Nella programmazione della 32^ giornata di Serie A la Lega Calcio ha preso una decisione che sta facendo molto discutere i tifosi delle due squadre milanesi, ma che, almeno a livello simbolico, non può non coinvolgere anche l’intero sistema del calcio italiano. Per la prima volta il derby di Milano tra Inter e Milan  inizialmente previsto per le ore 15 di sabato 15 aprile – si disputerà alle 12.30, nell’anticipo dell’ora di pranzo che già tante polemiche aveva suscitato al tempo della sua introduzione. Pur mancando conferme ufficiali alle supposizioni fatte in merito alle ragioni di questa scelta, è inevitabile pensare a una decisione dettata dall’intenzione di venire incontro al mercato asiatico e al fuso orario di sette ore che intercorre tra Milano e Pechino: alle 12.30 italiane in Cina saranno le 19.30, e ciò consentirà alle svariate migliaia di tifosi dell’Inter e del Milan recentemente emersi in quei lidi di riversarsi sui teleschermi per seguire una partita che, diversamente, si sarebbe giocata in tarda serata o in orari notturni proibitivi. L’assoluta novità di questo evento ha sin da subito suscitato molte polemiche, creando una divisione sul tema che si profila come trasversale alle due sponde calcistiche del Naviglio. Da una parte c’è chi ha senza esitazioni bollato questa decisione come l’ennesimo esempio del prostrarsi del “calcio moderno” agli interessi economici dettati dalle televisioni e dagli sponsor internazionali, sempre in cerca di spettatori e mercati nuovi, oltre che come una inaccettabile violazione della tradizione del derby meneghino (disputato quasi sempre di sera). Dall’altra, c’è chi ha difeso l’idea del “derby all’ora di pranzo”, contrassegnando come nostalgici e passatisti coloro che hanno storto il naso e sostenendo che l’apertura del calcio italiano e, in particolare, delle due squadre milanesi alle esigenze orarie dei mercati internazionali, costituisca una necessità ineluttabile per chi voglia rivedere al top due società ormai da anni intrappolate nella lotta per l’Europa League.

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Un contrasto tra due simboli dei derby anni ’90: Luís Nazário de Lima Ronaldo e Paolo Maldini

Entrambe le posizioni, soprattutto se tenute con l’atteggiamento polarizzato tipico dei discorsi calcistici, sono in realtà facilmente criticabili e deficitarie. Il primo approccio rischia di scadere facilmente in un nostalgismo dei bei tempi andati che, tra un rimpianto per il calcio degli anni ’90 e un’invettiva contro il denaro e la corruzione che hanno invaso lo sport più bello del mondo, finisce per essere uno sterile ululato alla Luna totalmente privo di pars construens. Se è indubbiamente vero che si è assistito nel tempo a un aumento progressivo del peso specifico di sponsor e pay-tv, questo non può giustificare il rinchiudersi nella torre d’avorio del rimpianto di una presunta età dell’oro che, comunque, non tornerà più nelle forme in cui la si è conosciuta al tempo. Il riferimento che spesso si sente, “Fosse per me, torneremmo tutti a giocare la domenica alle 15”, è per l’appunto di questo tenore, non tenendo conto neppure del fascino, della solennità e della teatralità che ha conferito al calcio l’innovazione (perché un tempo tale è stata) delle partite serali di cartello, che hanno comportato vantaggi in termini di spettacolo e contestualità, pur in violazione del tradizionale pomeriggio domenicale rimasto sostanzialmente in voga fino agli anni Ottanta. Chiunque abbia vissuto l’atmosfera del derby di sera, non potrà che riconoscere che tale innovazione, col tempo trasformatasi a sua volta in tradizione, ha regalato allo stadio Meazza la cornice maestosa che ha visto trionfi e cadute, l’affermarsi di campioni assoluti come Ronaldo e il ritiro di una leggenda come Paolo Maldini, omaggiato al suo ultimo derby anche dalla curva avversaria. Queste emozioni sono recenti, e se negli ultimi anni momenti simili sono diventati più rari che in passato, la colpa non può essere certo attribuita al pubblico cinese né tanto meno ai nuovi proprietari; questi ultimi si sono peraltro dimostrati, nel caso dell’Inter, complessivamente molto rispettosi del club e delle sue tradizioni, avvalendosi intelligentemente di collaboratori italiani (non ultimo lo stesso Massimo Moratti) che li aiutassero ad approcciare una realtà così lontana dalla loro.

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La maestosità della Scala del Calcio è amplificata dal fascino del tramonto che precede anticipi e posticipi serali

