Nei mesi precedenti al suo arrivo sulla panchina del Tottenham, José Mourinho  si è comportato da influencer nel mondo del calcio inglese. Dopo il suo esonero dal Manchester United lo Special One ha partecipato a studi televisivi, iniziative di vario tipo o anche brevi video col solo scopo di intrattenere il pubblico grazie al suo carisma. In una di queste clip, ancora reperibile sull’account Facebook del sito JOE.co.uk, Mourinho è chiamato a fare word association.

 

 

Un giochino in cui il manager portoghese risponde alle sollecitazioni di un giornalista dicendo la prima parola che gli viene in mente. Si parte con John Terry, definito leader; poi c’è Drogba, leggenda; via con Essien, Cristiano Ronaldo, eccetera. Fra gli ultimi nomi nella lista del giornalista c’è quello di Diego Costa. Mou si prende un lungo attimo di riflessione, poi dice “animale. Qualcuno in sottofondo ride, l’allenatore aggiusta il tiro: «Però… positivo. Cerchiamo di trovare qualcosa di meglio… un guerriero, ecco! Diego è un guerriero».

 

 

Credo che quasi tutti a questo punto stiano pensando che per l’ennesima volta Mourinho abbia scelto le parole giuste. La biografia di Diego Costa s’intitola L’arte della guerra. Il suo stile, in campo e fuori, rispecchia precisamente i canoni dell’epica del combattente, e lui tutto sommato non rifiuta questa idea – anzi, sembra proprio che la parte del cattivo gli calzi a pennello. Però Mourinho sta sbagliando qualcosa. O meglio, la narrazione comune e comunemente accettata su Diego Costa sta sbagliando qualcosa.

“Tenete a mente questo: non ci sono né cattive erbe né uomini cattivi. Ci sono solo cattivi coltivatori”. (Victor Hugo)

Perché odiamo Diego Costa? Perché lo abbiamo associato a qualcosa di negativo, ad un’idea di scorrettezza e antisportività. Un fondo di verità c’è: il database di Transfermarkt riporta che su 468 partite giocate in carriera lo spagnolo ha rimediato un cartellino giallo 135 volte ed è stato espulso in 11 occasioni. In una partita su tre fra quelle che ha giocato da professionista, Costa è finito sul tabellino per il motivo sbagliato.

 

 

Più in generale, nessuno può mettere in dubbio il fatto che stiamo parlando di un personaggio irrequieto dentro al terreno di gioco, così come non si può dire che sia il primo a vivere il calcio in questo modo. Eppure è fra i pochi a cui ci sembra accettabile associare l’idea di animale in senso spregiativo, tanto che Mourinho stesso dopo averlo fatto si sente in dovere di specificare che intende qualcosa di positivo. La chiave di lettura più adatta, secondo noi, è questa: positivo.

 

Diego Costa Zabaleta

Manchester City v Chelsea, 2014: Diego Costa contro Zabaleta, due cuori caldi sudamericani. L’abilità di Costa sta però anche qui: rimediando un cartellino giallo, ottenne lo stesso provvedimento disciplinare per l’avversario, che era già ammonito e fu quindi espulso. (Photo by Shaun Botterill/Getty Images)

 

 

Diego Costa è nato nel 1988 da una famiglia di contadini di Lagarto, nel nord del Brasile. Ha pochi mesi di vita quando un serpente entra nella sua culla, un po’ come nel mito di Eracle. «Se Diego fosse stato morso – racconta la madre, Joseleide – sarebbe morto dissanguato dopo pochi minuti. Tremavo dalla testa ai piedi per la paura, ma sapevo che dovevo agire in fretta. Allora l’ho afferrato per entrambe le braccia e l’ho portato velocemente fuori dalla camera».

 

 

Nella stessa impresa in cui secondo il mito Eracle riuscì da solo, Diego Costa ha bisogno dell’appoggio della sua famiglia, come spesso gli capiterà nel corso della sua vita. D’altro canto, questa di sicuro non è la storia di un predestinato. Dopo non aver superato il provino per iniziare a giocare nella squadra della sua città, Diego si trasferisce da suo zio Jarminho, dall’altra parte del Paese, a soli 15 anni. Solo allora muove i suoi primi passi nel mondo del calcio, nel Barcelona Capela, dove rimedia anche il suo primo contratto. Un contratto da poco più di 100 euro al mese.

