Altri Sport
11 Settembre 2022

Dopo l'ultimo Tour, che qualcuno salvi il Giro

Diagnosi di una crisi.

In pochi lo avevano previsto, ma questo Tour de France (edizione numero 109 per essere precisi) ci aveva rivelato il finale delle 21 durissime tappe ancor prima di cominciare. La partenza a Copenaghen infatti poteva benissimo essere interpretata nell’arrivo sugli Champs-Elysées in maglia gialla del danese Vingegaard, autore – insieme al rivale sloveno Tadej Pogacar – di uno dei duelli più entusiasmanti degli ultimi vent’anni.

Un Tour come questo ha stravolto tutto. D’ora in avanti pretenderemo sempre di più, non accontentandoci di vedere semplicemente qualcuno vincere, come negli ultimi anni. Vorremo vedere corridori che attaccano anche quando non avrebbe senso, quando non conviene; vorremo smettere di ragionare con il Garmin in mano e più con il cuore. Per goderci ancora sfide come questa, capaci di divertire e tenere incollati a smartphone e televisori tutti gli appassionati di ciclismo, ma anche di ricordarci il baratro di differenza tra la maglia gialla e la maglia rosa.


Una battaglia che ricorderemo a lungo


La partenza in maglia gialla di un Pogacar che nessuno avrebbe mai immaginato poter essere detronizzato con disarmante facilità, gli attacchi sfiancanti di Van Aert, che ci ha provato fino all’ultimo a cambiare la storia di questo tour. Il coraggio – o forse l’ingenuità – di Tadej sul Galibier, che pur di dimostrare la sua superiorità ha permesso a Vingegaard e Roglic di imbastire una tattica che ha praticamente deciso il tour. Tanto è bastato a ricordarci, se mai ne avessimo bisogno, quale sia la corsa più importante al mondo.

Potendo esprimere un desiderio, nessuno avrebbe mai voluto far finire mai questo tour. Abbiamo guardato, ammirato e contemplato una serie di tappe dal grandissimo tasso di spettacolarità, una dietro l’altra, a ricordarci che il ciclismo è uno sport ancora vivo e vegeto, in grado di regalare emozioni uniche.


Non è tutto oro quel che luccica


Le grandi gesta di due atleti che hanno corso un tour a parte, contribuendo anche a nascondere alcuni grossi problemi all’interno dell’organizzazione francese, non di certo impeccabile: in pieno avvio della 18esima tappa infatti una manovra sbagliata da parte di due moto dei media francesi, e l’ammiraglia della UAE Team Emirates sono costate la caduta per il ciclista Jack Bauer. Le due moto sono state poi sospese dalla corsa, ma nessuno ha potuto restituire a Bauer i secondi (e il ritmo) persi con la data.

Eppure, a parte qualche articolo online, la foto che lo ritrae nell’impatto con l’ammiraglia UAE non ha fatto il giro del mondo; al contrario di quella che immortala invece Vingegaard e Pogacar che si danno la mano, con quest’ultimo appena reduce da una caduta e il danese che invece di approfittarne e mettere la parola fine sul Tour, decide di aspettare il rivale per l’ultima, epica battaglia in salita. E se al posto di Bauer ci fosse stato uno di loro due?

Con tutto il rispetto per il Tour de France, che è e rimane una bellissima competizione, indiscutibilmente la più importante al momento, ma i francesi hanno costruito il loro mito approfittando degli errori del Giro. Percorsi discutibili per quanto riguarda alcune passate edizioni, il poco risalto dato dai media e i premi inferiori rispetto alla “grand boucle” hanno portato i campioni a fare una scelta. Sono tantissime le star che decidono di snobbare l’evento italiano per puntare tutto su quello francese e poi passare in terra spagnola. All’ultimo Giro d’Italia non hanno partecipato tutte le star che in Francia hanno infiammato le Alpi e i Pirenei: Tadej Pogacar, Primoz Roglic, Remco Evenepoel ed Egan Bernal (per infortunio). Il motivo? Ovviamente economico.


Fermare il declino


Se un tempo il tema di discussione era su quale fosse la più importante corsa della stagione ciclistica – con il Giro favorito sul Tour – adesso l’unico interrogativo riguarda quale possa essere la seconda corsa più importante. Dove a darsi battaglia sono la corsa rosa e la vuelta spagnola. La prima, nonostante il potenziale forse superiore a qualsiasi altro evento ciclistico, è piena fase di declino, la seconda, nonostante una geografia decisamente molto meno generosa, è in fase di crescita. La vuelta infatti nonostante i suoi dieci arrivi in salita, offre poco spettacolo, visto che parliamo di strappi piazzati dopo lunghissime tappe completamente pianeggianti; decisamente niente a che vedere con i classici “tapponi” di montagna.

monaco tour de france
Il Tour a Monaco, 1962

A muovere i direttori sportivi ovviamente non è il fascino delle Dolomiti, ma i vari montepremi: complessivamente parlando, l’ultima edizione del tour ha avuto un premio di ben 2,3 milioni di euro, mentre il Giro d’Italia si è fermato ad appena 1,5 milioni. Ma a fare la differenza sono poi i singoli premi: Vingegaard, ultimo vincitore del Tour de France, ha portato a casa ben 500 mila euro; Jai Hindley, vincitore dell’ultimo Giro d’Italia, appena 230 mila.