La necessità di non perdersi in sterili nostalgismi e vagheggiamenti di un impossibile ritorno al passato non giustifica tuttavia l’opposto approccio efficientista e iper-moderno di chi accoglie sempre con una sorta di fanatismo – e con una buona dose di auto-razzismo anti-italiano – qualsiasi novità introdotta nel nostro calcio, che abbia un vago sapore di Europa e internazionalità. Persi in una critica onnicomprensiva e feroce del nostro sistema calcistico, molti non si sono limitati a fare spallucce rispetto a un derby alle 12.30 piuttosto che alle 15 (posizione di per sé comprensibile), ma hanno tacciato chi ha avanzato riserve di avere una mentalità provinciale e arretrata, incapace di comprendere i mutamenti della storia e l’ineludibile necessità di simili cambi di orario. Questi sarebbero indispensabili affinché l’Inter possa avere i soldi per comprare Verratti e Berardi e il Milan possa giocare in un contesto appetibile, facilitando il vero e definitivo closing. Tutto ciò è altrettanto, se non maggiormente, discutibile rispetto alla posizione vista in precedenza. Innanzitutto, che questa decisione di mettere un derby all’ora di pranzo del sabato santo sia una scelta dal sapore internazionale è tutto da vedere. Se escludiamo la Premier League, con le sue tradizioni assolutamente sui generis (dal Boxing Day alle partite la mattina di Capodanno), possiamo osservare che il più celebrato di tutti i campionati europei, la Bundesliga, ha un format molto più tradizionale: una lunghissima pausa natalizia e tante partite in contemporanea alle 15.30, con neppure una di esse in tutto l’anno giocata nell’orario incriminato che sta tra il mezzogiorno e l’una. Inutile ribadire anche noi – dal momento che l’han già fatto tutti i giornali – che il confronto della media degli spettatori tra Bundesliga e Serie A è impietoso, e che lo stesso discorso grosso modo può essere effettuato per quanto riguarda i ricavi dei diritti televisivi, dove quello italiano è diventato nel 2016 il fanalino di coda tra i principali campionati europei, superato proprio da quello tedesco. Stando ai ricavi televisivi e al numero di spettatori paganti, metter le partite all’ora di pranzo non sembra assolutamente essere un tassello decisivo sulla strada della rinascita.

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Un recente studio Nielsen ha calcolato in 106 milioni per squadra i tifosi interisti e milanisti in Cina. Le due milanesi sono seconde in questa classifica solo al Real Madrid, con 127 milioni di tifosi

Inoltre, se fosse così importante anticipare le partite di cartello per andare incontro al pubblico asiatico, come mai in un campionato altamente spezzettato come la Liga spagnola (dove è rarissimo trovare anche solo due partite giocate in contemporanea) gli orari delle 12.30 e delle 13 sono costantemente impiegati per partite di importanza scarsa, e categoricamente mai per ospitare il fascino senza tempo del Clásico? Siamo sicuri che Milan e Inter abbiano una quota di tifosi asiatici che travalica quella di Barcellona e Real Madrid? Intanto, quel che è sicuro, è che la media spettatori e i ricavi, neanche a dirlo, resta più alta anche in Liga rispetto alla Serie A. In medio stat virtus, e cercando di essere equilibrati tra i due estremi si può tranquillamente sostenere che, per quanto non si tratti di una tragedia di bibliche proporzioni, la decisione di mettere il derby alle 12.30 sia stata dettata da ritorni economici del tutto ipotetici. L’unica cosa certa è che porterà a un derby di sicure polemiche e contestazioni e a nessun passo avanti nella situazione delle due milanesi che, senza Champions, con ricavi bassi e una media spettatori verso la metà della piena capienza di San Siro, continueranno a navigare a vista, nell’attesa di una svolta che dal cielo le catapulti nuovamente al livello della Juventus. Intanto le curve già affilano le unghie per l’inevitabile contestazione di un orario che al mondo ultras non è mai andato giù sin dalla sua introduzione. La prima volta dell’Inter alle 12.30 (match contro il Parma del 21 aprile 2013) fu incorniciata da un secondo anello verde totalmente vuoto per il primo quarto d’ora in segno di protesta. Per quanto possa essere discutibile l’approccio ultras alle questioni poste dal calcio moderno, non serve frequentare i Boys San o la Curva Sud per detestare un orario che impone di alzarsi molto presto di domenica, impedisce il pranzo familiare e tendenzialmente vede il numero di spettatori allo stadio abbassarsi drasticamente.

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Nel 2014 molti muri di Genova subirono questa sorte, in vista del primo derby della lanterna alle 12,30

Vedremo se il 15 aprile lo stadio sarà comunque sold out o quasi, come avvenuto a novembre, ma la media spettatori di Inter e Milan – pur restando la più alta d’Italia – risulta imbarazzante se paragonata alla capienza di circa 80mila posti di uno stadio vecchio e logoro, bisognoso più che mai di lavori di adeguamento e con un terzo anello ormai ridotto a un insieme di settori fantasma la maggior parte dell’anno. Tutto questo senza che all’orizzonte ci sia uno straccio di progetto concreto non solo per un nuovo stadio per l’una o l’altra squadra, ma neppure per l’acquisto (congiunto tra le due squadre o meno) e una ristrutturazione complessiva del Meazza. Questo permetterebbe di tenere assieme modernizzazione e tradizione, senza incorrere nelle sempreverdi polemiche che accompagnano qualsiasi cosa ruoti attorno al gioco più bello del mondo. Insomma, se proprio bisogna essere esterofili a prescindere, proviamo a esserlo anche nella tutela del pubblico autoctono; e se davvero ci teniamo a prendere esempio dagli altri, guardiamo agli inglesi che non si sono fatti problemi a oscurare il Clásico per i primi 15 minuti, in base a una norma che vieta la trasmissione delle partite di calcio in Inghilterra dalle 14.45 alle 17.15 del sabato (ora di Londra). Questo al fine di convincere i tifosi ad andare allo stadio, piuttosto che vedere le partite da casa. Gli asiatici hanno le loro esigenze, ma gli italiani (e i milanesi) avranno pure le loro, e un San Siro vuoto non potrà mai essere colmato da alcun pienone sui teleschermi di Shangai.