Calcio
25 Novembre 2021

Orfani di Maradona

Un anno senza Diego e al calcio è già successo di tutto.

Erano circa le 12 di Buenos Aires del 25 novembre di un anno fa quando diventammo i senzamaradona. Perché Diego, che aveva compiuto 60 anni meno di un mese prima, non c’era più. Era morto all’improvviso nel letto di un desolato appartamento della periferia di Tigre, alle porte della capitale. Diego si era trasferito lì per trascorrere la convalescenza dopo una delicata operazione al cervello per la rimozione di un ematoma subdurale. Il corpo si stava consegnando al tempo e agli eccessi di una vita sopra le righe. Estremo persino nel declino, repentino e inarrestabile.

Diego Armando Maradona se ne è andato per un edema polmonare acuto conseguente a insufficienza cardiaca. Si sarebbe addormentato per non svegliarsi più, precipitato in chissà quali pensieri. Era il calcio segnato dal Covid, la pandemia che aveva imprigionato il mondo e riempito gli ospedali, che aveva fatto piangere persino i ricchi e impoverito i più poveri. Il calcio di Diego, quello della Bombonera, del San Paolo e dell’Azteca, era affidato ai filmati di archivio, riproposti fino all’overdose da siti e tv di ogni angolo del pianeta.

Per i senzamaradona la mano de dios, il gol del secolo e le punizioni oltre le leggi della fisica, sembravano frammenti di un mondo perduto, sbiadito dalle lungaggini del tempo e sgretolato tra le crepe della memoria. Noi, privati all’improvviso dell’ultimo scampolo di lirica calcistica, che avevamo fatto giocoforza l’abitudine agli spalti vuoti, alle curve spoglie e alle voci del campo. Una danza senza musica che tratteneva l’eccitazione, ostaggio di un passato più remoto di quanto non fosse. La notizia della morte di Diego avrebbe scavato un ulteriore solco tra la realtà e la bellezza del gioco.

«Mi suicido tutti i giorni, ho sempre avuto poco rispetto per la vita. Sono un suicida senza successo».

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Eppure era solo l’inizio: il calcio dei senzamaradona, nato nel buio della pandemia, ha assistito alla comparsa della Superlega. Anch’essa partorita dalle tenebre. L’annuncio nottetempo dei dodici club più ricchi (e indebitati) d’Europa, poi lo sdegno generale e la condanna di governi e opinione pubblica. Il calcio sembrava non poterne fare a meno, oppresso dai debiti e orfano dei tifosi. No, la Superlega non sarebbe andata giù a Maradona. Perché Diego ha sempre professato un calcio equo sputando in faccia a potenti e corrotti. La sua vita è stata un lungo braccio di ferro con il Potere in difesa dell’amore per il calcio, perché – come ripeteva spesso – «la pelota no se mancha». Il tempo che non ha avuto gli avrebbe dato ancora ragione: gli scandali della Fifa e il fango sulle mani di Sepp Blatter rappresentano la sentenza morale alle accuse di Diego. E allora anche stavolta avrebbe preso le difese del popolo e di quei tifosi inglesi scesi in strada a protestare contro il ‘calcio dei potenti’.



Maradona era la voce fuori dal coro, estremo ed estremista, un innato anticonformista. «Difficilmente – ricorda Gianni Minà in Maradona: “Non sarò mai un uomo comune” – mi viene in mente una persona, un atleta di questo livello e di questa fama, che ragioni in modo così anticonvenzionale, e così consapevole». «Io sono un ribelle, con o senza causa», disse una volta Diego, che aggiunse: «Io sono come voglio essere».

Il golpe dei ricchi sotto forma di Superlega avrebbe impreziosito il suo vangelo, suscitando reazioni favorevoli e contrarie. Perché se Maradona divideva i giudizi, Diego li riconciliava col suo calcio caravaggesco.

Diego e Maradona erano due anime che abitavano lo stesso corpo: fama, droga e perdizione le sfumature di un genio calcistico senza eguali, elargito dalla natura e svezzato dalla polvere di Villa Fiorito, baraccopoli alle porte di Buenos Aires dove Don Diego e Doña Dalma, persuasi dal peronismo, si trasferirono dal nord dell’Argentina. Il calcio di Diego, come la letteratura di Eduardo Galeano e Osvaldo Soriano e i versi di Gabriel Garcia Marquez, era caro alle masse più che alle élite intellettuali. La visione calcistica di Maradona, influenzata dalla dottrina umanistica e socialista del maestro Menotti, seguiva la via dell’antica pelota che, dai maestri inglesi, iniziò a rotolare tra i piedi dei meno abbienti. Diego era un ritorno alle origini, un calcio genuino e ancestrale ingabbiato dall’industria contemporanea, la stessa che lo ha spinto fuori dai confini della normalità trascinandolo fino alla deriva, del corpo e della mente.

Maradona viveva in ogni latitudine: Buenos Aires, Argentinos e Boca, Barcellona, Napoli. E ancora Città del Messico, teatro dell’acme maradoniano. Nella culla degli aztechi, divenuto campione del mondo con la nazionale di Bilardo, Diego diventò ‘Maradona’ ancor prima dei successi italiani e del furore orgiastico sotto il Vesuvio. Con il Napoli instaurò un legame che andava oltre il calcio. Maradona, erede guaraní del rivoluzionario Masaniello, guidò il capoluogo campano alla rivalsa contro i poteri del nord. I successi dell’epoca di Diego hanno tracciato una linea nella storia partenopea: esiste ancora oggi una Napoli prima e dopo Maradona. Il Pibe simboleggiava Napoli in tutte le sue contraddizioni: una città che dalle macerie del terremoto e della camorra vedeva sbocciare una nuova primavera culturale e sociale. Erano gli anni di Maradona ma anche di Pino Daniele e Massimo Troisi, espressioni artistiche di una città dalle mille anime, che ha conosciuto gli africani e gli spagnoli, gli arabi e i Borboni.

