Il 24 maggio del 1992 va in scena l’ultima giornata della Prva Liga, il campionato di calcio jugoslavo. A laurearsi campioni sono i biancorossi della Stella Rossa di Belgrado. Da quell’istante, il campionato jugoslavo cessa definitivamente di esistere. Eppure, già la precedente stagione era stata compromessa dal ritiro dei club sloveni e croati dalla competizione. Lo stesso avrebbero poi fatto le squadre bosniache durante la stagione finale. La guerra nei Balcani è ormai una realtà, ma il calcio deve andare avanti. Dal 1992 in poi, per più di dieci anni, rimane comunque vivo uno spicchio di Jugoslavia: la Repubblica Federale di Jugoslavia. Contiene Serbia, Montenegro e le province autonome di Kosovo e Voivodina.

 

Il campionato continua a subire ulteriori variazioni direttamente legate al corso degli eventi politici; in primis la guerra in Kosovo, poi l’indipendenza del Montenegro, seguita da quella del Kosovo, portando infine la Serbia e i restanti Stati costituitisi dalla disgregazione della ex-Jugoslavia ad avere ognuno il proprio campionato. È importante partire dalla stagione 1992/93 per capire l’importanza delle due squadre di cui ci stiamo per occupare. Da quell’anno infatti, il titolo diventa una questione a due tra i club principali di Belgrado. Sedici titoli per il Partizan e otto per la Stella Rossa. C’è però un ma, un intruso in questo duopolio. La stagione 1997/98, che vede il trionfo dell’Obilic.

Le luci dei tifosi della Stella Rossa nel derby del 27 maggio 2017 (foto Srdjan Stevanovic/Getty Images)

Per spiegare la realtà dell’Obilic sarebbe necessario intraprendere la stesura di un saggio a parte. In questa sede è sufficiente evidenziare che il presidente di quella società è Arkan (Željko Ražnatović). Quella stagione rappresenta l’espressione più lontana possibile di ciò che un campionato regolare dovrebbe essere. Bisogna però rimanere concentrati su Arkan, conosciuto anche come la tigre dei Balcani. Durante la sera del 22 marzo del 1992 il Comandante si rende protagonista di ciò che mai nessuno aveva considerato possibile: unificare le tifoserie dei due club di Belgrado per un obiettivo comune. Al Marakana va in scena l’ennesimo derby eterno.

 

A prima vista potrebbe sembrare il solito spettacolo di colori, coreografie, cori e tensione alle stelle. C’è qualcosa di diverso però. Una presenza in tribuna attira su di sé l’attenzione di tifosi e giocatori. Entrano le “tigri”, i paramilitari di Arkan, sventolando tre striscioni che recitano: “20 chilometri a Vukovar”, “10 chilometri a Vukovar ”, “Benvenuti a Vukovar”. Viene così celebrata la conquista della città croata, avvenuta grazie ad una pulizia etnica e crimini di guerra efferati. Si presenta poi Željko Ražnatović in persona e ciò che accade sul rettangolo di gioco diventa immediatamente inutile per tutti.

«Ero lì quel giorno e fu straordinario quando i sostenitori delle due squadre hanno iniziato ad applaudire insieme all’unisono. Non l’avevano mai fatto prima e non credo che lo abbiano più fatto da allora. La partita finì a reti inviolate, il che non sorprese nessuno. I calciatori riuscivano a malapena a concentrarsi; la maggior parte dei giocatori della Stella Rossa guardavano ciò che Arkan stava facendo nella sua postazione […]. C’era un incredibile senso di potere in campo, come se i sostenitori del calcio stessero cambiando il mondo». (Igor Todorović, commentatore serbo)

Arkan, le “Tigri” e la tigre

Arkan comprende con chiarezza quanto il calcio possa essergli utile sul piano politico. Decide allora di prendere il controllo degli ultras della Stella Rossa per aumentare il proprio potere e influenzare la società serba. Ogni cosa è sotto il suo comando: vendita dei biglietti, viaggi della tifoseria e intimidazioni da mettere in atto durante le partite. L’obiettivo principale di Ražnatović è quello di creare un esercito pronto a combattere in Bosnia, e successivamente in Kosovo, per portare avanti il sogno della Grande Serbia programmato da Slobodan Milošević.

