Perdonate la prima persona, ma ci tenevo a riportarvi direttamente una serata a cui ho preso parte (anche perché questo web, alla lunga, è un po’ troppo alienante e impersonale). Insomma stavo vedendo l’Italia in un Bar di paese dell’Italia profonda, un borgo umbro di qualche centinaio di anime. A un certo punto, tra un amaro e l’altro ma soprattutto già durante il primo tempo della partita, i vecchi presenti hanno iniziato a giocare a carte (in effetti come dargli torto, intanto per mantenere le sacre tradizioni, poi perché giocavamo contro una Nazionale imbarazzante di cui non sapevano nemmeno pronunciare il nome): al che uno di loro, voltandosi dal televisore verso il tavolo, ha esclamato:

“Mi piace però questa giovine Italia (…) sono giovani loro mica come noi che siamo mezzi morti… il problema è che quelli che giocavano prima erano più morti di noi!”

E giù risate, che facevano un tutt’uno con le bestemmie di poco dopo per il tressette. Beh sostanzialmente quel signore aveva colto il punto: al di là della Giovine Italia, che se vogliamo è pure un buon paragone con le cospirazioni mazziniane ― quest’Italia è oggi un po’ cospiratrice, e trama nell’ombra per ritagliarsi un ruolo tra le potenze europee, superiori per mezzi e uomini ― l’inconsapevole protagonista di questa storia aveva ragione da vendere. A vedere Italia – Svezia era chiaro che quella squadra, vecchia e stanca, era arrivata alla fine di un ciclo: non c’era più nulla. Adesso invece in questa Nazionale, che piaccia o meno, vediamo almeno un progetto e un’idea di gioco. Ammetto pubblicamente tra l’altro i molti dubbi su Mancini al momento della nomina a Ct, ma ricredersi è sintomo d’intelligenza, così dicono, ed è anche una virtù tra le più basilari.

Rinneghiamo i cattivi pensieri, mai espressi per coesione nazionale, per cui Mancini era l’allenatore dell’establishment – che poi è vero, ma se fa bene che importanza ha! (Photo by Claudio Villa/Getty Images)

Magari non arriveremo da nessuna parte, chi lo sa, potremmo anche fare una figura barbina agli Europei e non qualificarci per i prossimi Mondiali, ma resta il fatto che questa Italia ha qualcosa da raccontare. Dal doppio regista (l’unica cosa che infatti Mancini non ha toccato, perché la più importante a livello di identità di gioco) alla pressione alta, passando per l’entusiasmo dei giovani. C’è solo il “problema” centravanti da sciogliere, con Immobile che onestamente, da contropiedista devastante qual è, sembra un po’ un corpo estraneo in questa squadra così tecnica, e un Quagliarella che se solo avesse avuto qualche anno in meno sarebbe stato il terminale offensivo perfetto per Mancini, capace con quelle qualità tecniche di cucire il gioco e dialogare con i compagni come pochi altri.

 

Ma insomma, al di là di questi aspetti, gli azzurri lanciano segnali incoraggianti; non per la partita di ieri ovviamente su cui c’è poco da dire, tralasciando quello che scrivono i giornali, obbligati come sono a riempire pagine su pagine; diverse le cose interessanti ma la prova non faceva testo. Tuttavia non sempre c’è bisogno di grandi invenzioni tattiche o di nomi altisonanti: a volte per conquistare il cuore e le simpatie dei tifosi, soprattutto della provincia italiana, bastano l’atteggiamento, l’attaccamento alla maglia o anche solo la voglia di dimostrare qualcosa. Questa Nazionale fa ben sperare soprattutto per questo, perché è una squadra giovane, viva, che al di là della qualità individuali ha la voglia e l’energia di reagire. E se l’hanno capito pure degli ottantenni mezzo alcolizzati nell’Italia più profonda, vuol dire che la strada imboccata è decisamente quella giusta.