Cultura
15 Novembre 2022

Edoardo, l'Agnelli sacrificale

Solo la Juventus univa due mondi opposti.

Ed io non voglio più essere io!”, prorompe il poeta dall’animo esausto, consapevole di non potersi adattare ad una vita profondamente impropria, insoddisfacente. Il temperamento desolato e insofferente nei riguardi dell’esistenza lega la celebre lirica di Gozzano all’animo afflitto di Edoardo Agnelli, anch’egli torinese, moribondo e crepuscolare. Primogenito di quell’esteta gelido che fu l’Avvocato, in potenza predestinato ma fatalmente inadatto al jet set del capitalismo italiano. Edoardo Agnelli non fu soltanto un rampollo mancato, ma rappresentò la vera e propria nemesi di una dinastia, di un’epoca e di un’ideologia, quella capitalista, che mantiene, secondo le parole di Byung-Chul-Han, «la credenza arcaica che il patrimonio accumulato scacci la morte».

Edoardo nasce a New York nel 1954, l’infanzia è a metà tra Villar Perosa e gli States, dove studia lettere e si appassiona alle religioni orientali. Del pragmatismo mordace di famiglia non eredita pressoché nulla: ricorre sovente ad una boutade, “più fiori e meno automobili a Mirafiori”, che certo l’Avvocato non doveva gradire. Usava indirizzare al padre delle missive in cui, all’emblematica intestazione di “Signor Presidente della Fiat” seguivano strali di critica alla gestione oltremodo utilitaristica e alienante della Fiat. Scriverà, nell’ultima lettera alla sorella,

«lo sai bene che la mia mente vola alto sopra le megalopoli industriali e, osservando con attenzione sotto, vede poco di buono e tantissimo da trasformare».

È quanto basta a mostrare le dinamiche di un rapporto inconciliabile tra mondi e personalità antitetici. Gianni, charmeur mondanissimo, superuomo dell’industria dall’ego smisurato, ed Edoardo, fine umanista capace di dibattere con Margherita Hack, incline allo svuotamento del sé nella meditazione più che all’andare camminare lavorare.



Ad unirlo a quella dinastia così intrisa di rampantismo e spregiudicatezza, soltanto la congenita passione – anch’essa incompiuta – per la Vecchia Signora. Il tifoso Edoardo adora gli araldi dello stile Juve: Platini, Scirea, Cabrini. Boniperti lo ricorderà come un sostenitore appassionato, sanguigno: «di calcio se ne intendeva per davvero. Ma alla sua maniera, un po’ geniale, un po’ originale. Lo studiava da tecnico, il gioco del pallone». Non solo da tecnico, però, perché il primogenito dell’Avvocato

«riusciva a vedere il pallone anche fuori dal perimetro di gesso, fuori dallo spogliatoio. Nei suoi aspetti sociali, culturali. Leggeva molto, pensava molto. Per lui il calcio era soprattutto stile, eleganza, signorilità, sportività».

Negli Anni ’80 è per un periodo nel consiglio di amministrazione juventino. In una gara del 1986, forse Juventus-Milan, scende addirittura in panchina al fianco del Trap, per ravvivare gli animi dei giocatori e offrire indicazioni tecniche, correggendo disposizioni e marcature: tanto è l’entusiasmo che l’arbitro a metà gara lo invita ad abbandonare il campo.

Paga a caro prezzo un’intervista di quel periodo, nella quale si candidò, al posto di uno “stanco” Boniperti, a presidente della Juventus: Tuttosport dedica le nove colonne della prima pagina alle clamorose rivelazioni, ma il giorno successivo l’avvocato Chiusano convoca in ufficio il presidente Boniperti, l’autore dell’intervista Marco Bernardini, il direttore del quotidiano, e costringe tutti ad un immediato dietrofront. L’unico legame possibile con la famiglia viene così definitivamente reciso.

Edoardo soffriva – intensamente ma in interiore homine – proprio la volontà della famiglia di escluderlo da tutte le dinamiche societarie: lo deludeva il fatto che gli eredi designati fossero Giovannino prima e John Elkann poi. Se la lontananza dai riflettori e dal successo fu una scelta volontaria, l’estromissione totale da ogni forma di successione lo confermò come una presenza anodina, nomade, nel frastagliato contesto di Villar Perosa: un Agnelli non solo atipico ma incompiuto, eternamente in cerca d’autore.


La terza via bianconera di Edoardo Agnelli: né la Juventus elitaria dell’Avvocato, né quella comunista di molti intellettuali e tifosi


Nel 1986 dichiara all’Espresso «amo condurre una vita ritirata, se vogliamo ascetica, per mantenermi in contatto con me stesso». Edoardo votò il suo transito terreno alla ricerca di una verità ulteriore rispetto alla realtà fisica, poiché, sosteneva, «tutte le cose sono come Dio le vede: è una cosa che accetto io, si può anche non accettarlo. Esiste al di fuori di noi una verità delle cose come sono sempre state e come sono, e queste le sa Dio». La verità ultima non poteva essere quella del capitalismo, che criticò anche in una celebre intervista a seguito della Marcia della Pace di Assisi (contesto non proprio agnelliano), definendo

utopico e irreale pensare che debba durare eternamente”.

La ricerca dell’assoluto si esprime nella conversione all’islam e in alcuni conseguenti pellegrinaggi, dapprima in India e poi, ammaliato dalla figura dell’Ayatollah Khomeini, nell’Iran sciita, luogo che ancora oggi ne omaggia la figura. Nel cammino di ricerca interiore, non mancano i surrogati dello spirito: nel 1990, durante un viaggio in Kenya, viene arrestato per possesso di eroina. Tutto si risolverà in un nulla di fatto, ma l’episodio mostra come nel tempo il cammino spirituale di Edoardo somigli sempre più ad un nomadismo fine a sé stesso.

Edoardo Agnelli Juventus
Edoardo Agnelli (a destra) partecipa a una preghiera del venerdì indetta da Ali Khamenei a Teheran, 3 aprile 1981.

Oramai quarantaseienne, Edoardo Agnelli è ingrassato, fiaccato dalla depressione, dalle droghe e dalla consapevolezza di trovarsi incagliato sul guado dell’esistenza: chiede di rifugiarsi in “un angolo privatissimo”, in una “camera di decompressione per recuperare energie mentali”. Come il poeta, non vuole più essere sé stesso, ma soltanto levitare, con quella leggerezza che ai maschi della famiglia Agnelli non era concessa. Un’esistenza insoluta la sua, disattesa: irrisolvibile lo iato tra la dinastia d’origine e i modelli di riferimento, su tutti Francesco d’Assisi,

«uno che soffrì molto perché era considerato un matto e venne esautorato anche dall’amministratore del suo ordine» (!).

Nell’impossibilità di ascendere ed elevarsi, Edoardo Agnelli scelse di precipitare, in una fredda mattinata di metà novembre, da un pilone dell’autostrada Torino-Savona. Al crepuscolo dell’esistenza, soltanto infrangendosi sul greto del fiume Stura Edoardo Agnelli entrò a contatto con la vita, attraverso l’unico sintomo certo che ne è la morte.

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