quella del piccolo Giappone sulla grande Irlanda – specie di riedizione dello scontro biblico tra Davide e Golia – ci aveva fatto credere che forse allora anche nel rugby fossero possibili i miracoli. E invece no. E invece oggi ci svegliamo con addosso un punteggio tanto pesante che nessun giustificazionismo postumo riuscirà ad assolvere ed entrambi i piedi – di fatto – fuori dal Mondiale.

 

Puntare il dito contro questa Nazionale, oggi, è senz’altro facile. Più complessa, ma interessante, appare invece la ricerca delle ragioni di una mediocrità che ci condanna per l’ennesima volta all’esclusione dal torneo dopo il solo primo turno. Individuare con esattezza tali cause, una per una, non appare possibile. Si tratta certamente infatti di motivazioni varie e complesse, dipendenti da fattori diversi tra loro. Possiamo provare tuttavia ad individuarne alcune, tra le principali, senza appunto la pretesa di ricomprenderle tutte.

 

Capitan Parisse, i suoi compagni, l’inno di Mameli e l’attesa della guerra: peccato per come sia finita

 

Problema numero 1: gestione economica

 

Il 16 gennaio 1998 il Comitato ufficiale del Cinque Nazioni consgnò nelle mani dell’allora presidente della FIR, Giancarlo Dondi, l’invito di partecipazione al torneo destinato alla Nazionale italiana. Una data storica quella, culmine di un percorso lungo almeno un paio di decenni, costellato di sconfitte cocenti (i 70 punti rimediati dagli All Blacks all’esordio mondiale, nell’87) e imprese, al contrario, esaltanti (su tutti, il primo trionfo contro i maestri francesi, a Grenoble, dieci anni esatti dopo). Erano stati i tempi eroici delle maglie di cotone e del rugby amatoriale, degli allenamenti alla sera tardi e dei giocatori che debbono rinunciare a un Mondiale per impegni di lavoro. Erano stati gli anni della scuola francese (Fourcade, Villepreux, Coste), imboccata con decisione perchè più vicina per natura e cultura a quella italiana, soprattutto a paragone dell’alternativa anglosassone.

 

Oltre alla gloria, all’onore dell’essere stati ammessi con pieno merito ad un torneo antichissimo (fondato nel 1883) che per lungo tempo era parso invece irraggiungibile, cadde addosso al movimento una pioggia di liquidità senza precedenti. La semplice partecipazione al torneo, infatti, porta ogni anno alla FIR una cifra che si aggira attorno ai diciotto milioni di euro, senza contare poi tutto l’indotto derivante da sponsorizzazioni, biglietteria e quant’altro. La FIR passò in fretta (forse troppo) dall’essere una federazione sostanzialmente povera alla seconda più ricca del Paese, alle spalle della sola FIGC. Ora, senza addentrarsi in un discorso necessariamente spinoso e politico, basti dire che quei soldi non sempre paiono essere stati investiti nella maniera migliore, con una base che è rimasta povera (si pensi alle difficoltà economiche in cui si dibatte da tempo una società storica come L’Aquila) e la cui situazione stride con notizie quali le trattative (poi sfumate) per l’acquisto da parte della stessa FIR di una nuova sede di rappresentanza, un palazzo storico da cinquemila metri quadri nei pressi di Ponte Milvio, a Roma.

 

Il presidente della FIR Alfredo Gavazzi: la bontà della sua gestione è stata al centro di discussioni

 

Problema numero 2: Frattura tra vertice e base

 

