Storia di un allenatore che ha elevato il concetto di sofferenza.
Al triplice fischio della sfida contro il Verona, valevole una sofferta salvezza del Palermo all’ultima giornata, persino l’introverso Davide Ballardini cede all’emozione e si lascia travolgere dall’ondata d’entusiasmo dei 33 mila della Favorita. Un traguardo, quello del 15 maggio 2016, agguantato al termine dell’annata più folle dell’era zampariniana, con allenatori cacciati a ripetizione e alcuni di questi richiamati, tra cui appunto il Balla, in una precarietà lavorativa portata all’estremo e attraverso la quale leggere l’intera carriera del mister romagnolo. Già abituato a presidenti mangia allenatori del calibro di Cellino, Preziosi e quindi Zamparini, tuttavia Ballardini non aveva mai mostrato una gioia viscerale e senza freni al momento delle precedenti imprese, quelle con Cagliari e Genoa.
“ Certi presidenti ti sgretolano il cervello. Il nostro calcio non si basa più su competenza e separazione dei ruoli ma sul profitto e sul mercanteggiare. E il mestiere di allenatore è sminuito. Mio nonno pensava che non fosse mica un lavoro. Gli dicevo che mi pagavano e lui allora: ho capito, fai l’artista“.
La Repubblica, 1 febbraio 2016
D’altronde il capoluogo siciliano, insieme all’isola in generale, rappresenta per il Balla un luogo dell’anima, in grado quindi di liberare il lato sentimentale sovente nascosto da quelle lenti scure, avvolgenti il personaggio in un alone di “sintomatico mistero”, per citare Franco Battiato.
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