Ritratti
24 Gennaio 2022

Edin Dzeko, il cigno di Sarajevo

L'infanzia, la guerra, l'eleganza di chi ha conosciuto la sofferenza.

Nella giornata in cui si concretizza la scalata al vertice della Bundesliga, il Lampione illumina alla massima potenza la Volkswagen-Arena e le sue movenze, ora, assomigliano più a quelle di un cigno danzante su un lago che non a quelle di un palo della luce o di un ceppo di legno (queste le sfumature lessicali del soprannome Kloc appioppatogli in gioventù). Il doppio schiaffo di Edin Dzeko al Bayern, nel giro di tre minuti, sentenzia una caduta epocale del gigante bavarese in visita nella Bassa Sassonia.

Inoltre, con la doppietta finale di Grafite, il grande saggio Wolfgang Felix Magath può così godersi dalla panchina una partita che termina 5-1 per il suo Wolfsburg. Proprio lui che solo un paio d’anni prima era stato cacciato da Monaco a stagione in corso ed era ripartito dalla periferia del calcio tedesco.

Rigettato dal grande palcoscenico, il mister rivolgeva allora lo sguardo verso sud-est per scovare una delle sue punte di diamante, un ragazzo bosniaco in forza al Teplice, campionato ceco, che nell’estate 2007 attirava le attenzioni del neo allenatore dei Lupi. Un attaccante elegante col pallone tra i piedi, nonostante una stazza di 193 centimetri, capace di usare sia il destro che il sinistro, di segnare di testa e da fuori area, oppure di servire il partner d’attacco lanciato a rete, ricoprendo all’occorrenza il ruolo di prima o seconda punta con acuta intelligenza tattica.

Un talento che, anche dal punto di vista tecnico, ha richiesto tempo per giungere a maturazione.

Una classe da accudire, la sua, a maggior ragione data la fragile condizione alla nascita, e proprio la cura di sé sarà la chiave del futuro cigno di Sarajevo. Condizione di partenza che corrisponde a un’infanzia vissuta nel cuore dell’assedio più lungo della storia recente, in cui a Edin non è concesso passare molte ore liete per strade e cortili a inseguire un pallone, diversamente dai suoi coetanei fuori dai confini della Bosnia-Erzegovina.


Il bambino Edin Dzeko


Durante la guerra la famiglia di Dzeko non lascia il Paese, si trasferisce solo nella casa dei nonni, in una zona della città più sicura, per abitare quei 40 metri quadri in 13 persone. Per un bambino di Sarajevo, tra il 1992 e il 1995, non resta che attendere e ascoltare gli ordini dei genitori, come quando un divieto di uscire a giocare con gli amici vale una vita salvata, permettendo di stare lontano da un campetto che sarebbe stato colpito da una granata.

“I giorni felici e spensierati della nostra infanzia ci sono stati semplicemente rubati”.

Tra i bombardamenti e gli spari dei cecchini serbo-bosniaci, appostati sui palazzi o sulle alture intorno alla città, i luoghi in cui giocare a futbol si riducono alle aule scolastiche oppure agli spazi tra gli edifici ritenuti sicuri, non senza un certo rischio. Proprio l’esplosione di due granate durante una partita di calcio, nel quartiere di Dobrinja, rappresenta un episodio che sconvolge per l’efferatezza di quei giorni, oltre ai massacri di Markale (il mercato cittadino) e a quello della gente in fila per l’acqua.

Per le strade di Sarajevo, il calcio è ad ogni angolo della città (foto Markus Winkler)

Nessuna tregua in quella che doveva essere una festività per i musulmani, in cui i ragazzi del posto avevano organizzato un estemporaneo torneo, con tanto di pubblico di circa duecento persone. Anche un parcheggio d’asfalto in mezzo ai fabbricati può trasformarsi, per qualche ora, nello stadio più importante del mondo, fino alle deflagrazioni che spazzano via ogni minima parvenza di normalità, lasciando lo spazio alla conta di morti e feriti.

