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Calcio
3 Gennaio

Derby dell’odio

Gezim Qadraku

22 articoli
A Mostar si tratta di Est contro Ovest, Armata Rossa contro Ultras, operai contro nobili, stella rossa contro šahovnica. Quando si affrontano Velez e Zrinjski la Bosnia torna inesorabilmente indietro di vent'anni, ai tempi delle guerre jugoslave.

È il 9 Novembre del 1993, e sono circa le 10:15. Dopo due giorni di bombardamenti lo Stari Most, storico ponte della città di Mostar, viene abbattuto dalle forze croate. La sua distruzione è uno dei simboli della guerra in Bosnia. Un conflitto durato quasi quattro anni, caratterizzato dall’assedio più lungo della storia bellica moderna – quello della capitale Sarajevo – durato 1425 giorni. Una guerra che verrà ricordata per la strage di Srebrenica e per l’incapacità della comunità internazionale di intervenire in tempo. Saranno gli accordi di Dayton (1995), a mettere la parola fine alla strage bosniaca, i quali avevano come unico obiettivo quello di porre termine al conflitto. 
In questo senso fanno riflettere le dichiarazioni di allora del diplomatico statunitense Richard Holbrooke.


“A Dayton la cosa importante era fermare la guerra, nessuno avrebbe mai creduto che la Bosnia sarebbe sopravvissuta per dieci anni”.

La Bosnia è sopravvissuta, ma non è riuscita a fare molto altro. 
Torniamo al ponte, elemento fondamentale nella nostra storia. 
Lo Stari Most venne costruito intorno agli anni 1566-67 dall’architetto Hajrudin Mimar, per volere del sultano Solimano il Magnifico. Capace di sopravvivere all’impero ottomano e a due guerre mondiali, non poté nulla contro la fratricida guerra bosniaca. Ciò che si è consumato in quegli anni in Bosnia è ben sintetizzato in un verso del Corano:
 “Guardati dal nemico, ma dall’amico guardati cento volte. Difatti, se l’amico tuo diventa nemico, può colpirti di più, perché conosce le strade segrete del cuore”. 
E di un legame fraterno effettivamente si trattava, prima che le volontà di singoli criminali portassero coloro che per anni avevano condiviso la stessa terra a spararsi gli uni contro gli altri.
 Uno dei principali errori commessi nel raccontare le guerre jugoslave è quello di indicare i colpevoli tramite le nazionalità. Non si può, e non si deve, parlare di serbi, croati o bosniaci. Le popolazioni, tutte quante, sono state le principali vittime, mentre come ha ben detto Svetlana Broz – la nipote di Tito – il diavolo ha nome e cognome.

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Il monito in primo piano, il ponte sullo sfondo

La città di Mostar contiene al proprio interno due delle tre realtà bosniache, ovvero i croati cattolici e i bosniaci musulmani, bosgnacchi. Come se non bastassero gli opposti valori identitari, ci pensa la geografia ad inserire un ulteriore elemento che non fa altro che polarizzare le differenze. Il fiume Neretva divide la città di Mostar: a est i musulmani e a ovest i croati. Paolo Rumiz, nel suo libro “Maschere per un massacro”, descrive l’antagonismo dei croati verso i musulmani come la manipolazione, in senso etnico, di un sentimento opposto di superiorità: quello della cultura mitteleuropea nei confronti del Sud. 
Odio che eruttò incontrollato durante il conflitto in gesti atroci, come quello di gettare nasi e orecchie, amputati dai corpi dei musulmani, nel fiume Neretva. 
“Diamo da mangiare ai pesci” scherzavano gli assassini.
 Nella guerra dei Balcani lo sport ha avuto un peso specifico, capace di trasformarsi da meccanismo di consenso politico in veicolo di scontro. L’avvenimento che tutti ricordano è la famosa partita mai giocata tra Dinamo Zagabria e Stella Rossa – erroneamente considerata da qualcuno come il casus belli – ma comunque in grado di mostrare una parte di ciò che sarebbe accaduto poco tempo dopo. 
Sono passati più di vent’anni dalla guerra, ma a Mostar le differenze religiose, politiche e ideologiche continuano a manifestarsi anche nel calcio (i club della città, tra l’altro, sono due dei più longevi della nazione). 
L’HŠK Zrinjski, fondato nel 1905, rappresenta la parte croata della città (Hrvatski športski klub ovvero club sportivo croato), e porta il nome dei principi Zrinjski, una famiglia nobile (ovviamente) croata.
 L’FK Velež invece nasce nel 1992: simbolo del partito comunista, rappresenta gli operai e i musulmani. 
Molto più di altre squadre balcaniche queste due simboleggiano il credo religioso, politico e culturale dei propri “tifosi”. Insomma, il lato sportivo può quasi essere ignorato quando si parla del derby di Mostar. 
Tra i giovani il senso di appartenenza è fortissimo: non è casuale il coro più noto dell’Armata Rossa (gli ultras del Velez): “Mostar u srcu, Velež do groba” (“Mostar nel cuore, il Velež anche nella tomba”). In questo senso l’astio nei confronti degli altri non è di certo diminuito con il passare del tempo, e la possibilità di potersi “aggrappare” ad una squadra di calcio non fa altro che aumentare questa pericolosa tendenza. 