Davvero troppo facile per un atleta d’élite scegliere a quale corsa puntare. Ma non solo: a “decidere” le varie partecipazioni sono anche i premi individuali, quelli a cui puntano corridori “più umani” rispetto a Van Aert, Pogacar e compagnia bella. Il premio di ogni frazione di tappa passata come leader della classifica a punti, ovvero la maglia ciclamino del Giro e maglia verde del Tour, prevede solo 300 euro per il primo, al dispetto dei 1500 per il secondo.

Immettere più denaro nelle casse del giro per ritoccare i premi però non basterebbe di certo. Ci sarebbe da pensare e attuare un discorso ben più complesso, a partire dai media e dall’organizzazione. A pensarlo non siamo infatti soltanto noi, ma anche un ex campione come Davide Cassani, ora dirigente sportivo e commentatore televisivo.

In un lungo post pubblicato sui suoi profili social, l’ex CT della nazionale maschile di ciclismo, non si è di certo risparmiato: accompagnato da una prima pagina de l’Equipe con Pogacar in maglia gialla – accennando nel sottotesto alle altissime temperature, si è chiesto: “ma a pensarci bene, cos’ha in più il Tour de France rispetto al Giro d’Italia? Perché è la corsa più importante del mondo?“.

Davide Cassani, che di Tour ne ha corsi 9, non avrà mai realizzato una “doppietta” come Pantani, ma durante la sua carriera si è indubbiamente tolto molte soddisfazioni, e di ciclismo ne capisce molto. A provarlo ci sono i 18 tour commentati in televisione, ed è lui stesso, sempre nel suo post, a chiedersi “perché i francesi fanno di tutto per organizzare il Tour femminile, parlano (su media e giornali) e vivono la corsa in maniera completamente differente dal noi”. “Eppure, – conclude Cassani – in Italia abbiamo il maggior numero di cicloturisti al mondo, una delle corse a tappe più belle (il Giro d’Italia), dirette televisive che richiamano milioni di spettatori, appassionati che si muovono da casa per seguire da vicino le corse e poi?”.

Che si possa condividere o meno il suo discorso, è innegabile come i due maggiori quotidiani sportivi italiani snobbino entrambe le corse più importanti nel mondo del ciclismo: mentre l’Equipe ci ha regalato prime pagine stupende, e altrettanti approfondimenti su ciò che stava accadendo con i ciclisti in giro per la Francia, al Giro d’Italia la Gazzetta dello Sport – che peraltro organizza la corsa – ha sempre riservato all’evento il taglio basso delle sue prime pagine. Persino Il Messagero ha deciso di dedicare più spazio all’iconica foto di Vingegaard e Pogacar che si danno la mano dopo il gesto di fairplay, rispetto ai quotidiani sportivi nazionali.

Sia mai a non sbattere in prima pagina il calciomercato estivo, anche per un solo giorno. D’altronde non che sia una novità: se non è riuscito a finire sulle prime pagine del più importante quotidiano sportivo, nonché padrino della competizione, l’addio di Vincenzo Nibali alla corsa rosa, come potevamo soltanto sperare di pensare che potesse farlo il nobilissimo gesto di Vingegaard verso Pogacar?

La Gazzetta dello Sport, sabato 21 maggio 2022: con il Giro d’Italia appena entrato nel vivo, il più importante quotidiano sportivo del nostro paese, nonchè padrino della corsa, dedica la sua prima pagina al possibile (poi realizzatosi) ritorno in bianconero di Paul Pogba. Siamo a Maggio, ricordando a tutti che il calciomercato apre – di solito – i battenti a luglio.

Non si è ancora capito a che gioco al massacro – di se stessi – stiano giocando all’interno del Giro d’Italia. La nostra speranza pero, insieme a quella di tutti gli appassionati è che qualcuno possa ridare al giro il prestigio che merita. E tornare a riempirlo di campioni, perché al solo pensiero di vedere Pogacar, Van Aert e Vingegaard darsi battaglia sul Carpegna ci viene la pelle d’oca.


L’attacco della Vuelta


I problemi per il Giro d’Italia non finiscono purtroppo qui. A metterci il carico da novanta quest’anno è anche la Vuelta. Gli spagnoli infatti, mai come quest’anno, stanno presentando un’edizione davvero accattivante. In primis, per lo stesso discorso del Tour de France: i nomi. Primoz Roglic e Remco Evenpoel, i due grandi assenti del Giro, stanno regalando spettacolo puro: proprio nell’ultima tappa (16°) si sono resi protagonisti di un finale incredibile; Roglic si inventa un attacco dove nessuno avrebbe mai preso una decisione simile, mentre il leader della classifica Evenepoel fora (all’interno dei 3 km, dunque tempo neutralizzato rispetto al gruppo principale), ma poi a 50 metri Roglic cade e si infortuna, annunciando poi a distanza di 24h il suo ritiro. Lo sloveno dovrà dunque rinunciare al quarto successo consecutivo nella corsa a tappe spagnola, dimostrando però quanto spettacolo possa regalare anche la Vuelta. Ora attendiamo la prossima edizione del Giro (che verrà presentata il prossimo 17 ottobre a Milano) sperando che qualcosa possa finalmente cambiare.

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