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25 Settembre

Dejan Bodiroga

Luca Pulsoni

80 articoli
L'ultimo romantico della palla a spicchi.

Dejan Bodiroga è sinonimo di anticonformismo. È stato l’ultimo dei romantici in un basket nel quale iniziava a prevalere l’atletismo a scapito del talento. Il serbo ha rappresentato l’ultima ode al romanticismo dei pionieri della palla a spicchi: un lieto fine inaspettato, il risultato imperfetto dell’equazione cestistica che fa di un giocatore un fuoriclasse. Bodiroga della matematica si è preso gioco, così come era solito fare con gli avversari grazie al suo marchio di fabbrica “El látigo”. Bodiroga è stato l’eccezione, illogica pura applicata alla pallacanestro.

 

Un giocatore unico nel suo genere.

 

Il gigante dalle mani buone nasce il 2 marzo 1973 a Zrenjanin, città della Serbia Settentrionale situata nella provincia della Voivodina, conosciuta dai più come patria di Vujadin Boškov e del movimento filosofico del “rigore è quando arbitro fischia”. Il giovane Dejan inizia a palleggiare sin da giovanissimo esordendo nella squadra locale del Proleter Zrenjanin. Le ottime prestazioni con la canotta bianco-rossa gli valgono il passaggio ai croati del KK Zadar e la convocazione al Mondiale Juniores di Edmonton, in Canada. La tecnica di tiro è quasi inguardabile mentre le qualità atletiche peccano in esplosività e dinamismo. Ciononostante Bodiroga mostra sin da subito una innata capacità di pensiero e visione di gioco oltre che una tecnica sopraffina seppur ancora grezza nelle fondamenta. Su un quotidiano canadese, un giornalista lo definisce senza mezze misure “White Magic”, un riconoscimento (al limite tra il sacro e il profano) che non passa inosservato al genio del maestro Bogdan Tanjevic. L’aver scomodato Magic Johnson scatena nella mente del “Boscia” la curiosità intrinseca del talent scout quale era. Bodiroga aveva tutti i presupposti per diventare un’opera d’arte.

 

Dopo l’avventura in Croazia e il mondiale canadese (in cui viene nominato MVP del torneo), Bodiroga saluta una Jugoslavia ferita dalla guerra civile e sbarca a Trieste nell’ambiziosa Stefanel del mago Tanjevic, reduce dal doppio salto dalla B1 alla A1. Il debutto in Italia, però, si fa attendere: lo Zadar non rilascia immediatamente il cartellino e Dejan è costretto ad un anno di duri allenamenti senza mai giocare una partita. Preparazione mirata soprattutto sui fondamenti della tecnica e sul fisico slanciato (2,05 metri) ma troppo compassato e privo di dinamismo. Il giovane talento affronta ogni allenamento come una finale dando sfoggio ad un’altra delle sue qualità “invisibili”: la dedizione. “Ci misi due allenamenti per capire che diamante avessi tra le mani”, si lascerà sfuggire anni dopo Tanjevic.

 

Con la maglia della Jugoslavia.

 

Le sessioni di esercizi sotto l’occhio vigile del “Boscia” iniziano a plasmare l’arte di Bodiroga. La prima stagione triestina si conclude con un quarto posto e la prima storica qualificazione alla Coppa Korac. Nel 1993/1994 l’estro del serbo trascina la squadra sino alle semifinali di Serie A1 e alla finale di Coppa Korac. L’estate successiva è quella dei grandi cambiamenti: il patron Bepi Stefanel, stanco dei continui dissidi per la costruzione del nuovo palazzetto, lascia Trieste e acquisisce l’Olimpia Milano portando con sè Tanjevic e l’intero quintetto triestino. Con le “Scarpette Rosse” Bodiroga inizierà ad indossare i panni riservati alle divinità del basket. Lo Scudetto del 1996 si rivela infatti il definitivo trampolino di lancio verso l’Olimpo, che per Dejan si chiama Real Madrid. Il talento serbo capisce che è il momento di una nuova esperienza per evolvere ed affinare il proprio gioco. La chiamata dalla “Casa Blanca” vale più di quella dalla NBA, dei Sacramento Kings per la precisione. Bodiroga rifiuta l’atletismo e lo show time della terra promessa americana preferendogli la tecnica del gioco europeo. Nel Vecchio Continente arrivano l’Euro Cup con il Real e l’oro europeo con la Nazionale Jugoslava prima dell’argento olimpico ad Atlanta ‘96.

