Intanto perdonate la prima persona: solitamente siamo più austeri, se non altro ci teniamo ad essere custodi del galateo di base del giornalismo (solo formale, per il resto ci mancherebbe). Oggi, però, più che un approfondimento super partes vorremmo proporvi una storia che miri a squarciare la nuova cortina di ferro, la quale isola e spesso demonizza Paesi con altre visioni del mondo e, soprattutto, con altre collocazioni geopolitiche.

 

Ricordo bene il viaggio in Iran, 15 giorni nell’antica Persia dettati dall’interesse per una civiltà ricca, vicina (per tutti i commerci, i rapporti e le comunanze storiche) ma allo stesso tempo lontanissima, narrata da alcuni amici come estremamente ospitale, umana, anti-dogmatica e simile a noi, e dal sistema mass-mediatico invece come l’impero del male, una teocrazia oscurantista in cui dilagavano l’estremismo e – secondo molti, compreso l’uomo più potente del mondo – il terrorismo anche nelle più alte sfere del “regime”.

“Non tutti gli occidentali sanno che il nome Iran – che significa ‘il paese degli Arya’, degli ariani, una popolazione nomade che cavalcava le steppe dell’Asia centrale nel 4.000 a.C. – è ancora più antico della Persia. Iran è un nome di cui andare veramente orgogliosi, perché in questo nome c’è la nostra vicinanza al mondo illuminato e avanzato che è l’Europa. Gli iraniani sono in realtà molto simbiotici e vicini alla cultura occidentale” (Ramin Bahrami, pianista iraniano)

Le cose che per prime mi colpirono, sin dal giorno 1 a Tehran, furono sostanzialmente due: l’accoglienza estrema e disinteressata e la passione per il calcio. Dal tassista all’aeroporto, che appena affermai di venire da Roma esclamò Francesco Totti! ancor prima di Colosseo!, fino alla realtà dei bazaar, da Teheran a Shiraz passando per Isfahan e Kashan: in tanti dei box, delle piccole botteghe (avranno un nome specifico, onestamente non ne ho idea) che animavano il mercato, si notava una piccola televisione e TUTTE erano sintonizzate sul canale sportivo; che dico sportivo, rigorosamente calcistico!

 

Anche negli alberghi, l’unico canale sempre visibile era quello che trasmetteva partite internazionali e nazionali, oltre alla mitica Press Tv che mostrava continuamente i bombardamenti in Yemen su cui la stampa occidentale ha sempre chiuso occhi e cuore (perché compiuti dalla Arabia Saudita, sponsor del terrorismo ma soprattutto alleata di ferro – e d’oro – degli Stati Uniti d’America, ma questo è un altro discorso).

 

Una sera, complice il divieto di alcolici nella Repubblica Islamica, restammo in stanza per vedere Real Madrid v Barcellona 2-3, quella in cui Messi si tolse la maglia esibendola agli 80mila del Bernabeu: era in direzione de La Mecca, come mi fece notare il mio amico, scrutando la linea tracciata sul soffitto per le preghiere. Coincidenze.

 

C’è del sacro, in senso lato ma senza retorica, anche nel numero 10 del Barcellona

 

Insomma mi aspettavo tutt’altro, avendo letto da qui molte storie sullo stesso calcio in Iran, sull’imbarazzo del governo nel contenere la passione calciofila del popolo iraniano, e sull’incompatibilità tra islamismo khomeinista e pallone. Ora non so quanto nello spirito dell’iniziale rivoluzione/restaurazione del 1979 ci potesse essere la simpatia per il calcio, soprattutto europeo, ma la prima lezione (umana) che apprendi in Iran è metodologica ed etnica: loro non sono arabi.

 

Parliamo di un popolo abituato agli scambi, al commercio, estremamente aperto soprattutto verso gli Europei, orgoglioso della sua particolarità e delle sue radici, tra Oriente e Occidente. Nulla a che vedere con il mondo arabo, come ci confidarono due amiche che conoscemmo lì, progressiste e ultra-occidentalizzate (dell’Occidente odierno purtroppo, non dell’Abendland, della terra della sera citata da Heidegger con a fondamento il mondo greco). Insomma Shirin e Sonya, tra qualche risata per mascherare e un inglese abbastanza stentato, affermarono però senza mezzi termini:

“Non vorremmo essere razziste, ma noi odiamo gli arabi. Noi con gli arabi non abbiamo nulla da condividere”.

E pensare che le conoscemmo, prima di passarci alcuni giorni fino alla partenza, dopo una partita improvvisata nella piazza di Isfahan: calcio e donne, un’utopia tutta europea nel cuore dell’Iran (alla faccia di chi va a cercarle a Mykonos). Partita interminabile con ragazzi e ragazzini del posto, alla quale poi ci sottraemmo accasciandoci su una panchina mentre queste giovani locali, già inquinate dalla propaganda occidentale di scambio dei ruoli, vennero a salutarci abbordandoci con dolcezza e un po’ di mistero tipico orientale.