D’altronde lo sport, o quel che ne resta, è un elemento utile per comprendere la distanza siderale tra la Sarajevo fiorente e multietnica che fu e quella della guerra, nello specifico osservando il nuovo significato assunto da alcuni impianti utilizzati per le Olimpiadi Invernali del 1984. Luoghi che un tempo ospitavano le gare o gli alloggi degli atleti diventano postazioni di artiglieria o sedi di prigionia e tortura. I cinque cerchi olimpici sparsi in vari luoghi della città, inoltre, rappresentano i resti di un’epoca ormai lontana, dato che ora l’attenzione è rivolta ai cartelli su cui compare la scritta “pazi snajper” (attenzione cecchini).


Edin Dzeko, detto Kloc


Solo con la fine delle ostilità, dal 29 febbraio 1996, sarà possibile crescere giocando liberamente e avere un proprio idolo, Andriy Shevchenko, fino all’esordio in prima squadra con lo Zeljeznicar. Tuttavia, proprio mentre Sheva corre verso il Pallone d’Oro 2004, il campionato italiano è una destinazione più lontana della luna per un diciottenne Edin, soprannominato Kloc dai tifosi.

Fino all’incontro con un giovane allenatore ceco, Jirí Plísek, a cui attribuire il ruolo di levatrice di un’eleganza nascosta tra le pieghe di quel centrocampista allampanato. Nonostante l’avventura bosniaca del padre calcistico di Dzeko duri pochi mesi, il periodo è sufficiente per convincere il ragazzo a seguirlo nell’itinerario dai Balcani occidentali alla Mitteleuropea. Del resto, per persuadere la dirigenza dei Ferrovieri a cederlo bastano 25 mila euro, con grande soddisfazione da parte dello Zeljeznicar, che considera una “vittoria alla lotteria” rifilare Kloc al Teplice.

Un biennio di formazione, quello trascorso in Repubblica Ceca, che per l’allievo Edin significa lasciare per strada l’etichetta di lampione, in un percorso di affinamento che inizia con il prestito all’Ústí nad Labem, seconda divisione ceca, proprio in compagnia di un Plísek che fa giocare Dzeko stabilmente da attaccante. Oltre a convincere il Teplice, che lo riporterà presto alla base, gli ottimi risultati indurranno la Bosnia a riabbracciare un figlio prima rinnegato. Un esordio, quello in nazionale, bagnato da un gol valevole la vittoria contro la Turchia e annunciante l’inizio di una nuova era per i Dragoni.


Il primo branco di lupi: Dzeko al Wolfsburg


Un’ulteriore e decisiva raffinazione di quell’eleganza sarà operata dal già citato plenipotenziario del Wolfsburg, Felix Magath, che unifica in sé il ruolo di allenatore e direttore sportivo del club. Qui l’artigiano felice assembla una macchina da gol in grado di sovvertire l’ordine costituito della Bundesliga, con una coppia d’attacco formata da Edin e dal brasiliano Grafite. A dispetto dei pronostici, con il giro di boa del folle campionato 2008/2009, l’utilitaria si rivela essere un’auto da corsa.

Una svolta collettiva che coincide con quella personale di Dzeko, in un rendimento che traccia un solco col passato e che porterà i suoi connazionali a chiamarlo Diamante. Un’evoluzione segnata dalla simbiosi con Grafite, visto che ognuno dei due contribuisce a far segnare l’altro, in un filotto di risultati che ha come sbocco la conquista del primo, e finora unico, Meisterschale per i Lupi. Dzeko e Grafite entrano nella storia della Bundesliga anche per la conquista dello scettro di coppia gol più prolifica in una stagione, scalzando i leggendari Gerd Müller e Uli Hoeness, con 54 reti distribuite in 26 per il bosniaco e 28 per il brasiliano.

