Cultura
28 Maggio 2024

Socialismo e barbarie nella DDR sportiva

Olimpiadi e biopolitica al di là del muro.

Per una miope vulgata che riduce la questione biopolitica al semplicistico “my body my choice”, c’è un’evidenza storica pronta a dimostrare che il potere costituisce sempre un dispositivo fisico, uno strumento sul corpo dell’individuo. Se ad aprire il Novecento fu l’invenzione dei lager – ad opera dei Britannici, a danno dei Boeri –, l’intero Secolo Breve è stato caratterizzato dal controllo psicofisico diretto e dalla sciagurata commistione tra biologia e potere: così, con lo Staatsplanthema 14.25, la Germania dell’Est impresse nella storia la massima orwelliana per cui “lo sport è una guerra senza spari”.

Definito dall’ex atleta Ines Geipel “il più grande esperimento farmacologico della storia”, parliamo di un piano di stato che impose massicci dosaggi di doping a tutti gli sportivi, allo scopo di mostrare all’Occidente e al mondo intero i muscoli del socialismo reale.

Il piano costrinse alle “risorse di supporto” un numero di atleti compreso tra i dieci e i quindicimila: a fondamento del progetto vi era l’Oral-Turinabol, potentissimo steroide anabolizzante androgenico, efficace soprattutto sui fisici femminili e perciò somministrato ancor più massivamente alle atlete. Per un quarto di secolo, dunque, gli atleti della DDR divennero “ambasciatori in tuta blu” o, come preferisce definirli Ines Geipel, “un esercito di soldati civili”, secondo una chiamata alle armi che partiva già dalla tenera età, grazie ad un sistema di scouting – o forse meglio dire di rastrellamento – che coinvolgeva il 90% dei giovani e allevava i più promettenti in apposite scuole, le Kinder und Jugendsportschulen.

“Migliaia di bambini, adolescenti, teenager, l’élite sportiva di un paese, i migliori talenti, furono oggetto di ricerche chimiche, virilizzati ed espropriati dei loro corpi e delle loro anime”, denuncia l’ex atleta.

ines geispel ddr
Dopo la 4 x 100, Ines Schmidt-Geipel è la prima da destra

Un protocollo disumano, perfetta espressione del totalitarismo comunista, la cui puntualità viene così descritta dal giornalista Hajo Seppelt: “Il doping era utilizzato in molti paesi del mondo, ma nella DDR il sistema era assolutamente perfetto; la migliore organizzazione in tutto il mondo. […] Era un sistema concepito in maniera che gli atleti venissero sistematicamente dopati senza che nessuno sapesse nulla. Si può dire che in Germania è avvenuta una cospirazione sportiva a fini politici”.

Con la Stasi a fare da matrigna burocratica, avamposti principali della distopia realizzata furono Lipsia e Dresda: demiurgo dell’operazione fu Manfred Ewald, ministro dello sport e spirito del tempo – nel primo Novecento animatore della Gioventù Hitleriana, nel secondo apparatčik comunista – coadiuvato da Manfred Hoppner e Alfred Lehnert.

Un programma distopico che però – come spesso capita nei regimi più cinici e massimalisti – portò i suoi frutti: nel giro di vent’anni e undici edizioni olimpiche (sia estive che invernali), la Germania Est diventò un’autentica corazzata olimpica, riempiendo il medagliere con oltre cinquecento decorazioni e inanellando una fitta serie di record, alcuni dei quali ancora oggi insuperati, come quelli di Marita Koch, Gabriele Reinsch eCornelia Oschkenat. Abitata da 17 milioni di abitanti, la DDR divenne la terza potenza sportiva mondiale, […]

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