Maradona, ancora Maradona, sempre Maradona. Sono passati 22 anni dalla sua ultima partita ufficiale eppure non si riesce proprio a non parlare di Diego. Raccontare il Pibe de Oro rappresenta evidentemente una sfida a cui non può sottrarsi chiunque sia dotato di sensibilità artistica e abbia un debole per le biografie eccezionali. Caratteristiche che non mancano ad Asif Kapadia, regista apprezzato e premiato per opere quali Senna (2010) e Amy (2015).

 

Così come per i film precedenti, anche per Diego Maradona la modalità narrativa scelta è quella del documentario, format che contrariamente a quanto si pensi non ambisce – né potrebbe farlo per ovvi motivi spazio-temporali – ad esaurire la realtà di un soggetto (personaggio, città, storia, natura o fenomeno sociale che sia).

 

Proprio come il regista del cinema “di finzione”, il documentarista, infatti, una volta raccolto il materiale audiovisivo “reale” di suo interesse, effettua delle (ulteriori) scelte che in seguito poi agli inevitabili tagli e al successivo montaggio daranno vita alla sua visione della realtà-soggetto considerata o, più probabilmente, di un particolare aspetto della stessa.

 

5 luglio 1984: inizia la storia d’amore tra Maradona e Napoli

Detto in altri termini: nonostante tutto quello che vediamo e ascoltiamo sia realmente accaduto perché le immagini e le voci sono esattamente quelle dei protagonisti, è l’attività selettiva che sta a monte a conferire dignità artistica al lavoro. Un’operazione che più delicata non si può, dal momento che una selezione infelice e oltremodo sbilanciata dei contenuti, ancorché si tratti di contenuti reali, ben potrebbe sortire paradossalmente l’effetto opposto, ossia raccontare il falso, inducendo in errore i fruitori dell’opera.

 

Perché, come dicevamo prima, è vero che il regista è libero di dare la sua personalissima lettura dei fatti, ma è altrettanto vero che dovrà muoversi con onestà intellettuale, senza cedere alla tentazione di forzare troppo la mano pur di affermare una tesi che lo appassiona. Ecco, forse è questa l’unica differenza tra il documentarista e il regista di finzione: quest’ultimo ha maggiore licenza di scandalizzare potendo anteporre l’immaginazione alla realtà.

 

 

 

Le scelte di Kapadia

 

E allora, com’è il Maradona di Kapadia? Le scelte del regista sono state felici, bilanciate e soprattutto oneste? A nostro giudizio sì, sì e ancora sì. Diego Maradona ha superato brillantemente la dura prova cui era chiamato offrendo un ritratto di Maradona assolutamente originale, idoneo ad appagare quella fame insaziabile che anima il popolo maradoniano ogniqualvolta esce un’opera dedicata a Diego. Fame che non può (più) riguardare le immagini di gioco – anche se in cuor suo ogni adepto spera sempre di imbattersi in una giocata mai vista prima –, tanto è stato sviscerato in lungo e in largo e in tutte le salse ogni singolo segmento della carriera sportiva del calciatore più grande di tutti i tempi.

 

Un’immagine rara: Maradona a Soccavo

Eppure, eccettuati quelli “istituzionali” di campo che comunque non stanca mai rivedere e rivedere e rivedere, di filmati inediti o quasi ve ne sono in abbondanza. E riguardano sia “Diego” che “Maradona”. Già, il filo conduttore del racconto, ambientato nei sette anni di Napoli, prende le mosse da una considerazione di Fernando Signorini, storico preparatore atletico dell’ex fuoriclasse argentino, che sentenzia: “Con Diego andrei fino in capo al mondo. Di Maradona invece non voglio saperne nulla”.

 

Anche lo stesso protagonista sembra avallare l’idea espressa da Signorini sul suo conto, infatti a un certo punto dichiara amaro: “Quando sei in campo la vita sparisce”, come a dire che il campo è l’unico luogo in cui Diego ha la possibilità di dimenticarsi di Maradona.