L’8 marzo 2010 il Comitato ufficiale della Magners Celtic League ufficializzò la partecipazione di due formazioni italiane al proprio campionato – formato già da squadre scozzesi, gallesi e irlandesi – a partire dalla stagione successiva. Un’altra data fondamentale questa, per quanto ricordata dagli appassionati con molto meno trasporto. Le cose andarono così: a fronte di un campionato nazionale che rimaneva di basso livello, i vertici federali si trovarono di fronte a una scelta precisa: investire maggiori risorse nei club o creare ex novo due società (sorta di selezioni dei maggiori talenti nazionali) e mandarle a competere in un campionato straniero di maggiore qualità? Evidentemente si propese per la seconda opzione. Scelta curiosa, certo, che mostrava il limite forse maggiore dell’Italia contemporanea, ad ogni livello: la pressochè totale incapacità di ragionamenti a medio-lungo termine. La ratio dell’operazione, infatti, risiedeva nella volontà di ovviare al cronico problema della scarsa competitività dei club italiani, evitando di investire tempo e denaro in un’opera di valorizzazione dell’intero movimento (dal settore giovanile alle squadre seniores), abituando invece in fretta una settantina di giocatori – divisi appunto in due differenti formazioni – a giocare ogni settimana ad un livello più elevato. Tutto, certo, in ottica Nazionale.

 

Ora, i risultati in quasi dieci anni di partecipazione alla “lega celtica” non sono stati certo esaltanti: le formazioni italiane hanno infatti regolarmente occupato le ultime due piazze, con l’eccezione della stagione 2018/2019, nella quale una di queste, il Benetton Treviso, è riuscita invece a raggiungere i quarti di finale. Stessa cosa per quanto riguarda la Nazionale, che quanto a risultati pare addirittura involuta nell’ultimo quinquennio. D’altra parte l’aver privato la massima serie italiana, campionato già all’epoca povero di talenti, dei migliori giocatori in circolazione, non ha portato ad altro che a farne crollare definitivamente la qualità, ingenerando una crisi che – a cascata – si è ripercossa sulle categorie inferiori. In generale, si percepisce un forte scollamento tra il vertice (Nazionale e, appunto, le due formazioni celtiche) e la base (campionato domestico, club, settori giovanili) che da un decennio almeno sta avendo effetti devastanti sull’intero movimento.

 

Le due franchigie italiane a duello

 

Problema numero 3: omologazione

 

Ai primi di settembre del 2006 la Federazione inaugurava la sua prima accademia giovanile, presso il Centro CONI di Tirrenia (Pisa). In breve tempo tale sistema sarebbe cresciuto, sino a giungere alla creazione di otto accademie under 18 e 32 centri di formazione disseminati lungo tutto lo Stivale (numero oggi calato sensibilmente). L’obiettivo di una simile iniziativa era di rimediare alle evidenti inadeguatezze della maggior parte dei club nella formazione dei propri giovani, fornendo a tutti i più promettenti rugbysti italiani la possibilità di godere di allenamenti di alto livello, qualunque fosse la loro provenienza. Un sistema estremamente democratico questo, che ha concesso opportunità a ragazzi che altrimenti non l’avrebbero avuta e che ha anche dato dei risultati, se è vero che – dopo anni di smacchi internazionali subiti – la Nazionale under 20 si è piazzata per due edizioni consecutive tra le prime otto al mondo.

 

Un sistema, tuttavia, che ha tolto molta iniziativa ai singoli club, alcuni dei quali di grande tradizione (il triangolo Padova-Treviso-Rovigo ad esempio e poi Parma, Livorno, Roma, L’Aquila) e dalle scuole rugbistiche profondamente radicate. Ciò ha portato inevitabilmente ad una certa omologazione al modello che la sola Federazione proponeva e che pure è mutato costantemente in questo ventennio, oscillando tra la scuola neozelandese, quella francese, quella sudafricana, quella irlandese e infine gallese (l’ex Dragone Rob Howley sarà infatti il nuovo ct della Nazionale) con i relativi staff. Il maggior difetto della gioventù rugbistica nazionale oggi – a fronte di una qualità fisica, tecnica e tattica mediamente superiori rispetto al passato – appare la scarsa propensione generale all’iniziativa personale, alla lettura critica delle situazioni, anche all’improvvisazione e all’avventurismo che sarebbero invece auspicabili in certi momenti e che sono tipici (nel bene e nel male) della gens italica.