 

Non vi è miglior posto di reclutamento militare che quello degli spalti, dove il popolo riesce a trovare una delle poche ragioni di vita tra le macerie del conflitto e la terribile situazione economica. Il commandos delle Tigri iniziò a crescere velocemente, e a farne parte non vi erano solo i Delije della Crvena, ma anche i Grobari del Partizan. Non si sarebbe mai più ripetuta una situazione del genere, mai più biancorossi e bianconeri sarebbero stati dalla stessa parte. Ad unire i due club, escludendo naturalmente la convivenza nella capitale serba, è, fin dal principio, l’anno di fondazione.

La questione Arkan, fusa a quella calcistica, fece presto il giro delle tifoserie più estremiste d’Europa. Quella della Lazio non ebbe troppi problemi a decidere da quale parte schierarsi (foto Mezzelani/GMT)

Entrambe le società prendono vita nel 1945. Il Partizan nasce il 4 ottobre, giorno di San Francesco, come squadra dell’esercito. Anche il nome dello stadio di casa, inaugurato il 23 dicembre 1951, non può che ricollegarsi al potere militare: Jugoslovenska Narodna Armija (Esercito Popolare Jugoslavo). Struttura, questa, che negli anni ha visto diversi lavori di ampliamento, fino a raggiungere la capienza attuale di 55.000 posti, dei quali circa un terzo non sono a sedere.

 

Il Partizan può essere considerata la squadra delle prime volte. Sono infatti i bianconeri a disputare la prima partita ufficiale della Coppa Campioni nel 1955 contro lo Sporting Lisbona, edizione nella quale il titolo di capocannoniere va a Milos Milutinovic, che militava proprio nel Partizan. Sempre i bianconeri rappresentano la prima squadra jugoslava e dell’est Europa a raggiungere la finale in Coppa Campioni nel 1966. Di scena a Bruxelles, vede gli jugoslavi perdere contro il Real Madrid per due reti a uno, nonostante il dominio di gioco per la maggior parte della gara.

«Molti di noi, giovani generali che giocavamo e amavamo il calcio, ci incontrammo e fummo d’accordo nel creare una squadra di calcio. Non discutemmo su quale sarebbe dovuto essere il nome. Eravamo partigiani, ed era più naturale chiamare la squadra Partizan». (Peko Dapcevic)

Il pareggio di Amancio nella finale di Bruxelles. Il Partizan era passato in vantaggio al cinquantesimo minuto (foto https://www.realmadrid.com)

La Stella Rossa nasce nel mese di marzo del 1945, dalle ceneri dello Sk jugoslavija. Squadra che viene sciolta dopo la fine della seconda guerra mondiale, rea di aver continuato a giocare anche durante l’occupazione tedesca. La volontà di creare una squadra di calcio giunge dagli studenti dell’Università di Belgrado, facenti parte della lega giovanile antifascista serba. Un club che nacque, dunque, per rappresentare il popolo.

 

Quando si parla di Crvena Zvezda, non si parla di una squadra, ma della squadra. Un palmarès da top club europeo, che ha come ciliegina sulla torta la vittoria della Coppa dei Campioni nel 1991 a Bari contro l’Olympique Marsiglia e la Coppa Intercontinentale ai danni del Colo Colo. Sin dai primi anni, tra i tifosi della Stella Rossa si evidenzia una certa differenza tra gli spettatori e la tifoseria organizzata. Questi ultimi rappresentano lo spirito belgradese: superiorità, strafottenza, spacconeria e idealismo da stadio. La casa dei biancorossi dal 1963 è il Marakana, nome dato alla struttura in onore del tempio di Rio de Janeiro. Tra il Marakana e il JNA Stadiun c’è un solo chilometro di distanza.