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A Mostar ultras e bandiera croata vogliono dire Hsk Zrinjski

Nonostante entrambe le squadre abbiano una lunga storia, quella riguardante il loro derby è molto più breve. Soprattutto è stata influenzata dagli avvenimenti storici, che hanno portato più volte alla sospensione dei due club e conseguentemente anche alla divisione del campionato bosniaco in tre diverse leghe: i club croati d’Erzegovina, le squadre bosgnacche e i serbi-bosniaci della Republika Srpska. 
La prima sospensione la subì il Velež, quando nel 1929 Aleksandar Karađorđević effettuò una repressione del dissenso politico, impedendo al club di svolgere l’attività sportiva fino al 1936.
 Il caso successivo si verificò durante la seconda guerra mondiale, quando Ante Pavelić diede vita allo Stato Croato indipendente formato da nazisti e fascisti. Lo Zrinjski partecipò al campionato dello stato degli ustascia, rappresentando il nazionalismo croato (scelta che avrebbe pagato nell’immediato futuro, dato che la classe dirigente socialista decise di sciogliere il club). La squadra rinasce quindi nel 1992, proprio nell’anno dell’indipendenza bosniaca e dell’inizio del conflitto. Come se non fosse bastato tornare in vita in un momento del genere, al club venne dato in gestione il Bijeli Brijieg, lo stadio storico del Velež: uno sgarbo impossibile da accettare. Un lungo cammino ha permesso alla squadra di poter giocare nella Premier League bosniaca, con il primo vero derby “moderno” giocatosi nel febbraio del 2001. Che non sia una partita tranquilla sembra scontato dirlo, e per capirlo basta osservare le forze di polizia che presenziano allo stadio durante la gara. Il picco di vergogna e violenza è stato toccato nel settembre del 2011, quando dopo il gol dell’attaccante del Velež i tifosi dello Zrinjski invasero il campo per fargliela pagare. Le immagini si commentano da sole.

 

Questa partita riflette in parte l’immagine della Bosnia post-guerra. Un paese diviso, aggrappato alle proprie identità, incapace di lasciarsi il passato alle spalle. Nella scorsa stagione le squadre hanno raggiunto due risultati opposti: se da una parte lo Zrinjski ha conquistato il campionato, dall’altra il Velez ha dovuto fare i conti con la retrocessione; solo la coppa di Bosnia ha fatto sì che anche in questa stagione i nemici si affrontassero di nuovo. Nel frattempo il Velež sta faticando anche nella serie B bosniaca e al momento occupa la penultima posizione, che lo condannerebbe alla seconda retrocessione di fila. Paradossalmente, in quest’ottica, la presenza nella premier league bosniaca è stata l’unico fattore che ha accomunato queste due squadre fino ad un anno fa. Ora sembrano ancora più lontane di prima, proprio come la gente di Mostar, malgrado lo Stari Most ogni giorno sia pronto a fare ciò per cui è stato costruito, ovvero unire. Purtroppo, da quando è stato ricostruito, sembra che non riesca a fare altro che dividere.

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