Nel mondo occidentale, la data dell’11 settembre è subito ricondotta al tragico evento delle Torri Gemelle. Paradossalmente, uno degli unici luoghi sulla Terra dove tale giorno viene ricordato per un motivo diverso si trova nello stesso continente di New York, sebbene posto a 8.000 chilometri verso Sud. In Cile lo stesso giorno del lontano 1973 decretò al contempo sia un inizio sia una fine, concetti onnipresenti nella storia cilena e con distanza molto ridotta fra loro.

 

Il colpo di stato eseguito dal generale Augusto Pinochet diede vita a una longeva dittatura militare. Nel palazzo presidenziale de La Moneda, insieme al presidente destituito Salvador Allende, sono morti i sogni di un grande Cile, anche quelli sportivi. Il mondiale ospitato nel ’62, in cui la Roja si classificò terza, fu fondamentale per lo sviluppo calcistico ed economico della Nazione, inesorabilmente arrestatosi sotto il regime. Ma da quelle parti, l’unica costante è la variabile intesa come completo ribaltamento degli equilibri.

 

Augusto Pinochet con la moglie, Lucía Hiriart Rodríguez

 

La caduta del cruento dispotismo totalitario di Pinochet aprì a un’immediata rinascita generale e il calcio non ne fu escluso. Tutti guardavano a Italia 90 come l’occasione propizia, e il match spareggio per la qualificazione contro il Brasile significava un’opportunità imperdibile. E invece, a partita in corso, il portiere Rojas deciderà di lesionarsi il volto con una lametta, fingendo un attacco subito dalle tribune. Le indagini porteranno alla verità e alla conseguente squalifica del Cile per le due edizioni successive, interrompendo di colpo l’entusiasmo.

 

Ancora una volta, al declino segue una risalita fulminea, guidata da due condottieri che hanno preferito lasciar parlare i gol al posto loro, soprattutto in Serie A. Ivan Zamorano e Marcelo Salas porteranno fisicamente la nazione cilena agli ottavi di finale del mondiale francese, El Matador in particolare sarà la fonte d’ispirazione per chi seguirà e andrà pure oltre le orme della delantera. Il River Plate ha dato al calcio cileno i suoi due primatisti di reti e presenze: dopo l’ex laziale è stato il turno di Alexis Sanchez. L’ascesa del Niño Maravilla è stata sicuramente amplificata dal contesto in cui la talentuosa ala ha scalato la vetta, vale a dire il periodo dell’incidente alla miniera di San Josè.

 

Ricordate quel Cile-Italia 2-2? (Photo by Alexander Hassenstein/Bongarts/Getty Images)

 

La vicenda di quegli eroici 33 minatori sfuggiti alla morte, nonostante i 600 metri di profondità che li separavano dalla superficie, contiene la sintesi perfetta dell’animo cileno, capace di eccedere per un fine ma di lottare nel perseguirlo. Le risorse minerarie del Paese erano e restano la fonte economica principale, statalizzate in passato e poi lanciatesi nel mercato internazionale, dunque soggette a uno sfruttamento senza eguali. Seguendo la scia delle nazioni limitrofe, anche il Cile si è ancorato alla sua unica risorsa, correndo rischi sia fatali come quello del 2010, che inflazioni finanziarie causate dal deperimento dei restanti settori al di fuori dell’estrazione.

 

In questo clima d’insicurezza, si è formata la generazione d’oro, creata dal genio diabolico di Marcelo Bielsa nei tatticismi, seppur pochi, e condotta tecnicamente da calciatori quali Claudio Bravo, Vidal e lo stesso Sanchez. Tre pilastri su cui in seguito Sampaoli ha costruito l’undici bicampione della Copa America, passando poi il testimone a Juan Antonio Pizzi. Entrambi i trionfi, specialmente quello casalingo, hanno saputo distogliere la popolazione dall’imminente recessione politica, diffondendo involontariamente un patriottismo impensabile, figlio del doppio smacco, sempre affascinante, ai cugini argentini.

 

L’ultimo Cile campione d’America

 

Una formazione con calciatori difficilmente titolari nei propri club ma trasformati una volta indossata la casacca rossa. Passata la festa però, il velo sulla reale caratura si è tolto, scoprendo un Paese dal PIL dimezzato in appena due anni e orfano di ricambio generazionale. Il divario sociale ha toccato livelli critici, con il fenomeno delle poblaciòn, baraccopoli simili alle favelas brasiliane, oramai diffuse intorno ad ogni periferia locale. Proprio in una di queste è cresciuto Jeisson Vargas, giovane talentino che avrebbe dovuto risollevare le sorti del futbol cileno (e invece accasatosi in MLS).

 

L’esportazione del rame ha divorato le restanti possibilità lavorative, mentre le immagini di quell’ecatombe sfiorata allontanano i ragazzi dai cantieri, spingendoli all’estero quanto prima. Le ultime prestazioni della gran parte dei cileni “europei” confermano l’andamento della nazionale, in difficoltà nel rimpiazzare quei giocatori fuori età. Ne sono un esempio le recenti convocazioni del 38enne attaccante Esteban Paredes. Adesso il Cile ha un titolo da difendere, affidato alle idee del neo CT Reinaldo Rueda e alla Storia, poiché, anche nelle difficoltà: “El Pueblo Unido, Jamàs Serà Vencido!”.