In alto lo stadio della Stella Rossa, in basso quello del Partizan. Un solo chilometro li separa

Il rapporto tra le due tifoserie ha dato vita sin dai primi anni ad una fortissima rivalità; la stracittadina di Belgrado è rinomata come “veciti derby” (derby eterno). Grobari da una parte e Delije dall’altra. Il soprannome dei sostenitori del Partizan viene dato loro proprio dai rivali della Crvena. L’uniforme dei bianconeri ricorderebbe le divise dei becchini. A loro volta i tifosi della Stella vengono ribattezzati cigani, che significa zingari, vista la presenza di sostenitori di etnia rom per la Crvena. Ma un cambiamento improvviso nel settore nord dei tifosi biancorossi accade la sera del 7 febbraio del 1989. Un mese prima tutte le sigle della curva nord erano state riunite sotto il nome di “Delije nord”, che diventa in quel momento il nome ufficiale. Delije è il plurale di delija, che significa “eroe”.

 

Quella sera nevica, fa freddo, ma tutti sono presenti per incoronare il nuovo Re. Arkan varca i cancelli del Marakana, non mette in scena alcuna presentazione in pompa magna, limitandosi ad annunciare che da quel momento in poi le redini del tifo sono nelle sue mani. È appena diventato presidente del fan club della Crvena Zvezda e nulla, da quel momento in poi, sarà più come prima.

 

Un video-racconto del derby di Belgrado svoltosi nell’aprile del 2014

 

Recentemente sono stati i tifosi bianconeri ad attirare l’attenzione dei media per due motivi totalmente opposti. Iniziamo da ciò che è successo durante l’ultimo derby, disputatosi il 13 dicembre scorso allo JNA Stadium. Siamo abituati agli scontri tra una tifoseria e l’altra, ma questa volta è successo tutto all’interno della curva dei Grobari. Uno dei gruppi maggiori della tifoseria bianconera è quello denominato Alcatraz. A scatenare gli scontri pare essere stata la volontà di gruppi minori, sempre appartenenti al Partizan, come gli Young Boys, i Novi Sad e i Vandal Boys di mettere in atto una sorta di golpe.

 

Il bilancio ha riportato 26 arresti e un ferito grave, ricoverato in ospedale per commozione cerebrale. A rendere ancora più assurda questa storia è la presenza di otto stranieri tra gli arrestati. Sei croati, un macedone e un bulgaro. Secondo il quotidiano serbo Blic, tre dei croati arrestati avrebbero ricevuto ingenti somme di denaro per partecipare alla “lotta. Di certo il 156° derby della storia non verrà dimenticato con facilità.

La passione e la violenza dei tifosi del Partizan (Marko Djurica/Reuters)

I supporters bianconeri si sono messi in luce, tuttavia, anche per la bella iniziativa intrapresa dal Grobarski Trash Romantizam (GTR), gruppo fondato da Ivan Lovric e Ivan Sarajcic nel 2012. A raccontare la loro storia è il giornalista Giorgio Fruscione, in un articolo per il Balkan Insight. La volontà dei due belgradesi è quella di promuovere il loro approccio romantico verso il calcio e la propria squadra del cuore, senza troppo considerare gli aspetti nazionalistici del tifo. Le loro creazioni più interessanti sono i diversi murales apparsi tra le vie della città, raffiguranti sia gli sportivi più importanti del Partizan, come Milos Milutinovic, Stjepan Bobel, Haris Brkic, sia personalità serbe e internazionali del mondo della cultura come Dusko Radovic, George Orwell, Joe Strummer e Eddy Grant.