 

calcio iran

Da qualche mese anche le donne possono entrare negli stadi: il calcio in Iran è ormai un fenomeno che accomuna tutta la società

 

Insomma per gli Iraniani il calcio è un modo di non prendersi troppo sul serio, ma per un popolo che già non si prende troppo sul serio: come ogni civiltà abituata agli scambi e all’incrocio di culture, quella persiana è una cultura anti-dogmatica. Figuratevi che anche a Qom, centro religioso sciita e cuore della rivoluzione khomeinista, probabilmente il luogo più reazionario del Paese, parlammo di calcio con una guida prima di entrare – senza saperlo e senza la guida – nella zona della moschea riservata ai soli musulmani.

 

Qui ricevemmo unicamente sguardi incuriositi e sorrisi, e infine la proposta di un “dialogo interreligioso”, se ben avevo capito; tutto molto diverso dal mondo arabo, in cui le moschee sono sostanzialmente inaccessibili per i non musulmani, e appena ti avvicini all’entrata (come recentemente capitato in Marocco) vieni strigliato da un pischelletto-mezzo-Gomorra sempre in agguato.

Calcio e donne, linguaggi universali, erano gli unici argomenti che si trattavano con i tassisti in giro per il Paese, a dimostrazione di quanto la teocrazia in realtà sia solo la cornice.

Dai ragazzini agli adulti, e in tutto il territorio nazionale, il pallone è un centro di gravità permanente proprio come da noi – in quei giorni si concludeva pure il campionato, e il Persepolis festeggiava lo scudetto con caroselli dei tifosi rossi in strada. Un giorno ci recammo a Yazd, antica città desertica in cui già una mattina di Aprile si superavano abbondantemente i 30 gradi: eravamo venuti qui, a proposito di sincretismo e incroci di tradizioni, per vedere il Tempio del Fuoco di Zoroastro (Zoroastro è Zarathustra, e per un nicciano come chi scrive era una tappa obbligata).

 

Sul luogo incontrammo in gita una scolaresca delle elementari o giù di lì, con piccoli marmocchi che, invece del sacro fuoco che ardeva da duemila anni, si fissavano su di noi: appena scoperte le nostre origini iniziarono a zompettare gridando “Ciellìni, Ciellìni!”; riuscimmo a decifrare il messaggio solo quando passarono a “Dybala!”, facendo il segno della Dybala Mask o come si chiama quella orribile esultanza, e il maestro ci spiegò cordialmente che per molti di loro il pallone era il primo dei pensieri.

 

I festeggiamenti dei tifosi del Persepolis in strada (e non eravamo nemmeno a Tehran, città della squadra rossa)

 

Certo questa non è la big picture in cui inscrivere il calcio nella società iraniana, né un breve trattato/guida sull’evoluzione del pallone nell’antica Persia: è niente più che un’esperienza personale fatta di esempi frequentissimi e continuamente ripetuti, nella quale ho potuto notare come il calcio rappresentasse per gli Iraniani un luogo di intensa evasione, un’occasione di leggerezza se vogliamo occidentale, certamente persiana.

 

Calcio e donne, linguaggi universali, erano gli unici argomenti che si trattavano con i tassisti in giro per il Paese, a dimostrazione di quanto la “teocrazia” in realtà sia solo la cornice: d’altronde nell’ Islam che tutto comprende, per citare Khomeini, non si possono fare tante e dogmatiche discriminazioni, soprattutto nella declinazione sciita e persiana.

Anche il concetto di calcio è comune, cosa forse meno scontata: nulla a che fare con lo spettacolo o l’intrattenimento, con il modello sportivo nordamericano, insofferente ai tempi morti e alla “noia”.

Il football in Iran è realmente un rito di popolo, di gran lunga lo sport nazionale e anche l’occupazione nazionale, come da noi. E proprio come da noi, almeno fino alla rivoluzione tecnologica e alla tirannia delle scuole calcio, nelle strade o nei villaggi i bambini giocano a pallone per delle ore.

 

Anche il concetto di calcio è comune, cosa forse meno scontata: nulla a che fare con lo spettacolo o l’intrattenimento, con il modello sportivo nordamericano, insofferente ai tempi morti e alla “noia”. Per concludere, mi rimangono ancora impresse le parole di un amico conosciuto a Teheran, che per quasi dieci anni aveva lavorato in Italia. In risposta alla mia impertinente e spinosa domanda sul perché gli piacesse il calcio, disse semplicemente:

“Quando vedo una partita entro in un altro mondo no… un’altra dimensione. Mi sembrava così anche per voi”.