 

 

Qualche mese dopo aver compiuto 17 anni, per Diego arriva la svolta. Jorge Mendes è rimasto impressionato da Costa in un torneo giovanile e ha deciso di proporgli un trasferimento in Europa, al Braga. La famiglia ha tanti, legittimi dubbi, ma nel frattempo Diego ha già detto di sì. Il padre ricorda così quei giorni: «Abbiamo avuto una brutta litigata. Ha minacciato me e mia moglie di non parlarci più e diceva che sarebbe comunque partito, anche senza permesso. Non avevo scelta. A quel punto sono andato con lui in Portogallo per aiutarlo». Il Braga sceglie la via del prestito per un ragazzo neanche maggiorenne con nessuna esperienza tra i professionisti, eppure bastano tre partite nella Serie B portoghese a Diego per farsi notare di nuovo.

“Era chiaro che non stesse seguendo una dieta salutare, visto che era in sovrappeso. Ma non avevo mai visto nessuno inseguire ogni avversario con quella ferocia. Ho pensato che non potesse avere davvero 17 anni”.

Queste parole sono di Javier Hernández, l’osservatore dell’Atlético Madrid che nel 2006 visiona per la prima volta questo giovane attaccante brasiliano. Nel dicembre 2006 i Colchoneros spendono un milione e mezzo di euro per il cartellino di un diciottenne che ha all’attivo solo 13 presenze nella cadetteria portoghese. Ci vorranno quattro stagioni, tre prestiti e un passaggio alla Real Sociedad prima che Diego Costa possa vestire per davvero la maglia biancorossa.

 

Nella sua carriera Diego Costa di rado si è risparmiato qualche intemperanza (Photo Getty)

 

 

Una rottura del crociato interrompe il suo primo percorso a Madrid e lo costringe ad un nuovo prestito, al Rayo Vallecano, dove segna 10 gol in 16 partite nella seconda parte della stagione 2011-12. Non abbastanza per farsi notare dal Cholo Simeone, che pensa di vendere questo centravanti semi-sconosciuto per potersi permettere altri innesti.

“Lo presi da parte e gli dissi: ‘Diego, non ti prenderò in considerazione. Abbiamo già tre extracomunitari, non c’è spazio per te. Ma da adesso fino al momento in cui te ne andrai ti allenerai con noi come se fossi un nostro giocatore’. Poi iniziò ad allenarsi… volevo morire. Faceva gol da qualsiasi posizione”. (Diego Simeone)

L’Atlético cambia idea e cede Salvio per fare spazio a un attaccante che era considerato poco più di una riserva. Da lì in poi è un’escalation di trionfi: prima col gol decisivo nella finale del 2013 in Copa del Rey, e poi nella stagione successiva in Liga, quando segna 27 reti. Nel frattempo, lo stesso allenatore che stava per cacciarlo dai Colchoneros, dichiara che «Diego Costa è per noi ciò che Messi è per il Barcellona o Cristiano Ronaldo per il Real Madrid». E aggiunge: «è per noi un faro emotivo». Poi, nella finale di Champions League di Lisbona, in cui Costa viene sostituito dopo soli otto minuti e il Real vince 4-1, qualcosa si rompe. Poche settimane più tardi l’attaccante sceglie di trasferirsi al Chelsea.

 

 

Nello stesso anno, qualche mese prima, Diego Costa aveva deciso di giocare per la Nazionale di calcio spagnola anziché per quella brasiliana. Una scelta piuttosto unica, specie considerando la tradizione e la passione con cui il calcio è vissuto in Brasile. Scolari dice che «Costa sta voltando le spalle al sogno di milioni di persone», la federcalcio verdeoro va addirittura, e inutilmente, per le vie legali.

 

 

Questo è il primo grande momento in cui Costa passa dalla parte dei cattivi, nonostante dichiari che si tratti solo di una dichiarazione d’amore verso il Paese che, dal suo punto di vista, “mi ha dato tutto”. Dargli torto è difficile: è accertato che Costa sia stato vittima di bullismo in Brasile, tanto da essere stato a un passo dallo smettere giovanissimo col calcio per lavorare al negozio dello zio. La madre sostiene che in quel momento volesse solo «comprare scarpe da ginnastica e vestiti, proprio come gli altri adolescenti».

