Calcio
03 Febbraio 2024

In morte della domenica pomeriggio

Il calcio spezzatino ha ucciso anche la magia del bar sport.

Appennino ligure–piemontese, 700 metri sul livello del mare (ma potrebbe essere ovunque). Novembre inoltrato. Sole pallido, aria fredda che spira dal mare e qualche nuvola. Due e mezza del pomeriggio. Piazza vuota, salvo qualche faccia conosciuta davanti all’unico bar. Pochi rispetto al solito. Stranamente pochi. Dialoghi secchi tra due amici del weekend.

– Ci siamo solo noi?

– Ti aspettavi qualcuno in più?

– Certo! Ci sono le partite, è domenica pomeriggio, dovremmo essere la solita decina pronta a occupare due tavoli, caffè, cazzeggio e uno sguardo a Diretta Gol.

– Scusa, ma dove vivevi fino a ieri?

– All’estero da sette anni, non ti ricordi che te lo avevo detto qualche settimana fa?

– Ora capisco!

– Che cosa?

– Che seguivi le partite dalla app del telefono ed eri così annoiato che non ti accorgevi che la domenica non esiste più.

– In che senso?

– Svegliati, ragazzo! Alle tre di pomeriggio, quando sei fortunato, ci sono al massimo due partite! Benvenuto nell’era del calcio spezzatino. Tutto per soddisfare cinesi e arabi, di noi tifosi se ne sbattono.

– E ora che si fa?

– Scegli tu. O un Lecce – Sassuolo di media classifica oppure ce ne torniamo a casa a morire sugli smartphone.

– Prendi le carte, preferisco farmi due mani a scopa!


Se qualcuno di voi pensa che questo dialogo sia il frutto di una allucinazione, state sbagliando strada. Con tutto il rispetto per i tifosi di Sassuolo e Lecce, queste righe appena vergate sono il sunto della domenica degli Anni Venti. Non quelli “ruggenti” di un secolo fa, bensì quelli “deprimenti” dei giorni nostri. L’establishment del pallone ci sta togliendo tutto. Svuotandoci di ogni piccola gioia o leggera evasione. Occorre davvero fare un elenco di privazioni, decisioni folli, tornei assurdi e quant’altro, per arrivare a farvi capire la deriva di questo sport? Se volete, partiamo lontano, con la riforma della Champions League da un team, campione, a quattro. E poi addio Coppa delle Coppe, e una volta si aspettava calendario alla mano, una sera a settimana una competizione diversa. Come dite? Ora abbiamo la Conference? Anche no, grazie.



Si gioca sempre, forse oltre 365 giorni l’anno (magari Infantino e Ceferin stanno allargando pure il calendario gregoriano con l’ok degli sceicchi), a parte il giorno per antonomasia. La domenica. Alle tre. Un buco nero. Una noia mortale. Ampliano coppe, coppette, mondiali per club e tournee estive per fare in modo che tutti si sentano saturi di calcio. Tutti a parte loro, ovviamente. Ogni volta, noi vecchi tifosi amanti degli sfottò, di Novantesimo Minuto e delle serate in curva, pensiamo che sono arrivati al punto di non ritorno. Forse è finita, cosa possono inventarsi di peggio? Poveri illusi.

Una più del Diavolo e Satana in confronto è un agnellino rispetto al duo che giace incollato alle poltrone del comando. Calcio spezzatino, si diceva. Siamo puristi, ma ci eravamo abituati a far passare l’anticipo del sabato sera e il posticipo della domenica. Va bene, vada anche per la gara di sabato alle 18, magari se esce la partita giusta al solito bar ci si ritrova per poi andare in pizzeria. Poi venne la Cina e la sua voglia di calcio come se non vi fosse domani. Un miliardo di esseri umani che non sono in grado di formare ventidue pedatori degni di una Nazionale e vogliono la nostra Serie A! Diamogliela.

La gara delle 12.30, anno del Signore 2010. Si cerca di imitare la Premier, ma noi siamo altra cosa. Si giocava seguendo le stagioni, un tempo. Alle 14.30 d’inverno, alle 16 in tarda primavera. Quando eravamo re, non certo ora che dobbiamo prostituirci per pochi denari al sultano di turno. Lasciamo perdere le Supercoppe, in Italia non ne avremo più, a meno che i sauditi non vengano a giocare la loro qui da noi (speriamo che Gravina & C. non leggano questo pezzo). Il problema è domenicale. Con la scusa dei diritti tv stanno ammazzando borghi e villaggi dello Stivale.