 

Nell’articolo, Ivan Lovric afferma che ciò che distingue il Partizan dai suoi rivali è l’apertura alle altre nazionalità, ricordando come in passato per i bianconeri abbiano giocato calciatori di tutte le nazionalità presenti nella ex-Jugoslavia. Il caso più emblematico fu quello di Fadil Vokrri, fuoriclasse kosovaro, l’unico ad aver militato nella nazionale jugoslava. Dopo aver dimostrato il suo valore nel FK Prishtina, fu acquistato dal Partizan. Un fatto del genere sulla sponda opposta, quella della Crvena, non sarebbe mai potuto accadere.

Il murales dedicato ad Orwell, a fianco allo stemma del Partizan.

Quando si parla della Crvena Zvezda, si parla di una realtà che ha fatto del fortissimo nazionalismo la propria ragione di esistenza. Uno dei tatuaggi tipici del tifoso Delije è il 1389, anno nel quale il re Lazar e i suoi uomini vengono sconfitti nella piana dei merli in Kosovo dall’impero ottomano. Un gruppo ultras piuttosto incline all’utilizzo della violenza, anche contro i propri giocatori. Ne sa qualcosa Nemanja Vidic, colpevole di essersi fatto vedere ad un evento insieme al capitano del Partizan, Sasa Ilic. Il loro “coraggio” si è espresso spesso e volentieri anche in questioni politiche (ne sa qualcosa, suo malgrado, il generale Tito).

 

Lo spettacolo mostrato da entrambe le tifoserie al di fuori dal rettangolo verde è, di anno in anno, sempre più incredibile. Ad essere decaduta è la qualità del gioco. Il livello generale del calcio in Serbia e nei Balcani, dopo la guerra, ha visto un peggioramento drastico. La mancanza di soldi e di investimenti ne sono le cause principali, con le squadre più titolate che riescono comunque a ricavare denaro dai propri talenti, tirando su dai settori giovanili. L’esempio migliore di questa politica è sicuramente quella intrapresa dal Partizan, considerato uno dei migliori settori giovanili d’Europa. Capace di sfornare negli ultimi anni talenti del calibro di Lazar Markovic, Stevan Jovetic, Andrija Zivkovic, Aleksandar Mitrovic, Adem Ljajic e da ultimo Nikola Milenkovic, difensore della Fiorentina. Il derby rimane una questione fondamentalmente di tifo. Il risultato finale è di relativa importanza, la qualità del gioco è piuttosto bassa. Ma i tifosi sono tra i più caldi al mondo. Si è lontani, questo sì, dai livelli del calcio jugoslavo degli anni 90, capace di far impazzire tutto il mondo.

 

Un video diventato “cult”. L’ingresso dei giocatori sul campo del Marakana

 

A Belgrado essere dei Delije o dei Grobari è molto di più che (semplicemente) fare il tifo per una squadra di calcio. Questa scelta definisce ciascuno come essere umanoUna rivalità che dura da più di sessantanni e che ha causato migliaia di arresti, risse inaudite e spargimenti di sangue. Che a Belgrado sia tutta un’altra cosa lo dimostra ogni volta il livello di passione che entrambe le tifoserie portano allo stadio. Il derby di Belgrado raccoglie, ogni anno di più, l’attenzione degli appassionati. Appassionati di vero calcio, al di là della tecnica, della tattica e dei moduli variabili. E’ in questa partita che si concentra tutto il meglio e il peggio di uno scontro tra due tifoserie.

 

Il derby di Belgrado è passione, identità, amore per i propri colori, tutti sentimenti che vengono vissuti con un’esasperazione e un attaccamento tipici di quella zona, difficili a trovarsi altrove. Il verdetto del campo è relativo, quel che conta davvero è mostrare perché la propria curva è la migliore. Durante la partita la città si ferma, la vita quotidiana passa in secondo piano e ognuno si concentra sui propri colori. Il sentimento di appartenenza, da queste parti, vale più di un semplice calcio ad un pallone di cuoio.

 


 

Foto di copertina: Srdjan Stevanovic/Getty Images.

 

Fonti:

1. Dio, calcio e milizia, di Diego Mariottini (Bradipolibri, 2015).
2. These Football Times.