Papelitos
19 Luglio 2021

Il boomerang del Decreto Crescita

Il capolavoro di Mancini rischia di essere un episodio isolato.

Il primo a lanciare l’allarme è stato Ivan Zazzaroni, direttore del Corriere dello Sport: il Decreto Crescita rischia di smorzare l’effetto Mancini sul calcio italiano. «Il Decreto Crescita si sta rivelando un autentico boomerang, visto che per ottenere una significativa agevolazione fiscale le squadre di serie A e B al momento della scelta tra uno straniero da fuori e un italiano (da dentro) privilegiano sempre il primo», ha scritto in un editoriale datato 16 luglio. Il modello Mancini applicato al campionato di Serie A sarebbe dunque

«Semplicemente l’illusione – temodi qualche giorno: un’ipotesi di gestione sana e intelligente accantonata per colpa di un decreto governativo che si chiama “Crescita” ma che della crescita non presenta i caratteri».

Ma cosa prevede esattamente il Decreto Crescita? Pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 30 aprile 2019, esso contiene «misure urgenti di crescita economica e per la risoluzione di specifiche situazioni di crisi». La norma che ha fatto gli interessi di società, calciatori e allenatori – italiani e stranieri – è inserita all’interno delle misure fiscali per la crescita, nell’articolo titolato ‘Rientro dei cervelli’. 

Questa modifica una disposizione approvata dal governo Renzi, che prevedeva una tassazione ai fini Irpef del 70% del reddito di lavoro dipendente prodotto in Italia da lavoratori residenti all’estero da almeno cinque anni. L’intento era quello di favorire il rientro in patria dei cosiddetti ‘cervelli in fuga’, ma le agevolazioni riguardavano soltanto lavoratori che ricoprivano «ruoli direttivi» o che erano «in possesso di requisiti di elevata qualificazione o specializzazione»



Il Decreto Crescita varato dal governo Conte ha invece portato importanti modifiche alla norma in vigore. Innanzitutto ha abbassato la tassazione sui redditi imponibili dal 70 al 30 per cento, con la riduzione a due anni del periodo in cui si deve aver avuto la residenza all’estero e l’impegno a mantenerla in Italia per almeno due anni. Ma l’aspetto più importante riguarda le categorie di lavoratori interessati: non più dirigenti o professionisti ma una platea globale, tra cui gli sportivi e dunque anche i calciatori: per gli sportivi professionisti, tuttavia, il governo ha concesso una deroga che alza il reddito imponibile al 50 per cento. La legge prevede poi uno 0,5 per cento da versare come contributo di solidarietà, destinato allo sviluppo dei vivai calcistici.

«In due parole: un calciatore italiano che percepisce uno stipendio netto di 3 milioni a stagione ne costa circa 6 al club; uno straniero con lo stesso ingaggio, 4 e mezzo», ha spiegato Zazzaroni riportando i dati dell’ultima sessione di calciomercato italiano:

«Nell’ultima campagna acquisti sono stati 101 gli stranieri provenienti da campionati esteri e portato la quota a 362 su 594, 232 gli italiani (39,1%)».

Ecco spiegato l’effetto boomerang: con l’obiettivo di far crescere il calcio italiano, il Decreto Crescita ha finito con il favorire l’arrivo di più stranieri nel campionato di Serie A. Una misura che era stata pensata, nel calcio, per rendere il nostro campionato più competitivo, ma che a lungo andare ci ha reso dipendenti dai colpi scontati dall’estero (se vogliamo anche una costante politica italiana degli ultimi anni: agire sull’effetto, arginando il problema nel breve, anziché lavorare sulle cause, nel medio-lungo termine).

Decreto Crescita
Lukaku e Conte sono due tra i campione che hanno sfruttato i benefici del decreto crescita (Claudio Villa – Inter/Inter via Getty Images)

Secondo un rapporto del CIES Football Observatory del maggio 2021, l’Italia è infatti il secondo Paese al mondo per presenza di calciatori stranieri alle spalle dell’Inghilterra: sono 695 quelli presenti nei campionati professionistici italiani (Serie A, B e C) per una percentuale che arriva al 22,3 per cento. Meglio di noi fa soltanto l’Inghilterra, che accoglie 771 stranieri ma ben 231 provenienti dalle altre nazioni del Regno Unito (Galles, Scozia e Irlanda del Nord). I club di Serie A sono ovviamente quelli con il maggior numero di stranieri: una media di 18,4 per squadra, la più alta al mondo.

D’altronde le agevolazioni fiscali del Decreto Crescita hanno portato in Italia, tra gli altri, Romelu Lukaku, Matthijs De Ligt, Christian Eriksen, Zlatan Ibrahimovic, Pedro, Henrikh Mkhitaryan, Frank Ribery, Victor Osimhen ma anche allenatori come Antonio Conte e Paulo Fonseca. Decisivo il risparmio fiscale, che ha consentito ai club di ampliare la forbice sugli ingaggi pattuiti o sul costo dei cartellini.

Il Decreto Crescita ha riportato quindi grandi calciatori stranieri in Serie A, ma non ha permesso ai nostri club di tornare a recitare un ruolo primario nel panorama continentale. Bene le agevolazioni fiscali ed economiche ma la bontà del progetto tecnico resta la via maestra da seguire. L’Italia di Mancini lo ha ampiamente dimostrato.

A fronte di un vantaggio fiscale ed economico in favore dei calciatori stranieri, le autorità dovrebbero prestare attenzione ai malandati settori giovanili italiani, molti (specie quelli delle società minori) flagellati dalla pandemia e dalla dispersione calcistica che coinvolge sempre più giovanissimi. Ripartire dal basso, dalle scuole e dall’infrastruttura sportiva. La vera crescita, sotto l’aspetto più nobile e concreto del termine, passa obbligatoriamente da qui per non disperdere la preziosa eredità lasciata dai ragazzi di Mancini.

Nessun decreto, ma idee per una vera e propria impresa sportiva.

Il trionfo di Wembley degli azzurri è straordinario proprio perché arrivato in un’epoca desolante per i nostri club, a secco di Champions League da undici anni e di Europa League dal secolo scorso. Nell’ultimo decennio, poi, abbiamo raccolto appena due finali di Champions e una di EL: briciole rispetto al dominio dei magnifici anni ’90, e anche ai risultati degli altri grandi campionati europei.

Roberto Mancini però ha vinto partendo da zero, all’indomani di un’Apocalisse sportiva che ben si legava alle difficoltà della Serie A. Identità collettiva, molto prima dei valori individuali. Il percorso degli azzurri ha così ridato slancio all’intero movimento, garantendo fiducia ai club in vista dell’immediato futuro nonostante la crisi economica. Sono proprio i conti in rosso delle società italiane a fornire l’assist decisivo per la ripartenza: l’Italia di Mancini ha dimostrato di poter vincere senza fuoriclasse strapagati, ed è questo il punto di partenza per un nuovo rinascimento italiano. Ad oggi è necessario spendere meno ma meglio. Più che iniettare ancora soldi (ormai praticamente finiti) in un sistema drogato, servono idee e visione: quelle che ha dimostrato lo staff azzurro, e che adesso è chiamato a recuperare anche il nostro sistema calcio.

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