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Italia
28 Agosto

Grazzie a tutti

Antonio Torrisi

14 articoli
Una storia in cui ha perso chiunque.

Bisognerà pur trovare un senso al fiume di parole che, con alto concentrato d’umidità, rinfresca le ultime giornate estive trascorse “all’ombra dell’ultimo sole”: assopiti, con una specie di sorriso. L’ultimo baluardo del capitalismo fatto uomo, l’azienda che sposta capitali ingenti e trasforma l’acqua in vino, DOC e d’annata, da servire al lussuoso tavolo dei nobili del calcio se n’è andato. Con fare frenetico e lucido cinismo ha fatto, disfatto e poi lasciato ai piedi dell’armadietto le valigie come un tredicenne in ritardo alla prima gita scolastica fuori porta: ci penserà mammà. Cristiano Ronaldo non si è neanche degnato di salutare i presenti alla Continassa (o forse ha fatto solo quello), cotti in rosmarino e salsa (di-)speranzosa dalla seconda entità più importante a Torino dal 2018 ad oggi, il sole.

Tornato inspiegabilmente al centro del sistema solare, persino quello bianconero. Georgina e la carovana di parenti trascinati dallo charme del semi-dio sceso dal jet privato ne danno il triste annuncio, lasciandosi dietro l’alone posticcio che ha costantemente caratterizzato la sua esperienza in Italia. 

Cristiano non ha mai parlato l’italiano, come visto dai saluti, forzato com’era in quelle poche apparizioni in TV in un Paese con cui ha sempre dimostrato di non voler familiarizzare troppo per paura, chissà, di ritrovarsi tra zia Concetta e zia Caterina. Sarebbe stata un’esperienza. E invece Cristiano Ronaldo, portato in trionfo sulle spiagge greche ancor prima della firma – laddove si recava un sudatissimo Sarri in pellegrinaggio a chiedere benemerenza – uno e trino, innominato e innominabile, l’unico da salvare nel mare in tempesta della Juventus anche quando tra i responsabili di disastri sportivi (Porto, ehm), scintillante anche fuori fase, ci ha lasciato con un addio talmente apatico e robotico da dar ragione forse ai suoi detrattori. Come ha scritto oggi Gabriele Romagnoli su La Stampa:

«Prendere Cristiano Ronaldo è stato un po’ come acquistare una barca. È noto che dà due momenti di felicità assoluta: quando arriva e quando te ne liberi. In mezzo: sensazioni contrastanti. Una soddisfazione costante ma raramente incontenibile, frenata dai dubbi ricorrenti sulla validità dell’investimento».

Il Re è nudo di vesti, ma pur sempre ricoperto di diamanti. Ha benedetto un popolo che lo ha aspettato per ricoprirlo di complimenti nella speranza di ingraziarselo: lui ha risposto con qualche autografo e due foto. La verità è che non è mai sembrato a suo agio neanche nelle foto di rito. Figuriamoci felice. Un rapporto in cui Ronaldo ha provato a diventare juventino e soprattutto la Juventus ha provato a diventare ronaldiana, ma che si è concluso con un divorzio mediatico, quasi di sollievo ad entrambe le parti.

Ha fallito lui? Ha fallito la Juve? Ha fallito il popolo bianconero? Il sistema italiano? Ha forse fallito Andrea Agnelli (o in quel caso Fabio Paratici) a tentare il colpo della vita per consacrare la propria storia da massimo dirigente della Madama portando a Torino uno dei più forti atleti di tutti i tempi? A tutte queste domande, nel tramonto splendido dell’ennesima genuflessione del calcio italiano, il “sì” è l’unica risposta plausibile quantomeno per ristabilire un certo equilibrio interiore, sbranato com’è stato il nostro fegato tra la preoccupazione della botta in allenamento del portoghese e la temperatura del pasto servitogli a tavola. Sempre con l’inchino. Citando Giuseppe Pastore su Il Foglio:

«In questi tre anni è stato scritto e sostenuto prima l’improbabile e poi direttamente l’impossibile, anche a causa della nostra innata provincialità che ci ha mandato “in cimbali” al pensiero che il Re avesse scelto noi, proprio noi, come umili sudditi a rendergli omaggio con la faccia sotto i suoi piedi».

Per trattenerlo e non far spazientire la bestia famelica che è in lui la Juventus si è ridotta ad acrobazie economiche che solo gli impotenti padri di famiglia, operai dalla schiena spezzata, possono immaginare, prostrati di fronte al figlio capriccioso che oltre alla Play Station vuole pure le scarpe alla moda per non sfigurare di fronte agli amichetti, quando in tavola dal pasto caldo si passa al pane e cipolla.

“Chissene”: la tratta di giovani promettenti, gonfiati dalle vesti extralarge di “golden boy” e venduti in giro per l’Italia al suon di plusvalenze e l’incapacità di sostenere un progetto tecnico nel segno della continuità esemplificano la goffaggine di una gestione economica che ha ingrassato i bilanci a suon di ricapitalizzazioni e sponsorizzazioni, bloccando di fatto anche le operazioni più semplici (il beneficio di una sua cessione, comunque, si stima intorno ai 60 milioni di euro di ingaggio, 10 dei quali già percepiti). E Marco Iaria sulla Gazzetta dello Sport calcola che, tra annessi e connessi, Ronaldo sia costato alla Juventus 87 milioni all’anno. Sempre nel nome del Signore.



