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27 Settembre

Le lacrime di coccodrillo su DAZN

Luca Pulsoni

80 articoli
I presidenti hanno poco da piangere, adesso.

Le parole del presidente della Lega Serie A, Paolo Dal Pino, sanno quasi di resa. Il tema del giorno è sempre lo stesso: Dazn. Che non decolla, anzi. I problemi persistono e i malumori tra tifosi e appassionati hanno raggiunto l’apice delle proteste. Gli ultimi disservizi hanno riaperto il dibattito (mai del tutto interrotto, a dire il vero) sull’affidabilità del colosso dello streaming. Sui social i tifosi hanno bombardato gli account di Dazn con lamentele e inviti a farsi da parte. Alcuni invocano rimborsi: l’azienda, scusandosi di nuovo per l’accaduto, ha comunicato che provvederà a indennizzare i malcapitati abbonati. Il presidente Dal Pino nel frattempo ha smarcato la Lega dai problemi che attanagliano la piattaforma:

«Per noi è inaccettabile quello che stiamo vedendo, lo abbiamo detto al loro AD e aspettiamo i loro correttivi. Le prime giornate sono state complicate, – ha detto intervistato da Radio Deejay – l’ultima ha dato problemi e la Lega è parte passiva: possiamo solo protestare con Dazn e chiedere che vengano introdotti strumenti di controllo».

Parole che però non sgomberano il campo dalle responsabilità di via Rosellini. Anche se Dal Pino ha aggiunto:  «Tutti gli studi che il nostro gruppo ha commissionato in relazione alla potenzialità di trasmissione evidenziavano la possibilità di trasmettere senza problemi». Sarà, ma in appena sei giornate il tandem Dazn-Tim ne ha combinate di tutti i colori con l’assist (ghiotto) servito proprio dai signori del calcio italiano. 

La scorsa estate la Lega Serie A, come sappiamo, ha ceduto infatti al gruppo inglese l’esclusiva per sette partite del massimo campionato (più tre in co-esclusiva), rompendo il monopolio di Sky che durava dal 2003. La TV satellitare di Rupert Murdoch ha accusato il colpo registrando una perdita di 690 milioni di euro, con un significativo calo di abbonati e una vera e propria fuga di giornalisti verso Dazn e Amazon Prime Video (che detiene l’esclusiva per 16 partite di Champions League).



Le cifre dell’affare Dazn – riportate su un comunicato dalla Lega Serie A – parlano di una media di 840 milioni di euro garantiti a stagione. Decisiva è risultata la presa di posizione dell’assemblea di Lega Serie A, che ha virato per il cambio di rotta. Il ruolo giocato dalla crisi economica d’altronde è stato determinante: i presidenti hanno venduto il loro prodotto di punta per qualche milioncino in più nella tasche, sottovalutando il peso che avrebbe assunto la trasmissione della Serie A su una piattaforma ‘giovane’ in un Paese ancora indietro sul fronte digitalizzazione.

L’intento (lodevole) dei presidenti coraggiosi di voler contribuire allo sviluppo digitale del Paese sa tanto di paraculata, va detto. Perché l’unica scia perseguita è stata quella del denaro. E pensare che l’offerta di Sky (pare) non fosse poi così distante da quella di Dazn. Tutto ciò ha lasciato il nutrito popolo del tifo italico in balia dei problemi di buffering e connessione. E a poco servono i rimborsi: la gente chiede garanzie (al contrario della Lega Calcio), oltre al sacrosanto diritto di godere di una partita di calcio per la quale è stato sottoscritto un regolare abbonamento. Persino il Codacons ha messo sull’altolà l’azienda, minacciando class action se i disservizi non saranno risolti a breve.

I club di Serie A, che puntano al miraggio della Premier, continuano a ribadire la volontà di capitalizzare il prodotto salvo poi scivolare su una buccia di banana. I blackout di Dazn – per i quali la difesa dell’azienda continua a far leva sulle carenze strutturali e tecnologiche del Paese -, oltre a far inferocire gli sponsor, danneggiano la visibilità del campionato e deturpano l’immagine della stessa Lega e dell’intero movimento. I presidenti, dunque, hanno guardato dritti al portafoglio senza sincerarsi delle reali criticità che avrebbe potuto riscontrare il servizio di streaming, al quale non sono bastati evidentemente tre anni di “praticantato”. Senza un organo in grado di valutare la qualità del servizio, la svolta pare assai complicata.



Questione che ricorda, seppur con aspetti differenti, la beffa servita ai club di Ligue 1 nella scorsa stagione. Il massimo campionato francese aveva ceduto i diritti televisivi al colosso spagnolo (con capitali cinesi) Mediapro, rompendo il monopolio decennale della tv satellitare Canal+. Il broadcaster, che in passato provò ad accaparrarsi anche le immagini della Serie A, si era dato a gambe levate dopo il mancato versamento di due rate previste nell’accordo (da 172,3 e 152,5 milioni), lasciando ai club un pugno di mosche in mano. Crisi risolta dal ritorno di Canal+, che aveva garantito la copertura delle partite fino alla fine della stagione per appena 35 milioni. Per la serie: oltre al danno, anche la beffa.

A corroborare le responsabilità della Lega Serie A sono arrivate le parole dell’ormai ex patron del Genoa, Enrico Preziosi: «A Dazn non erano preparati per dare un servizio ai telespettatori. – ha detto a Radio Anch’io – Un peccato che Sky sia stato fatto fuori, perché è un segnale semplice e leggibile. Loro devono investire ancora».

«È un peccato – ha aggiunto Preziosi – perché chi paga qualche domanda se la fa. Spero trovino soluzioni il prima possibile per dare un segnale decente agli spettatori. Io sono a favore di Sky, una collaborazione sarebbe stata opportuna» Eppure è proprio per “merito” dei presidenti che Sky è stato fatto fuori in favore di Dazn.

La questione Dazn è al vaglio persino tra le stanze di Palazzo Chigi. Il sottosegretario allo Sport, Valentina Vezzali, ha detto che il governo sta «monitorando la situazione perché possa risolversi tutto a vantaggio degli utenti, che sono quelli che poi vogliono vedere le loro squadre in televisione e fare il tifo per la squadra del cuore».

Su Dazn si è alzato un pressing continuo: dai consumatori in primis, e ora anche dalla politica e dalla Lega di Serie A, la quale – come anticipato da Il Sole 24 Ore – avrebbe rincarato la dose inviando una lettera dai toni duri al broadcaster spronandolo a migliorare il servizio. I presidenti ora fanno la voce grossa e versano lacrime di coccodrillo. Col portafoglio gonfio però. 

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