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12 Febbraio

Disavventure italiane

Leonardo Aresi

34 articoli
L'Italrugby continua a navigare in acque agitate nel mare del Sei Nazioni, in attesa che il nuovo comandante aggiusti la rotta.

«Il Sei Nazioni è come un romanzo che la gente del rugby aspetta, ogni inverno, con la giusta ansia». Christophe Juillet, ex terzo centro della nazionale Francese, con queste parole riesce a descrivere perfettamente l’aura mistica che circonda ogni appassionato della palla ovale presente nell’emisfero nord tra Febbraio e Marzo . Il lato sportivo del Sei Nazioni è intrinsecamente legato alla cultura e alle tradizioni dei popoli che vi partecipano. La forza di questo torneo è proprio quella di riuscire a rimanere al passo con i tempi mantenendo intatta la preziosa eredità delle generazioni passate. E dall’ormai lontano 2000, anche noi italiani siamo coinvolti in questo rituale impregnato di epica e magia.

Dominquez e gli azzurri
Italia-Scozia, 5 febbraio 2000: ingresso italiano nel 6 Nazioni suggellato dalla vittoria contro i campioni in carica

Sarcasticamente potremmo dire che la nostra, se all’inizio era ansia, ora sia diventata vera e propria angoscia dell’attesa. Dopo l’exploit del 2013, con le vittorie contro Francia e Irlanda, l’Italia nelle ultime edizioni infatti si è messa in mostra negativamente come mai assistito dall’ingresso nel circolo dei pezzi grossi europei. Anche quest’anno gli affari sul rettangolo verde vanno ostinatamente per il verso sbagliato: due roboanti sconfitte casalinghe contro Galles e Irlanda sembrano aver già tagliato le gambe ai nostri ragazzi per il prosieguo degli incontri. Quella di ieri contro l’Irlanda è stata una disfatta sotto ogni punto di vista. I Trifogli hanno dominato il possesso del pallone sin dall’inizio della contesa. Le mete subite da Parisse e compagni nel primo tempo sono state tutte caratterizzate dalla stessa dinamica: manovra offensiva nelle zone centrali degli ultimi 22 metri italiani con grande concentrazione di placcaggi, in particolare negli 1 contro 1, notevole qualità nei passaggi e quindi nelle fasi di gioco e aperture precise e puntuali sugli esterni che hanno portato a termine il lavoro.

 

Ogni collisione è stata vinta da un portatore irlandese ed ogni sostegno a tinte verdi si è dimostrato ferocemente determinato. Sugli spalti dell’olimpico i migliaia di tifosi azzurri accorsi hanno potuto sentire il lamento della Banshee, presagio di morte nel mito celtico-irlandese, già dopo i primi 20 minuti. Gli azzurri non hanno retto l’onda d’urto della marea fomoriana guidata da Joe Schmidt, collezionando un totale di 90 placcaggi ma non riuscendo praticamente mai ad andare oltre la linea del vantaggio. Il gap fisico e tecnico tra le due rappresentative è stato messo ancora più in evidenza nella ripresa, dove i giganti d’Irlanda hanno ulteriormente bistrattato senza pietà i nostri. Una volta calato il sipario, il tabellino recita 10-63: nove mete subite, quasi in doppia cifra. CJ Stander e Craig Gilroy si sono portati a casa gli scalpi degli italiani con tre mete ciascuno. Era il 1914 l’ultimo anno nel quale due giocatori della stessa squadra si poterono fregiare di una tripletta in un singolo incontro del massimo torneo continentale: sull’isola di smeraldo ai titoloni dei giornali si accompagneranno anche gli aggiornamenti dei libri di storia.

Cj Stander ieri ha annichilito i suoi avversari

Per noi il cammino è appena iniziato. Connor O’shea, il nuovo head coach della nazionale, sta cercando di portare una mentalità vincente non solo all’interno della rappresentativa azzurra, ma anche nelle Zebre e nell’orbita di Treviso. Undici dei quindici azzurri titolari ieri in campo sono tesserati in una delle nostre due squadre di riferimento. Questo a dimostrazione del fatto che, probabilmente, l’unica strada percorribile per vedere dei miglioramenti sul lungo termine sia quella di insistere e insistere ancora di più con i giocatori del nostro campionato. La federazione è chiamata poi a mettere da parte le divergenze di carattere politico e amministrativo, che da troppi anni infiammano i vertici, per crescere con serietà. Ma questa è un’altra storia. «Chi è stanco del Sei Nazioni, è stanco della vita»: il monito di Lawrence Dallaglio, campione del mondo con l’Inghilterra nel 2003, è da incorniciare. Lunga vita al Six Nations, in attesa di tempi migliori.

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