 

La scissione tra queste due anime che abitano lo stesso corpo non rappresenta certo una novità e anzi interpreta quello che è il comune sentire: si è avuta, si ha e si avrà sempre una visione duale di Maradona: in questo senso, come del resto suggerisce il film, basta analizzare la celebre doppietta rifilata all’Inghilterra nel 1986, dove il losco e la bellezza ballano il tango sul tetto del mondo.

Mexico ’86: “Maradona” beffa Shilton con la mano; ci penserà “Diego” quattro minuti più tardi a perdonare il peccato

E danzano anche nella prima ora del film, in cui forse è addirittura Diego, la bellezza, a volgere a suo vantaggio l’eterno conflitto con Maradona, il losco. Meravigliosamente sorprendenti, infatti, le immagini che ritraggono El Pelusa alle prese con dure sessioni di allenamento, sequenze video che sembrano quasi rassicurare lo spettatore che nel suo intimo esulta: lo vedi che si allenava!

 

Strano, eh? Eppure è così. E d’altra parte non potrebbe essere altrimenti: non entri in nessuna storia se non hai mai sudato in vita tua. E Diego all’occorrenza sudava e, soprattutto, rinunciava ai suoi vizi quando sentiva forte i profumi del campo e dell’obiettivo importante.

 

Poi, però, nella seconda parte, Kapadia, forse un po’ stanco (anche lui!) di tenere il passo degli allenamenti di Diego e dell’amore amore viscerale della città di Napoli nei confronti del suo re, decide di prendersi qualche libertà, di uscire con… Maradona. Ricordate il discorso sulle scelte? Bene. Il regista, attratto dal lato oscuro del Pibe, vuole saperne di più, e legittimamente (!) indaga sulla vita notturna di Maradona, per intenderci quella che riappare improvvisamente una volta che Diego lascia il terreno di gioco.

 

Maradona esulta dopo il gol di Caniggia contro l’Italia. Il 3 luglio del ’90 la città di Napoli si schierò dalla parte del suo re

Una vita all’insegna della dissoluzione, in cui Maradona tra donne, alcol e droga tocca vette consumistiche spaventose. In molti fotogrammi inediti lo si vede assumere delle espressioni davvero demoniache: un mostro che non ha mai la stessa faccia per due giorni di fila. E’ scioccante, dopo la bellezza ammirata, assistere allo scempio che Maradona fa di Diego.

 

 

Così come è inquietante la raccolta di testimonianze dedicate ai rapporti che Maradona ha intrattenuto con esponenti della camorra: era il clan dei Giuliano di Forcella a procurargli la cocaina chiedendo in cambio la disponibilità pressoché massima a partecipare a feste o eventi o semplicemente a farsi un giro in macchina con loro nel cuore della notte.

 

 

Proprio l’aver indugiato particolarmente sulle frequentazioni poco ortodosse di Maradona ha garantito a Kapadia un bel pacchetto di critiche. Ma il regista, a nostro avviso, non ha inteso riproporre quella lettura banale e acritica secondo cui “Napoli ha rovinato Maradona”. Non solo perché il vizio della coca risale ai tempi di Barcellona, ma anche perché dell’amore dei napoletani il film ne dà contezza, e l’amore vero non può rovinare nessuno, al massimo in certi momenti può stancare.

 

Ecco, Maradona, a differenza di altri campioni, non è riuscito a gestire questa stanchezza. Lui, una personalità complessa e fragile che dall’età di quindici anni ha abbandonato per sempre la prospettiva di una vita normale, ha vissuto il suo apice in una città complessa e fragile. Da un lato le responsabilità assunte nei confronti di un popolo che gli ha dato tutto affidandogli le chiavi del riscatto sociale, e dall’altro le tentazioni alimentate da quella potente minoranza che trae vantaggio proprio da quel ritardo sociale essendone la causa.

 

Kapadia in definitiva non accusa la città di Napoli né assolve Diego. Prova solo a comprenderlo. A comprenderli.