 

Diego Costa Getty

La grinta del brutto e cattivo Diego Costa con la maglia della Nazionale spagnola (Photo by Francois Nel/Getty Images)

 

 

La classica storia del ragazzo umile che ce l’ha fatta sembra servita, e invece no. La visibilità della Premier League regala a Diego Costa un posto stabile nella discussione sui migliori centravanti del mondo, grazie ai due titoli conquistati in tre anni da assoluto protagonista, ma lo afferma anche definitivamente come il grande bad boy del calcio mondiale. Per fare un esempio, un pezzo – stupendo – dedicatogli da FourFourTwo lo definisce una shithouse, termine inglese non così difficile da tradurre. Più in generale sembra sempre che tutti si sentano autorizzati a dire o pensare qualunque cosa su di lui, come si fa per i cattivi dei film.

“Il maligno dice male dei buoni; lo stolto or dei buoni, or dei malvagi; il saggio di nessuno mai”. (Giacomo Leopardi)

Quella dei film forse è la metafora migliore. Così come ci capita spesso con le grandi sceneggiature, in questo caso facciamo fatica a distinguere il cattivo dalla parte del cattivo. Diego Costa in campo è antipatico almeno tanto quanto è genuino, e in quanto tale è un riflesso del nostro modo di essere. Questo riflesso però lo abbiamo catalogato come “cattivo”, perché certi aspetti del calcio – e della vita – non vanno bene nei nostri canoni della narrazione del bravo ragazzo partito da lontano.

 

 

Basta guardare un attimo oltre lo schermo per rendersi conto che Diego Costa sia diventato Diego Costa soprattutto perché ha sempre messo in gioco tutto quello che aveva – questo anche in termini di piccole scorrettezze o gesti intimidatori. Il fratello di Costa, Jair, dice che «Diego non vuole mai perdere. Fin da bambino se la sua squadra stava perdendo o non gli veniva fischiato un fallo sfogava la rabbia sugli avversari. Per questo lo chiamo ancora bad boy». Per un uomo che ha vissuto tutto quello che ha vissuto Costa, approcciare il gioco in questo modo è la maniera migliore per restituire tutto quanto a chi gli ha dato fiducia. Alla famiglia che lo ha sempre sostenuto. Alla gente della Spagna e dell’Atlético Madrid.

 

Costa banned 8 games for allegedly insulting referee

2019, Diego Costa viene squalificato per otto giornate dopo aver insultato pesantemente e strattonato l’arbitro Manzano in un Atletico-Barcellona (Photo Getty)

 

 

È evidente che tutto questo agonismo abbia anche dei risvolti negativi. Costa ha un carattere focoso, e per questo molto spesso finisce per trasferire le sue emozioni nel modo sbagliato. Ma cosa c’è di più umano di questo? E anche dicendo così, in parte, abbiamo ancora assunto il punto di vista sbagliato. Infatti, per quanto sia innegabile il suo talento per il gol, la vera caratteristica di Diego Costa resta la sua energia distruttiva, logorio per gli avversari e carica per i compagni.

 

 

Ecco perché parliamo di un giocatore che è forza allo stato puro, spirito di vita che non può aprire le acque, ma può agitarle fino a trasformarle in uno tsunami travolgente, potente, elettrizzante. Dovremmo davvero odiare tutto questo? E se la vera shithouse fosse la narrazione di certe cose che troppo spesso accettiamo passivamente? Dopo essere tornato all’Atlético Madrid nel 2017, Diego Costa si accinge ad affrontare la sua ottava stagione da Colchonero. Il suo presente è tutt’altro che esaltante: falcidiato dagli infortuni e in declino sul piano atletico, Costa ha segnato solo 11 reti in Liga negli ultimi due anni e mezzo.

 

 

Spremuto a fondo dal suo stesso feroce agonismo, dopo la rottura con Conte l’attaccante spagnolo sembra non riuscire più a esprimersi su alti livelli. Negli scorsi mesi si è ipotizzata anche una sua cessione, come confermato da lui stesso, con l’arrivo di Suárez a Madrid che sembra averlo relegato a un ruolo secondario nelle gerarchie di Simeone. Prima che la sua inesorabile parabola discendente ce lo porti via, abbiamo l’ultima opportunità di smettere di odiare Diego Costa. In tal caso, inizieremo presto ad amarlo: d’altronde, perché mai avrebbe dovuto essere diverso?