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3 Dicembre

Crazy for football

Emanuele Iorio

7 articoli
Matti per il calcio.

Il principale pregio di un film come Crazy for Football – Matti per il calcio, diretto da Volfango De Biasi e andato in onda in prima serata su Rai Uno lunedì primo novembre, è sicuramente quello di essere un vero e autentico unicum nel panorama cinematografico italiano dedicato al mondo dello sport e al calcio in particolare: la già di per sé difficile (da raccontare e da mettere in scena) tematica dei disturbi mentali è qualcosa che poche volte il nostro cinema ha affrontato (è da segnalare il cinema di Marco Bellocchio, tra i pochi ad averci provato, con titoli come I pugni in tasca o Salto nel vuoto), e sicuramente nessuno prima di questa pellicola si era mai sognato di provare a fondere un tema così complesso con lo sport.

Nel 2016 il regista del film, De Biasi, gira un documentario intitolato proprio Crazy for Football (disponibile attualmente su RaiPlay, e la cui visione è assolutamente consigliata), che narra della vera storia di un gruppo di pazienti psichiatrici provenienti dai reparti di tutta Italia, guidati da Santo Rullo, allora presidente dell’associazione italiana di psichiatria sociale ed ideatore dell’originale e coraggiosa iniziativa, e dei loro sforzi per riuscire a partecipare al primo mondiale di calcio a 5 per pazienti psichiatrici, organizzato ad Osaka, in Giappone.

Il soggetto del documentario è la base su cui De Biasi costruisce il film Rai, chiaramente riadattando il materiale originale ad un pubblico più generalista, ma senza che l’opera ne risenta minimamente. Come ben spiega il regista in un’intervista per Movieplayer: «per me la sfida del raccontare il sociale, da quando da bambino vedevo la pubblicità progresso e tutto quel pietismo (…) è che di questo mondo vada raccontata la bellezza (…) non volevo fare un film di nicchia, sono contento di arrivare su Rai 1 ed essere visto da tutti».

crazy for football
Una scena dal film di De Biasi

La storia di questo psichiatra controcorrente, interpretato in maniera davvero convincente da Sergio Castellitto (che aveva già recitato nello stesso ruolo giusto pochi anni prima nella serie televisiva In Treatment), che rifiuta di seguire i metodi tradizionali dei programmi di recupero per le persone affette da disturbi psichiatrici, riuscendo a trovare nello sport di squadra, in questo caso il calcio a 5, una preziosa ricetta per aiutare queste persone a reinserirsi nel tessuto sociale, è narrata dal regista alternando alle parti più drammatiche alcuni inserti comici, che riescono perfettamente a smorzare i toni del racconto, riuscendo a divertire nella maniera più sincera possibile.

Il merito è di una regia “invisibile” che lascia parlare unicamente il campo (ben riuscite le riprese delle azioni di gioco, e non era certo scontato in un prodotto televisivo) e gli attori, quasi sempre in primo piano e al centro della scena. Bravissimi il già citato Castellitto e Max Tortora, che nei panni dell’allenatore della squadra offre una prova di grande sostanza, fino ad arrivare agli interpreti dei pazienti/giocatori, sicuramente i più convincenti, in ruoli non certo semplici.

Un ultimo grande pregio di questo prodotto televisivo è sicuramente l’aver posto grande rilevanza al personaggio di Santo Rullo/Sergio Castellitto, la cui figura non cade nella banale agiografia, come ci si potrebbe aspettare da un prodotto simile, ma anzi viene ben approfondita nel lato più privato, in particolare nel rapporto conflittuale che Rullo/Castellitto ha con la figlia, ben interpretata da Angela Fontana, che vorrebbe emanciparsi maggiormente dallo stesso padre e dalla famiglia, come spiega lo stesso Castellitto in un’intervista per la Gazzetta dello Sport:

“Il protagonista (…)  non è un uomo perfetto. È un marito disattento, un padre distratto, però sa come trattare le persone con problemi psichiatrici; è un uomo fragile, inadeguato, ma imparerà molto dagli altri, li saprà ascoltare e guarirà anche lui”.

Chiaramente, al di là dei meritati elogi, Crazy for Football – Matti per il calcio non è certamente un prodotto perfetto, tutt’altro. Un’ eccessiva retorica melensa fa capolino qua e là nel corso del film, alcune situazioni cadono nello stereotipo più banale, ma nel complesso riescono a non rovinare la visione di un prodotto televisivo comunque promosso, che riesce a mostrare un lato davvero profondo dello sport: il calcio (a 5) e il gioco di squadra come medicina alternativa.

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