Papelitos
23 Giugno 2018

Dove finisce il club e inizia la Nazione

La morte della nazionale.

Una caratteristica eminente, una peculiarità romanzesca, che contraddistingue il mondiale da ogni altra competizione per club, è quella dell’appartenenza di sangue alla propria terra. Ma l’epoca del relativismo imperante, unico vero criterio subjecti, non ha risparmiato nemmeno il sacro e da noi amatissimo sport del calcio. Se è il soggetto a decidere la propria nazione, la Nazione non esiste.

 

Così, è capitato che da Serbia-Svizzera di ieri sera, finita 1-2 per gli elvetici, si sia levato insieme con la pioggia sferzante di Madre Russia un grido disperato, ma inetto e squallido allo stesso tempo, il grido di Granit Xhaka e Xherdan Shaqiri (vi basterebbero i nomi per capire dov’è il problema che vorremmo sollevare). Il grido di due ragazzi albanesi che agli atti (così è stato deciso) è il grido di due svizzeri. Che cosa significa, alla luce del fatto che i due vestono la maglia crociata, quell’esultanza così polemica e, proprio perché volutamente polemica, poco coraggiosa, codarda e nascosta? E intanto la Serbia ha presentato ricorso.

 

L’esultanza di Shaqiri per il gol del vantaggio (foto Clive Rose/Getty Images)

 

Non significa nulla, se rimaniamo sul piano politico (nulla nel senso che alla fine era solo un’esultanza), moltissimo se dal fatto in sé ne ricaviamo un significato più ampio, quello riguardante l’ormai diffusa e incontrollata libertà, da parte dei calciatori, di scegliere per quale nazione giocare. Un discorso assurdo, che non riguarda i soli casi di Xhaka (il cui fratello, peraltro, gioca per l’Albania) e Shaqiri, ma coinvolge molti calciatori anche più rinomati, attualmente in corsa per il mondiale. Su tutti Boateng (il Boateng della Germania), Ozil e Gundogan, di cui abbiamo già raccontato i trascorsi poco chiari col presidentissimo Erdogan. E ancora, Diego Costa. Lo stesso Keita Balde, spagnolo, gioca per il Senegal.

 

Cambio emblematico: fuori Diego Costa, brasiliano, dentro Rodrigo, brasiliano (foto Richard Heathcote/Getty Images)

 

Guardando fuori dal mondiale, guardando in casa nostra, sono celebri i casi di Eder e Jorginho, brasiliani prestati alla causa della nostra nazionale (non chiamatela nazione, però). L’obiettivo di queste poche righe non è quello di stabilire un criterio di cittadinanza (ahinoi!) valido anche per le nazionali di calcio, ma è sollevare la questione sul marcio fondamento che fa da perno all’intera struttura del discorso: dov’è finito il limite tra club e nazionale? Dove riconosco la nazione se gli stessi giocatori che la rappresentano scelgono di giocarci, come farebbero per un qualunque altro club?

 

Non è difficile immaginare, in una situazione di questo tipo, situazione che andrà peggiorando sempre più, la simpatia che squadre come l’Islanda, l’Uruguay, il Perù, l’Iran e la Croazia possono suscitare nei nostri animi, nazionali ancora legate ad un forte attaccamento patriottico, riconoscibili dal modo di giocare, nel bene e nel male, riconoscibili nella passione NON dei propri tifosi ma della propria gente!

 

Com’è ovvio, l’episodio di Xhaka e Shaqiri è da questo punto di vista quanto di peggio possa accadere in un contesto simile. I due, infatti, non solo non dovrebbero giocare per la Svizzera, ma, una volta inseriti nel contesto elvetico, non mancano di sottolineare, alla prima occasione utile, la loro vera provenienza. Per chi non lo sapesse, le due mani incrociate rimandano al simbolo delle due aquile incrociate presenti sulla bandiera albanese. Svizzero? No, Kosovo.

 


Foto di copertina: Clive Rose/Getty Images

Gruppo MAGOG

Allegri è morto, viva Allegri!
Papelitos
Gianluca Palamidessi
16 Maggio 2024

Allegri è morto, viva Allegri!

Nelle sfuriate di Max c'è il sunto di due stagioni difficilissime.
Moriremo di moralismo
Papelitos
Gianluca Palamidessi
14 Maggio 2024

Moriremo di moralismo

Ma il giorno della fine, non ci salverà l'ipocrisia.
Real, mistero senza fine bello
Papelitos
Gianluca Palamidessi
09 Maggio 2024

Real, mistero senza fine bello

Una squadra che ha trasformato lo straordinario in fenomeno ordinario.

Ti potrebbe interessare

British storytelling
Interviste
La Redazione
16 Gennaio 2018

British storytelling

La parola a Matthew Lorenzo, fra i più noti presentatori calcistici del Regno Unito.
Il sogno calcistico della Dinastia Kim
Calcio
Eduardo Accorroni
18 Novembre 2023

Il sogno calcistico della Dinastia Kim

Il calcio in Corea del Nord sta finalmente crescendo?
Di Maria, ultimo tango a Parigi
Calcio
Vito Alberto Amendolara
24 Ottobre 2019

Di Maria, ultimo tango a Parigi

La corsa contro il tempo di Ángel Di Maria.
La Juventus comunista
Cultura
Andrea Mainente
03 Agosto 2022

La Juventus comunista

La Vecchia Signora è più forte della lotta di classe.
Da spettatori (divertiti) del Mondiale
Papelitos
Alberto Fabbri
16 Giugno 2018

Da spettatori (divertiti) del Mondiale

Il bilancio dopo due giorni di Russia 2018.