 

Bodiroga è ormai una sentenza. Il suo repertorio di finte lo rende semplicemente immarcabile. Con il passare degli anni perfeziona il glorioso “El látigo”, finta simbolo dell’arte bodiroghiana che il manuale della pallacanestro definisce come la partenza sul lato del braccio che guida la palla con l’intento di trarre in inganno il difensore avversario per poi riprendere la sfera con la mano opposta al suo movimento e cambiare direzione all’improvviso. Tante parole e concetti che poco si addicono alla semplicità e alla naturalezza con la quale il campione di Zrenjanin portava a lezione gli avversari, tra i quali un giovane Carmelo Anthony.

 

 

Dopo l’esperienza madrilena, nel 1998 Dejan sbarca in Grecia nel mitico Panathinaikos, club con cui riuscirà a conquistare l’Eurolega nel 2000 e nel 2002. Nella finale della Supro League del 2001 contro il Maccabi Tel Aviv Bodiroga mette a segno ben 27 punti, cifra record per una estrema contesa dal 1988 ad oggi. L’anno successivo realizza 21 punti nella finale contro la Virtus Bologna di Manu Ginobili (vincitrice l’anno prima del titolo ULEB) portando il Pana alla conquista della terza Coppa dei Campioni. Bodi Bond, nominato MVP del massimo torneo continentale nel 2002, è considerato a tutti gli effetti il numero uno in Europa, anche alla luce dei titoli mondiali conquistati con la Nazionale a Grecia ‘98 e USA 2002.

 

Il brutto anatroccolo è diventato un meraviglioso cigno. Il pubblico è letteralmente innamorato di quel gigante dallo spiccato Q.I. cestistico e dalla classe sopraffina che irradia i parquet con le sue giocate. Dopo la scorpacciata di titoli in terra greca, Bodiroga decide quindi di fare la storia anche nel Barcellona, a caccia di un successo europeo da otto anni. La prima stagione è già quella giusta: Eurolega in bacheca e secondo titolo MVP consecutivo. Bodiroga è un’opera darte mobile, un autentico piacere per gli occhi e lo spirito. A tal proposito inizia prepotentemente a circolare il tormentone “Seks, droga, Bodiroga” del gruppo serbo degli Inspektor Blaza, un modo come un altro per proiettare il gioco bodiroghiano tra i piaceri della vita.

 

 

Il canto del cigno di Bodiroga è un ritorno alle origini in quella Italia che lo ha accolto dall’imminente scoppio della guerra civile jugoslava. Dalla Catalogna la strada porta dritto a Roma, direzione Virtus. Con la casacca dei capitolini si contano poche vittorie ma forti emozioni. La più grande il 7 giugno 2007, gara 4 della semifinale Scudetto contro la fortissima Montepaschi Siena di Pianigiani. A 3 minuti e 53 secondi dal termine di una partita (e di una serie) già in cassaforte della Mens Sana, il romantico gigante esce dal campo acclamato dalla folla di un PalaLottomatica gremito in ogni ordine di posto. Il coro “Bodiroga olè” riecheggia fino al termine dell’incontro in cui Dejan annuncia il ritiro dal basket giocato.

 

Cosa ha rappresentato, infine, Bodiroga? Un film d’epoca rivisitato nella forma ma non nella sostanza, una poesia da imparare e custodire nel cuore e nella memoria, un’ode alla classe e al talento puro, un punto di rottura con i cardini dello sport odierno, un Messia venuto da lontano per diffondere l’arte del basket. Bodiroga è fantasia, lontana e surreale. Bodiroga è nostalgia, di ciò che era e (forse) mai più sarà.

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