Tutto, insomma, a una certa è girato male. Tecnicamente ha ridicolizzato i compagni, Dybala su tutti, ma anche gli altri che dopo due finali di Champions si sono sciolti come neve al sole di fronte al fenomeno portoghese, e a lui si sono affidati messianicamente (ricordate i primi due anni in Champions e la Juve – a dir poco – Ronaldodipendente?). E tutte le strategie bianconere hanno iniziato inevitabilmente a ruotare attorno a Ronaldo, dagli allenatori al mercato, dimenticando che la Juventus è sempre stata un’altra cosa. La storia della Vecchia Signora in fondo, che ha sempre ignorato le basse questioni di cuore (Del Piero, coff coff) in virtù di una perenne e cinica predestinazione alla vittoria, se rapportata al trattamento servito a Ronaldo appare banalizzata. Persino essiccata e conservata in salamoia.

La decisione di andar concretizzata a quattro giorni dalla fine del mercato, costringendo la Juventus a virare a quanto sembra su Moise Kean (lo stesso che ha portato quasi in motorino in Inghilterra, giusto pochi anni fa), è solo l’ultimo umiliante editto di un Re che ha goduto di favori che in altre piazze, storicamente, sono stati considerati eccessivi e fuori luogo (l’epopea eterna di Diego Armando Maradona a Napoli, ad esempio). Alla fine ha vinto l’inadeguatezza.

L’illusione del beneficio che, per molti, avrebbe arrecato a tutto il calcio italiano si è sgretolata sotto i colpi dei suoi 101 goal in 134 partite in bianconero: uno dopo l’altro sempre più vuoti, vani e insufficienti per raggiungere la Champions League, invocata a gran voce dai tifosi al suo arrivo a Torino.

Lui, l’unico a poterci riuscire, il predestinato, il prescelto dalla storia in virtù del suo stacco poderoso e delle Coppe alzate al cielo con Real Madrid e Manchester United. “Fino alla fine”: o almeno, fino a quando ha risucchiato l’ultima goccia di sangue dalle vene di un calcio italiano che non può uscirne che male, bistrattato dall’icona mondiale che sposta e fa spostare – e abbandonato in fretta e furia da tanti, da Hakimi a Donnarumma, da Lukaku a Cristiano. Com’è che la definivano? Ah, sì: “un’azienda in movimento”, o giù di lì.


Eppure oggi, nel triste epilogo di questa vicenda, scrive bene la sempre ottima newsletter dello Slalom: «Ciao Ronaldo, forse li senti, ti stanno salutando dicendo che sei stato uno dei tanti, in un club che ha avuto Sívori, Platini, Zidane, Del Piero, Buffon, un club che sempre volta pagina smaltendo le sue scorie sentimentali in qualche discarica, al primo minuto della prima palla al centro. A ogni dicembre che Iddio ha mandato in terra, eri tu che meritavi il Pallone d’oro, a impedirlo erano i complotti di quei cattivoni al Real Madrid. Ancora domenica scorsa come si fa a tenere il migliore del mondo in panchina – e adesso il migliore non sei più, i cinque Palloni d’oro e i sei piazzamenti al secondo posto puff, tutte le righe che tenevano il conto dei tuoi record, i gol, Pelé, Bican, i follower, gli sponsor, puff, stamattina sei una zavorra, la rovina della Juventus con i tuoi 101 gol in 143 partite.

Stamattina c’è il sollievo per una migliore distribuzione dei gol senza di te, stamattina – dai – c’è Bernardeschi. Ne hai frenato la crescita, non lo sapevi? Succede coi capelli, col bulbo debole. Non la vedi, Cristia’, la decrescita felice?».

E come dargli torto? La schizofrenia della stampa italiana, in un Paese che storicamente cambia bandiera in maniera talmente grottesca da essere quasi ammirevole, ormai si fa beffe del criterio di realtà. In 24 ore mutano non solo i fatti ma anche le interpretazioni, del presente e pure del passato. Noi che sommessamente non abbiamo mai esaltato il Cristiano Ronaldo bianconero, e che però lo abbiamo difeso dalla furia cieca e smemorata il giorno dopo Oporto, oggi che è finita proviamo solo a tracciare un po’ un bilancio.

Perché il nuovo e vecchio calciatore dello United a Torino ha continuato a segnare, esultare, infarcire di numeri il suo già ricco curriculum, ma non si può dire lo stesso della Vecchia Signora. Per la prima volta “al di sotto” e non “al di sopra”. Sempre all’ombra dell’ultimo sole, assopiti come il pescatore, con poco tempo e troppa fame, sembra essere giunta l’ora della rivelazione finale, per tutti: “non di solo pane vive l’uomo”, ma di ogni parola che esce dalla bocca dell’unico Dio al quale, in questo sport, bisogna render grazia, privo di brillantina e di boria. “Lunga vita al Re”, il pallone però.

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