Papelitos
18 Aprile 2022

Di Canio sul Bodø Glimt ha ragione

Non nei modi (cassaniani), ma nel contenuto.

«Ci accontentiamo di queste cazzate. Noi parliamo sempre di altezza e di livello, non siamo andati ai Mondiali, e poi facciamo passare una cosa del genere che – se la Roma dovesse vincere, ancora deve fare la semifinale – sarebbe una cosa stratosferica. Bodø Glimt! Bodø Glimt! 7 di loro lavorano al porto fanno i salmonari, cioè mettono il salmone sulle navi! Il fatto eclatante è che la Roma ha preso dieci gol dal Bodø Glimt in tre partite, anche se Mourinho ha tutto il diritto di far passare come un evento storico». Così ha sbottato Paolo Di Canio negli studi di Sky Sport, denunciando una narrazione sensazionalistica e patriottarda che si era (un po’ frettolosamente) persa in elogi sperticati per la Roma di Mourinho.

Sia chiaro chi scrive – oltre ad avere simpatie per la Roma di Mourinho – è il primo a non digerire i toni che ormai ha assunto il dibattito sportivo. Toni esasperati ed esagerati, da Bobo Tv, come se si fosse al più squallido dei bar (sport) di Caracas. Lo stesso Di Canio poi sembra aver assunto questa “contro Mourinho” ormai come una crociata, una battaglia personale ai limiti dell’ideologico, spesso stucchevole per non dire faziosa – anche perché, al di là degli stretti risultati, il bilancio complessivo dell’allenatore portoghese a Roma è a dir poco positivo. Eppure, sul punto specifico, Di Canio ha ragione da vendere.

Questa saga della rivalità con il Bodø Glimt, forgiata nell’onta dei 6 gol presi in Norvegia ad ottobre e poi alimentata dallo stesso Mourinho (sapientemente), dalla stampa e dalle radio romane (un po’ più confusamente), è stata a tratti grottesca: l’atmosfera l’altra sera all’Olimpico era straordinaria, davvero commovente e coinvolgente, ma il clima in città – anche per come era stato caricato e surriscaldato – sembrava quello che precedeva un quarto di finale di Champions contro il Real Madrid, non un quarto di Conference contro una squadra di carneadi scandinavi. Il tutto con i tifosi del Bodø evidentemente terrorizzati, costretti a scrivere una lettera aperta ai tifosi romanisti per paura della caccia al norvegese una volta giunti in Italia.

Su Mourinho a Roma non siamo mai stati d’accordo con Di Canio, anzi. Secondo noi, come scrivevamo mesi fa, era uno dei pochissimi a poter gestire l’ambiente giallorosso.


E poi anche qui: fino a ieri parlavamo (giustamente) della Conference come di una competizione di Serie B, anzi di Serie C. Pur sempre un trofeo internazionale, per carità, che sarebbe oro per chi da 14 anni non riesce a sollevarne uno (la Coppa Italia 2008, conquistata dalla Roma di Spalletti contro l’Inter), nonché un importante tappa di un percorso – quello mourinhano a Roma – che sta già facendo vedere i suoi frutti; eppure un torneo secondario, creato dall’UEFA per spremere ancora di più la gallina dalle uova d’oro del pallone. Ma al di là di queste considerazioni, Di Canio ha soprattutto ragione su un punto: non si può approfittare di una simile (modesta) occasione per parlare di rivincita del calcio italiano, o per rivendicare con orgoglio l’unica squadra nazionale ancora in Europa, come se fosse un traguardo del nostro movimento e una prova di forza internazionale.

A maggior ragione contro una squadra certo ostica ma non certo invincibile, che nel frattempo a gennaio ha ceduto sul mercato 4 importanti titolari (l’attaccante Botheim, a segno in entrambe le gare contro la Roma, il regista Berg, il terzino Bjorkan e il difensore Lode, tutti in campo nel 6-1 del girone). Il punto non è tanto che la Roma abbia infatti spazzato via il Bodø al quarto tentativo, ma che nei precedenti tre non fosse mai riuscita a vincere ed avesse subito 10 gol: per una squadra che in Italia lotta per il quarto posto, ciò non può essere considerato un trionfo. O meglio lo può essere per i tifosi, per cui l’esaltazione è lecita, fisiologica e forse anche doverosa, ma non altrettanto per i commentatori e giornalisti in studio.

«Esaltiamo la Roma e poi abbiamo fatto il pelo all’Inter, che è uscita giocando alla pari con il Liverpool, che probabilmente andrà a vincere la Champions League. Questi sono i livelli da guardare. Mi tengo tutta la vita l’Inter!». 

Così poi ha concluso Di Canio, con un paragone in realtà piuttosto forzato ma dal senso chiaro: se dobbiamo parlare di risultati internazionali, di competitività del calcio italiano, non possiamo certo prendere ad esempio la vittoria giallorossa con il Bodø Glimt. Se si depura il messaggio di Di Canio dagli eccessi anti-mourinhani e anti-romanisti, è difficile non essere d’accordo. Avrebbe potuto e dovuto dirlo in altro modo, anche perché la credibilità di un opinionista sta anche nel come si dicono le cose – altrimenti davvero finiamo con Cassano e Adani. Ma qui non si sta parlando di Di Canio come opinionista, che comunque rispetto a Cassano e Adani ha un’altra compostezza e dovrebbe darne prova, bensì del valore più o meno metaforico del 4-0 rifilato dalla Roma al Bodø. Glimt: una vittoria per il popolo giallorosso, ma non certo per il calcio italiano.

Inevitabilmente poi è montata la polemica, con il mondo romanista che (per usare un eufemismo) non ha preso bene le dichiarazioni dell’ex capitano della Lazio. Eppure, al di là delle naturali e comprensibili reazioni, Di Canio sul punto ha ragione: i tifosi giallorossi sono legittimati ad esultare, rivendicare ed arrabbiarsi con chi li ridimensiona, ché il tifo da sempre e per tutti altera i giudizi e i rapporti di forza. Ma se è invece la narrazione nazionale a diventare “tifosa”, e a far passare una vittoria sul Bodø Glimt ai quarti di Conference League come un trionfo del nostro calcio, beh allora altro che periferia calcistica d’Europa. Vuol dire che siamo diventati direttamente terzo mondo.

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