 

Giovani leoni

 

Un modello per il futuro

 

Quali soluzioni dunque opporre al problema? Quali cure alla malattia? La prima appare il tornare a puntare sulla base, ossia sui settori giovanili. Affermazione generica e un po’ trita questa, potrebbe trovare concreta e fruttuosa applicazione in una collaborazione oggi quasi inesistente tra scuole e club. Tanto si è insistito in effetti nell’ultimo ventennio sui valori morali insiti nel gioco del rugby: correttezza, rispetto dell’avversario, disciplina. Stereotipi che sono stati propagadati in maniera talvolta astuta dal settore commerciale della FIR, che in un certo momento ha intuito la possibilità di ricavarsi una nicchia di mercato, evdenziando il differente approccio educativo di rugby e calcio. Stereotipi che, comunque, affondano generalmente le radici in un codice comune ed effettivamente consolidato: ai ragazzi che si affacciano per la prima volta alla pratica rugbistica viene di norma insegnato a non esultare dopo una meta (per rispetto all’avversario), a non rivolgersi mai all’arbitro (solo il capitano della squadra ha facoltà di farlo) a regolare sul campo – e all’interno delle regole – eventuali conti in sospeso con giocatori della squadra opposta (finita la partita ci si stringe la mano e si mangia alla stessa tavola).

 

Questo approccio pare pienamente educativo e potrebbe andare a completare il processo di formazione di un ragazzo (specie in contesti difficili), magari proponendolo come attività di doposcuola, attivando a questo fine delle collaborazioni tra i singoli istituti (che fornirebbero gli atleti) e i club (che metterebbero invece strutture e tecnici), con la FIR che potrebbe fare da anello di congiunzione, investendo parte delle proprie risorse nel perfezionamento di un sistema di trasporto dalla scuola al campo che non debba pesare sulle famiglie. Nei Paesi anglosassoni e in altri come il Giappone questo sistema ha già dato splendidi risultati. In Italia occorrebbe ovviare al problema delle strutture scolastiche antiquate, ma quella proposta potrebbe essere una via.

 

La nazionale azzurra Under 20 di rugby in visita a Palazzo Te prima della sfida contro il Galles del 10 febbraio 2019 in quel di Mantova

 

Altra possibilità (legata come si è visto alla precedente) è un utilizzo differente delle risorse: la FIR spende oggi circa 9 milioni per sostenere le due formazioni “celtiche” e corrisponde uno stipendio (dato ufficioso) di 600.000 euro al solo commissario tecnico della Nazionale (senza contare i collaboratori). Inutile dire che i risultati non siano all’altezza della spesa. Parte di tali fondi potrebbe essere impiegata piuttosto nella formazione capillare dei tecnici giovanili, coloro che andranno poi a educare rugbisticamente le nuove leve nazionali. E ancora: nel 2016 il rugby è diventato sport olimpico. Non il rugby a 15, però, bensì la sua variante a 7, più veloce, semplice e spettacolare. Ora, in Italia non esiste una lega di rugby a 7 e nemmeno un campionato. Esiste soltanto una squadra Nazionale, con giocatori di rugby a 15 prestati alla diversa disciplina, in occasione dei tornei internazionali. É questa un’altra lacuna che va assolutamente colmata: dal 2016 è infatti il rugby a 7 ad essere divenuto la parte più ricca e visibile di questo sport e la FIR è dunque obbligata a gestire questo passaggio epocale in maniera decisa.

 

Per concludere: l’Italia del rugby ha bisogno di un segnale forte, una scossa ad un sistema che – dopo la crescita importante dei primi anni ’10 del 2000 – ha evidentemente smesso di crescere e di rinnovarsi. Un’occasione potrebbe essere quella di ospitare un’edizione iridata (quella del 2027 o del 2031). I Mondiali che si stanno giocando in questo momento in Giappone hanno infatti generato un’enorme attenzione nel Paese, introiti attualmente calcolati in 406 milioni di euro (con il 96% dei biglietti venduti) e un indotto per l’economia nipponica stimato in 1,4 miliardi (sempre di euro). Non di solo fatturato vive l’uomo, ma certo anche quello potrebbe essere d’aiuto.