Maradona è riuscito lì dove Lionel Messi, designato come suo erede, ha fallito. Rintanato dietro la crisi economica del Barcellona, Leo ha ceduto alle lusinghe del calcio dei petroldollari. Messi al PSG è uno dei manifesti del football pandemico, espressione di quella stessa oligarchia economica e politica che Diego ha combattuto negli anni. Non avrebbe nascosto la delusione, dipinta sul volto di un antico fanciullo trasfigurato dal tempo e dagli eccessi: sarebbe sceso in piazza (o davanti a una telecamera) per sputare al mondo la sua sentenza: “Messi al PSG? No”. Per Leo, che Maradona ha allenato ai mondiali sudafricani del 2010, Diego avrebbe immaginato un epilogo diverso, magari un ritorno in patria dove la Pulce non ha mai giocato. D’altronde lo stesso Diego tornò in Argentina dopo l’esperienza europea: i rosarini del Newell’s Old Boys prima dell’ultima danza alla Bombonera.

Messi ha fallito, eccome. Ha spezzato l’ultimo filo che lo legava a Diego confermando, se mai ce ne fosse stato il bisogno, di come a tutto ci sia un prezzo nel calcio di oggi, persino alla poesia.

E dire che proprio nell’anno della morte di Maradona, Messi ha sollevato il primo trofeo con l’Albiceleste. Una Copa America (che Diego non ha mai vinto) triste e senza pubblico, segnata dal virus e dalla crisi economica che ha attanagliato l’intero continente. In più l’Italia campione d’Europa, con la ‘dieci’ sulle spalle di uno scugnizzo cresciuto tra i vicoli di Frattamaggiore. Lorenzo Insigne è quanto più vicino possibile al Maradona che Napoli non ha mai avuto. Il suo ‘tiraggio’ ha riaperto la memoria alle giocate maradoniane: puro godimento, una carezza a disegnare l’arcobaleno.



A Diego Armando Maradona hanno intitolato due stadi, gli ex San Paolo di Napoli e La Paternal di Buenos Aires. La casa dell’Argentinos Juniors, dove Diego – soprannominato Pelusa per i suoi riccioli folti – mosse i primi passi, cambiò nome addirittura nel 2004, quando il Pibe era ancora alle prese con la disintossicazione da cocaina e alcol. Tre anni prima, all’alba del nuovo millennio, Maradona sfidò per la prima volta la morte: si salvò per miracolo dopo un mix letale di alcol e droga. Sarebbe stata la prima ribellione del corpo a una vita fatta di eccessi. Diego non ce l’ha fatta a risollevarsi: il piano inclinato della sua esistenza lo spingeva già verso l’abisso. Da allora qualche comparsa in Italia e l’ascesa come simbolo del terzomondismo: celebri le sue sfuriate contro le Istituzioni, calcistiche e non, in difesa dei Paesi più poveri. “La Fifa? Un parco giochi di corrotti con un dittatore a vita (Blatter, ndr)”, diceva.

Maradona è stato un comunicatore ante-litteram. Ha saputo parlare alle folle meglio di qualsiasi capo di Stato, forte del mito forgiato attorno al suo talento e dell’universalità del linguaggio del calcio. Un’osmosi, quella di Diego con la gente, che pare miraggio in cui calcio in abbondano dichiarazioni vuote e scontate, in cui i calciatori hanno perso considerazione agli occhi del grande pubblico. Piccole voci a formare il coro del politicamente corretto da confezionare per la macchina del consenso social, in cui i calciatori diventano figure instagrammabili e vendibili alle grandi multinazionali. Eh, se ci fosse ancora Diego.

Diego avrebbe detto la sua sulla deriva del calcio odierno, in cui tutto è portato all’estremo: calendari intasati, controllo maniacale delle prestazioni e utilizzo spasmodico della tecnologia all’interno del gioco. Persino il racconto ha seguito la via tracciata dal football post-pandemico. A Diego si sono legati autentici artisti della narrazione, a partire dal citato Gianni Minà fino a Giampiero Galeazzi, che realizzò uno dei suoi pezzi memorabili quando, all’interno dello spogliatoio del Napoli allagato da acqua e champagne per i festeggiamenti dello scudetto 1987, consegnò il microfono tra le mani di Maradona che si improvvisò intervistatore e showman. Diego era un catalizzatore di qualità sublime. Ha restituito al mondo una bellezza sopita anche al di fuori del calcio. Con lui, e grazie a lui, anche Napoli sembrava baciata dalla dea Afrodite. Oggi, mentre la città lo omaggia con mostre, libri e una statua dentro il suo stadio, fa scalpore il reportage di Le Figaro che ha definito Napoli il “terzo mondo d’Europa”. Diego si sarebbe imbufalito, avrebbe sbraitato agitando le braccia tatuate mentre tra le dita avrebbe stretto un sigaro cubano, omaggio dell’amico Fidel Castro. Non avrebbe dosato le parole nemmeno stavolta: “Napoli non si tocca”. Lui, nel terzo mondo, si sentiva come un dio.


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