Lorsignori non ci pensano e allora lo diciamo noi. Avete idea di quanti paesini sopravvivono, con quei pochi locali con tv annessa, grazie alle partite della Serie A nel giorno di festa? Quante compagnie di amici si ritrovano, caffè post pranzo o gazzosa che sia, tutti insieme con il sottofondo della diretta calcistica la domenica? È il giorno che precede il poco agognato ritorno al lavoro e non lo si deve prendere troppo sul serio. Ci si lascia andare alle risate, ai ricordi, ai rimpianti, forse anche al buon vino. E il pallone come musica d’accompagnamento.

Se, per caso, arriva un big match o simil tale, allora tutto cambia. Visi contriti, silenzi, quella voglia di sigaretta da fumare tutta d’un colpo che, accidenti, devi aspettare la fine del primo tempo. Beffe, scazzi, tensione, poi arriva il gol. VAR permettendo (qualcuno lo distrugga). Tutti noi, ognuno nella sua realtà, che fosse un paesino o un quartiere, lo abbiamo vissuto. Godiamoci gli ultimi scampoli, a breve tutto sarà finito. La fotografia degli ultimi anni è disarmante. Non è il caso di tirare fuori dati o cifre, per capire che, durante la pandemia, tanto, se non tutto è cambiato. In peggio. Tanti locali, chiusi o con restrizioni durante il Covid, sembrano ancora oggi deserti.



Eppure, il fine settimana dovrebbe essere la due giorni della voglia di uscire. Di vivere. Di ritrovarsi per “vedere il pallone in tv”. Una volta, forse. La stanno spezzettando in tanti spicchi, la nostra cara Eupalla, che ormai si fa fatica a capire quando è coppa e quando campionato. Uccidono la domenica pomeriggio, ora diventata una lenta agonia che si trascina all’ora di cena. E se in primavera, tanti di noi sollevano le spalle e se ne vanno in cerca di alternative, l’inverno non è uno scherzo. Dentro una Nazione fatta di piccoli pugni di case, il clima grigio e freddo tendente depressione non aiuta. Il calcio era uno svago. Una scusa. Tutti insieme appassionatamente per passare due ore al tavolino. Raccontarsi, tra un gol e l’altro, la settimana. Piaceri e delusioni. Speranze e balle talmente grosse che nemmeno nei racconti del Bar Sport di Benni.

Ne avevamo per tutti i gusti e andava bene così. Perché si rideva senza pensare a quanto vere o presunte (soprattutto) fossero certe affermazioni. Intanto, “guarda che gol ha fatto la Fiorentina!” oppure “oggi vediamoci prima che c’è il Derby di Genova”.

Il bar era aggregazione. Non di tifosi scalmanati, quanto di accolite di amici che già prima dei vari lockdown erano arcistufi di chiudersi dentro quattro mura pure la stramaledetta domenica. E poi, vuoi mettere quando sboccia aprile? Mica si rincasa al fischio finale. Tiriamo le sei e mezza almeno, poi prosecco o spritz e dimentichiamoci per qualche mezz’ora che domani è lunedì. Intanto, diamo un’occhiata alle formazioni di Milan–Juve. E adesso, tutto questo chi ce lo riporta indietro? La festa è finita, gli amici se ne vanno, bar, taverne, osterie abbassano la saracinesca.

La settimana scorre lenta, il week end era l’attesa del boom. Per un periodo funzionava anche l’accoppiata Premier–Serie A. Gli inglesi dominavano il sabato, noi il giorno successivo. Magari con il traino della Ferrari, ma sul declino della Rossa meglio soprassedere. Erano bollicine che riempivano bicchieri, caffè che scorrevano caldi nelle tazzine. Aperitivi e pronostici. Conti da pagare e scommesse da vincere.


Pure le scommesse son cambiate in peggio.


Il fiato sospeso dei minuti di recupero, quel palo maledetto, qualche “vaffa” di troppo, poi si era di nuovo amici. Un altro brindisi, l’ultimo prima della prossima volta. Che non esiste più. Il calcio moderno ha soffocato i suoi figli più amati. I tifosi del bar. Oscuri e ricchi burocrati si sono legati mani e piedi non solo alle tv, ma agli ascolti di remoti mercati. America, Arabia, Cina, chi offre di più? Paghiamo noi, nel senso di quelli che ci mettono cuore, passione e portafogli. A loro che gliene importa? Intanto la serranda scende, ma se continua in questo modo, chi lo sa se si aprirà ancora.


– Forse è stato un caso. La settimana prossima si torna ai vecchi tempi.

– Si vede proprio che sei un sognatore incallito. Indietro non si torna, mettitelo in testa!

– E adesso, come le passiamo le domeniche tutte insieme, noi cazzoni da bar?

– Bella domanda, amico mio. Proprio una bella domanda…

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