Uno dei gol più iconici nella storia della Bundes

Dzeko al City: super sub


La cura di sé nella raggiunta condizione di cigno consente di vivere la successiva esperienza a Manchester come un avanzamento di livello, nonostante a Edin non sia concesso di vestire i panni del leader come a Wolfsburg. Pur essendo fortemente voluto dai citizens, Roberto Mancini lo schiera spesso a partita in corso, in un balletto in cui il centravanti bosniaco risponde sempre presente, pur mal digerendo il ruolo di “super sub”. In una squadra di lusso in cui i compagni di reparto sono Aguero, Tevez e un Balotelli ancora in ascesa, Dzeko ha ormai la scorza dura per non perdersi e per registrare anche qui il suo nome negli annali.

Come quando la sua rete da subentrato salva un’intera stagione innescando la rimonta, poi completata dal Kun, di un City sotto 1-2 contro il QPR mentre il tempo sta per scadere nell’ultimo atto della Premier 2011/12. Un ribaltone che consegna il titolo agli Sky Blues dopo 44 lunghi anni strappandolo ai cugini Red Devils, ma ciò non basterà a Edin per scalare definitivamente le gerarchie.

Neanche col successivo allenatore, Manuel Pellegrini, con cui si scoprirà talora riserva di Negredo provando una precoce nostalgia per il Mancio. Un contributo, quello per la vittoria di un’altra Premier, che renderà comunque positivo il bilancio dell’avventura inglese, pur con l’amara certezza di non aver dato (o potuto dare) tutto. Anche perché le sue più profonde risorse mentali ed emotive Dzeko le riserva sempre e soltanto alla propria nazione.

“Darei tutti i miei trofei per portare la Bosnia ai Mondiali”.

Una consapevolezza cresciuta sempre di più in Edin, anche perché nel frattempo è diventato il punto di riferimento per la sua nazionale, e forse per il Paese in generale. Sul campo i suoi gol portano la Bosnia-Erzegovina a giocarsela alla pari con le grandi, fino alla prima storica qualificazione a un Mondiale, quello di Brasile 2014. Capocannoniere e fiore all’occhiello della squadra, Kloc è ormai diventato Dijamant e la strada che porta al primato di presenze e reti della selezione dei Dragoni è ormai tracciata.

La statura e il carisma di Dzeko, però, non si fermano al rettangolo verde e osservandolo con gli occhi di molti bosniaci pare riduttivo definirlo solo un calciatore come gli altri. La sua enorme popolarità tra la gente è dovuta a un punto di partenza comune, l’orrore della guerra vissuto dall’interno, ma in più Edin Dzeko mostra con la sua umiltà e la sua grazia un’idea di futuro per un Paese ancora diviso.

Lo fa anche affrontando alcune questioni con passione, come nell’intervista al Guardian del 2017, in cui si chiede quanto siano sufficienti le iniziative benefiche, da lui stesso compiute da ambasciatore Unicef, se a queste non seguono interventi strutturali e sistemici da parte della politica. Un impegno e una leadership che lo rendono un’icona per la Bosnia, tanto che qualcuno, addirittura, arriva a ipotizzare per lui un futuro da presidente della Nazione (un proposito, finora, sempre smentito dal diretto interessato).


Tutte le strade portano a Roma


Se non proprio presidente, almeno quella di capitano è la carica ricoperta nell’esperienza, oltre alla nazionale, più intensa della carriera. Un’avventura, quella giallorossa, iniziata con il corteggiamento di uno sfrontato Walter Sabatini in visita in Croazia, sede delle vacanze del giocatore, e con una dichiarazione d’amore più che mai esplicita: “Io senza di te non torno a Roma”.

Accolto con calore ed entusiasmo, Edin rimane ammaliato dalla passione dei tifosi senza soluzione di continuità tra la partita allo stadio e il resto della settimana. Scopre che qui un calciatore non può passeggiare tranquillamente, come a Wolfsburg o a Manchester, senza venire sommerso dalle richieste di selfie o autografi da gente di ogni età. Qui, a differenza del periodo inglese, Dzeko cerca di immergersi totalmente nell’ambiente, leggendo il più possibile articoli e approfondimenti in italiano anche per prendere confidenza con la lingua, ed è sinceramente interessato alle opinioni e alle critiche se queste provengono dagli addetti ai lavori.

