Al mio concetto di regista viene quasi immediata la raffigurazione di una triade del centrocampo ideale: a comporla vi sono Pirlo, Xavi e Xabi Alonso. Di quest’ultimo è recente la notizia di un prossimo ritiro a fine stagione. Tra le lacrime calcistiche e i ricordi nitidi, uno principalmente (e come potrebbe essere altrimenti): la finale di Istanbul, quel 25 Maggio del 2005, che ebbe in lui uno dei maggiori protagonisti.

 

Più sfocata, ma regolare, è invece l’immagine cui associo il nome di Xabi Alonso, come quando studiando dai libri di storia le immagini aiutavano ad afferrare una data, a imprimere nella mente un personaggio altrimenti troppo distante nel tempo. Questa immagine, dicevo, è quella di un ragazzone dalle movenze non rapide, ma certamente eleganti alla vista. Resta impresso quel suo calcio tanto tecnico e preciso da non dovervi aggiungere potenza, caratteristica che da un solo altro piede (destro anche questo) ho visto mai eseguire tra i grandissimi del pallone: Andrea Pirlo.

Andrea Pirlo e Xabi Alonso durante la finale di Istanbul, nel 2005

Due registi passati di lì per caso

Ora, Xabi Alonso non è un personaggio storico dell’importanza di un Cesare o di un Pompeo, ma alcune sue giocate rimarranno nella mia mente fino a quando avrò la fortuna di godere ancora per il calcio. Le sue giocate, dico, meritano attenzione e studio, perché tanta è l’importanza di Cesare e di Pompeo nella storia di Roma, quanta è di Xabi Alonso nella storia del calcio. Il suo palmarès basterebbe a ornarlo sufficientemente di gloria: con il Liverpool vince una Coppa d’Inghilterra e un Community Shield; in ambito europeo, sempre con i Reds, una Champions League e una Supercoppa Uefa.

 

Con il Real Madrid ripete l’impresa dei due trofei europei, aggiungendovi due Coppe di Spagna, una Liga e una Supercoppa di Spagna. Al Bayern Monaco, presso cui gioca attualmente, vince in due anni (2014-2016) due campionati tedeschi, una Coppa di Germania e una Supercoppa tedesca. Quanto invece alla Nazionale, in Spagna lo ricordano non solo per quel calcio in petto subito da De Jong in finale dei Mondiali, quanto soprattutto per aver portato in patria tre trofei in quattro anni: roba da marziani. C’è anche (e soprattutto) Xabi Alonso nell’impresa spagnola dei tre titoli consecutivi in ambito internazionale: due Campionati Europei (Austria-Svizzera 2008 e Polonia-Ucraina 2012) e un Mondiale (nel 2010), quello in Sudafrica.

Xabi Alonso con la Coppa del Mondo tra le braccia

Un basco spagnolo in cima al mondo

Nato a Tolosa (quella spagnola), comune di 17.642 abitanti situato nei Paesi Baschi, ha compiuto 35 anni il 25 Novembre del 2016 e va per i 36. E’ del mese di Gennaio la notizia riportata dalla testata tedesca SportBild, secondo la quale il giocatore avrebbe espresso ai vertici societari del Bayern Monaco la volontà di ritirarsi a fine stagione. Con il club più titolato di Germania ha totalizzato 67 presenze dal 2014, segnando 5 goal. Qui però non può mancare un accenno all’uomo che più di tutti ha scommesso su di lui, e che lo ha portato in Germania a 33 anni suonati, ovvero Pep Guardiola. I due si sono sfidati in più di un’occasione da avversari, quando Xabi impostava magistralmente per il Real Madrid: al Bayern è nato un rapporto speciale, testimoniato anche dalle dichiarazioni che proprio Alonso ha rilasciato in un’intervista apparsa sul Telegraph, nel Luglio del 2016:

 

“Guardiola vuole dare al singolo giocatore gli strumenti per essere migliore. Ciò che vuole da te è l’essere sempre concentrati sulla partita, sui momenti della partita. Mi ha parlato moltissimo in questi due anni, insegnandomi cose che non sapevo sul gioco del calcio. Ho imparato davvero tanto grazie a Pep”

 

Strani gli incroci esistenziali per Xabi. D’altronde non è cosa di tutti i giorni un basco che vince tutto con la nazionale spagnola e gioca prima per la basca Real Sociedad (1999-2004, con un prestito nel 2001 all’Eibar, altra squadra basca), e poi, dopo gli anni a Liverpool – dove pure lavora con un altro spagnolo, Benitez (2004-2009) – finisce al Real Madrid (2009-2014), rivale tanto acerrima quanto naturale dell’indipendentismo dilagante in Euskal Herria. Quando crede che la Spagna gli abbia dato abbastanza, trova un altro maestro di calcio in Pep Guardiola, di sangue catalano. Ecco allora che la carriera di Xabi Alonso è davvero riassumibile (per quanto mi è concesso) in quei folli sei minuti della finale di Istanbul nel 2005, in quel suo rigore valido per il 3-3, prima parato da Dida, poi spinto in rete con tutto l’animo basco in un corpo basco.

Xabi Alonso completa una delle rimonte più epiche della storia del calcio

A Xabi Alonso è sempre piaciuto l’atto pratico: l’eleganza – che molti, specialmente ai giorni nostri, cercano prima della sostanza – è in lui come connaturata. L’essenza del tiki-taka, che sperimenta prima con la Spagna e poi con Guardiola, è riassunta nelle sue giocate e nei suoi pochi tocchi, eleganti e pragmatici. Dello stesso parere tecnico fu anche Roberto Mancini: “I giocatori del Barcellona si passano la palla almeno 25 volte cercando lo spazio per andare a segnare, mentre Xabi Alonso fa tutto questo con un singolo passaggio“.

 

Uno dei lanci più belli della storia del calcio

 

Chi guarda da fuori i grandi campioni, come i grandi eroi, pensa di saperne tutto. Così si immagina anche di quale pregio loro stessi si lodino, spesso sbagliando. Quando Pericle era in punto di morte gli amici che lo circondavano, credendolo passato a miglior vita, cominciarono a dar sfogo al loro dolore, enumerando le sue grandi qualità di stratega, le sue vittorie, i suoi numerosi trofei. Ma quello, dopo aver udito ogni cosa, si dice che abbia risposto così: “Voi dimenticate la più importante delle mie lodi, mentre vi dilungate tanto in conseguimenti di cui la fortuna ha avuto una parte principale. Dimenticate, dico, che nessun cittadino ha mai portato lutto per causa mia”. Così per Xabi Alonso: a un primo pensiero, chi non potrebbe associarlo alla leggendaria finale di Istanbul? O al successo ottenuto nei Mondiali in Sudafrica? Quale miglior traguardo, in fondo, di essere entrato nella storia per aver vinto due Europei di fila con la propria nazionale? Niente di tutto questo, perché fu un’altra la sua dichiarazione d’amore più elevata.

 

“Il mio ricordo più bello con il Liverpool non è Istanbul. Risale infatti ad un anno prima, sempre in Champions League, nei Quarti di finale, contro il Benfica. Loro ci eliminarono in casa. La partita era finita, ma io, Gerrard e i miei compagni siamo rimasti in campo per molto tempo. I tifosi ci hanno applaudito come mai mi era capitato. Ero sul punto di piangere, sentendo cantare “You’ll Never Walk Alone”. Il mio cuore era spezzato, perché non potevo ripagare tutte quelle persone per il loro amore”.