Tifo
03 Giugno 2022

È tornato il derby della Capitale

A Roma si respira un'atmosfera antica.

Il romano si contraddistingue da sempre per passionalità, orgoglio e visceralità, il tutto condito da una incrollabile dose di sarcasmo. Ama tanto e incondizionatamente perché, prima di tutto, ne ha bisogno per sentirsi vivo. È così attaccato alla vita che canzona pure le tragedie, finte e vere, se non proprio la morte. La gloria e la grandezza sono l’obiettivo: Possis nihil Urbe Roma visere maius (”Non potrai vedere niente al mondo più grande di Roma”), scrive Orazio nel Carmen saeculare – un inno a Roma – decantato sul Campidoglio nel giugno del 17 a.C.. La spensieratezza e la scanzonatezza, invece, la rotta che percorre: “Prima de morì, vedo le stelle” risponde la tartaruga di Trilussa al rospo che la prende in giro per essersi capovolta.

Tutti questi elementi, incomprensibili e magari distanti per qualcuno, raggiungono il loro apice durante la stracittadina. È il 1900 quando il football dalla Perfida Albione decide di imbarcarsi, navigare il Tevere e attraccare a Piazza della Libertà, dove nasce la Lazio. È il 1927 invece, quando successivamente a una fusione nasce la Roma, che il pallone da semplice gioco diventa motivo di supremazia territoriale. L’unica cosa che conta, da quel momento in poi, è avere la meglio sul proprio rivale. Questo perché il derby a Roma è una cosa seria.

Arrigo Sacchi considera il calcio “la cosa più importante tra le meno importanti”.

Dalle sue parole si evince il fatto che nella Capitale ci abbia messo piede solo in trasferta, e mai da allenatore di Roma o Lazio. Altrimenti avrebbe capito che il suo pensiero, peraltro condivisibile, sarebbe stato riduttivo per l’Urbe. Questo perché qui la rivalità non è solamente calcistica. Tifare una o l’altra squadra significa ancora – in molti casi – un modo di affrontare la vita differente, spesso supportato da retroterra e pure caratteri diversi. La diversità tra romanisti e laziali mantiene caratteri antropologici fino al punto di diventare quasi morfologici, ed è una cosa a suo modo meravigliosa.

Eppure, bisogna essere onesti, questa febbre antica stava pian piano svanendo da almeno un decennio. Chi vive a Roma lo sa, ma forse non ne sa spiegare i motivi. È come se dopo il famoso 26 maggio (con la vittoria della Lazio in Coppa Italia contro la Roma, nel 2013) si sia addormentato, sia da un lato che dall’altro, quel sano agonismo che già a metà luglio faceva aspettare l’uscita del calendario di Serie A solo per capire quando si sarebbe giocato il derby. Tempi lontani, forse a loro modo “provinciali”, ma in cui era quella la data da segnare sul calendario.



A cercare di smussare ancora di più gli angoli sono intervenuti gli attuali allenatori di Lazio e Roma. Per primo Sarri, a inizio maggio, che a una domanda di un giornalista su quanto fosse importante arrivare sopra la Roma in classifica ha tagliato corto: smettiamola di pensare in maniera così provinciale. Quindi Mourinho, che gli ha fatto eco. Le affermazioni dei due allenatori, essendo abituati a palcoscenici ben più blasonati, razionalmente sono più che condivisibili – e anzi denotano quanto sia autentica la loro intenzione di portare a Roma una mentalità vincente. Allo stesso tempo però non bisogna dimenticare l’irrazionale amore di un romano verso la propria squadra del cuore, e l’irrefrenabile odio verso l’altra sponda del Tevere.

Roma, non essendo Milano e avendo due squadre abituate a dare principalmente dolori anziché gioie ai propri tifosi, si è sempre alimentata di questo. E forse è necessario che continui a farlo, perché se Lazio-Roma è considerato tra i derby più passionali del mondo è solo ed esclusivamente grazie a questo sentimento popolare.