Niente è paragonabile a Roma. Niente. La gente va pazza per il calcio, in senso positivo. Le aspettative erano grandi in Germania, più grandi in Inghilterra, ma niente nemmeno vicino a Roma”.

Critiche che alla sua prima annata certo non mancano, così come i meme sui social che lo riducono a macchietta. Le lancette allora sembrano tornate indietro di un decennio, il diamante pare tornato un ceppo di legno e il cigno regredito a brutto anatroccolo. In teoria è tutto da rifare. Tuttavia, anche se certi giudizi sommari fanno male, nessuno più del centravanti di Sarajevo conosce la fortuna di vivere giocando a calcio e la sua eleganza è troppo preziosa per sciuparla col rimpianto di non aver dato tutto.

Così com’è consapevole che la sua immagine di persona fredda e indifferente alle prestazioni sul campo è solo una patina superficiale, che con il tempo e il lavoro gli scivolerà via un’altra volta. Infatti nella seconda stagione, grazie anche alla fiducia e al gioco di Luciano Spalletti, Edin incanta tutti ed entra di prepotenza nel cuore della tifoseria romanista. In quella che è la sua miglior annata della carriera dal punto di vista realizzativo, si laurea capocannoniere della Serie A e diventa il miglior marcatore della storia giallorossa in una singola stagione, con 39 centri complessivi.

Il gol – e la vittoria – che a Roma illuse tutti

Altre reti ancora più pesanti, quelle delle notti di Champions, adornano la figura di un Dzeko sempre più amato. In una cavalcata che si arresterà solo di fronte al Liverpool in semifinale i punti prestigiosi della mappa, oltre ad Anfield, toccati dalla sua firma sono Stamford Bridge, con una doppietta (tra cui “il gol più bello della carriera”, emblema della struggente eleganza del bosniaco), e il Camp Nou, nei quarti, cui segue il leggendario 3-0 dell’Olimpico aperto proprio da Edin.

Una storia d’amore travolgente, quella tra il cigno di Sarajevo e la Lupa, che proseguirà con il conferimento dei gradi di capitano e la certificazione di miglior goleador straniero di sempre con la maglia della Roma, nonché terzo in generale dietro a Totti e Pruzzo. Nel rapporto con mister Fonseca però si palesano le prime crepe che culminano con la lite del gennaio 2021, un punto di rottura che costerà la rimozione della fascia di capitano, con i restanti mesi nella capitale da separato in casa.

Allora le ultime pagine scolorite del capitolo romanista di Dzeko vengono scritte con le reti al Manchester United, nella perdente semifinale di Europa League. Così le tribune deserte dell’Olimpico rappresentano una perfetta, quanto desolante, cornice a questo finale triste e solitario di una relazione viscerale, cominciata sei anni prima con una corsa liberatoria sotto una Curva Sud gremita, dopo il gol alla Juventus.


Dzeko Internazionale


La fine di un capitolo, ma non dell’intero libro. “Qui ti vogliono, vieni” è la frase pronunciata al telefono dall’amico Kolarov per voltare pagina. Con la cessione di Lukaku, simbolo del tormentato agosto nerazzurro, l’opportunità è di raccogliere la pesante eredità della maglia numero nove lasciata libera dal belga. Un’occasione, quella di vestire la maglia dei Campioni d’Italia a 35 anni, colta al volo con un entusiasmo per il gioco rimasto lo stesso del bambino di Sarajevo.

Per avere le prove, basti vedere i suoi occhi al momento della prima intervista milanese e le conseguenti prestazioni sul campo. Su tutte, la prima delle due reti nella serata che manda il Biscione agli ottavi di Champions dopo dieci anni, una botta da fuori area arrivata dopo un attacco verticale e corale di un’Inter che schiaccia come un pressa lo Shakhtar. Una trama ordita da un allenatore, Simone Inzaghi, avversario di tanti derby romani e ora un “fratello maggiore” con cui condividere l’ultimo tratto di strada, provando a scrivere un finale degno di questa storia. Perciò l’elegante danza del cigno continua.

“Io non ho dato tutto e per questo sono qui a giocare: non sono ancora contento della mia carriera”.

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