Adesso sembra che la vittoria della Roma in Conference – i giallorossi non vincevano da quattordici anni – abbia finalmente riacceso la fiamma tra le due squadre, e non sempre con metodi ortodossi. La questione della maestra che fa cantare l’inno della Roma (rivelatasi poi una fake news, alimentata da giornalisti in cerca di click), alla quale la Lazio ha immediatamente risposto inviando un fumetto con la storia della Lazio, e il triangolo Zaniolo-Nasti-Zaccagni con gamberetto annesso fanno, per motivi differenti, un po’ cascare le braccia – l’allusione social alle proporzioni del membro di Zaniolo forse è davvero il punto più basso che sia mai stato toccato.

Al tempo stesso però, i festeggiamenti della Roma e dei romanisti hanno provocato un entusiasmo da un lato e un disprezzo dall’altro che mancavano da tempo. Contro ogni perbenismo, se i primi ad aizzare gli sfottò sono i calciatori, noi siamo contenti. In un’epoca di morti, riscoprirsi vivi può essere solo che un valore aggiunto. Perciò, vedere Kumbulla che sopra il pullman scoperto tiene uno striscione con scritto: “Lazià Tirana brutta aria” o Zaniolo che canta “Lazio, Lazio, vaffanculo”, dopo anni in cui ha ricevuto cori contro sua madre e striscioni in merito al crociato rotto, è sano. Vuol dire che in campo non ci vanno solo delle statuine, ma uomini in carne ed ossa che sanno ancora provare emozioni.



Al bando perciò le inutili inchieste della Procura federale. Anche perché se qualcuno pensa che questo coro abbia fatto offendere i tifosi laziali, quelli veri che ogni domenica popolano lo stadio, si sbaglia di grosso: chi tifa Lazio, in questo momento, non aspetta altro che arrivi il derby per cantare e fischiare ancora più forte il giallorosso. Come può condannare la visceralità di Zaniolo chi sogna ancora le corse di Chinaglia e Di Canio sotto la curva Sud dopo un gol al derby o i cojones mostrati da Simeone? Semplice, non può. Per questo consideriamo stucchevoli e inutili gli articoli clickbait, e un po’ vittimistici, in cui viene rimproverato il ventenne di Massa per il suo comportamento. 

Benedetti poi tutti i giocatori di 20 anni come Zalewski che a fine partita, armati di birra, si recano sotto la curva e cantano a memoria canzoni come Campo Testaccio: un inno certamente importante, ma senza dubbio ben più di nicchia rispetto al classico “Grazie Roma” di Venditti, e sostituito recentemente nel nuovo immaginario giallorosso (e anche allo stadio prima della partita) dalla canzone molto più social “Mai sola mai”.

Scandire quel coro vuol dire davvero conoscere e sposare il romanismo, quello profondo e non quello di facciata.

Scene del genere fanno bene a chi tifa e a chi gioca, a prescindere dai colori, perché possono e devono essere da esempio anche a chi veste altre divise. Perché il calcio, al di là dei mercati finanziari, gli e-sport, la tecnologia e tutte queste perversioni che con il pallone hanno poco o niente a che fare, deve la sua popolarità alla passione della gente. E se in campo scende qualcuno capace di farsi portavoce di quel trasporto vuol dire che la squadra, a prescindere dal risultato, ha già vinto. 

Franco Califano in un suo brano intitolato “Non so vivere a metà” cantava: Per amore o per dispetto, forse è questo il mio difetto, non so vivere a metà. I romani sembra siano tornati a non saper vivere a metà. Ad aspettare di nuovo che esca il calendario a luglio per sapere quando si gioca Lazio-Roma. A volere quel qualcosa in più dai propri giocatori oltre alla prestazione sportiva. Nei bar, negli uffici, nelle scuole, ovunque si è tornato a parlare di derby come non si faceva da tempo. C’è un’aria strana in città, e forse è proprio il caso di dirlo: il derby della Capitale è tornato.

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