È un atto di fede. Credere alla leggenda del Trinche è molto più che conoscere una storia, è trascendere i confini della realtà per sfociare nel mito, laddove verità e finzione si scontrano deflagrando in un’utopia che stupisce e affascina. Perché Tomás Felipe Carlovich è stato l’antieroe che devi amare, il perdente che ha vinto ridefinendo il concetto stesso di sconfitta. Quasi fosse uscito dalla china di Hugo Pratt, il mento volitivo, i lunghi capelli arruffati e lo sguardo penetrante, volto sempre all’orizzonte, disegnano i tratti perfetti di un viaggiatore che si ritrovò quasi per caso ad essere il giocatore più forte della storia del calcio.

 

 

La culla della leggenda è Rosario, città mistica e pietra miliare dell’indipendenza del paese, in cui il Generale Belgrano issò per la prima volta il vessillo albiceleste, dando un senso al concetto odierno di Argentina. Sulle rive del Paranà, questo ragazzo argentino figlio del popolo croato ha stregato un’intera città con le sue magie, lontano dai palcoscenici privilegiati dei due grandi club della città: Rosario Central e Newell’s Old Boys, nebulose di astri splendenti nel luminoso firmamento dei calciatori argentini che valsero a Rosario l’epiteto invidiabile di Ciudad del Fútbol.

 

Tuttavia non capitava sempre di trovarlo al suo posto, con la maglia numero 10 Charrúa, perché a volte il richiamo della vita era più forte di quello del calcio.

 

Carlovich preferì il prato dissestato del Estadio Gabino Sosa, la casa del Central Córdoba, squadra militante nelle serie minori, dove il Tinche trovò quella pace e quella serenità fondamentali per esprimere al meglio il suo talento (lui stesso poi definì quella squadra come ‘la migliore cosa che mi sia capitata’). Era un giocatore che, nonostante la stazza possente, era dotato di classe sopraffina e un dribbling ubriacante, quasi quanto le serate insieme agli amici del barrio.

 

 

Si diceva fosse allergico all’allenamento, svogliato nella corsa, ma determinato e cattivo nel presidiare il cuore del campo dove, da volante, imprimeva il ritmo del suo pensiero e illuminava con le sue giocate. Tuttavia non capitava sempre di trovarlo al suo posto, con la maglia numero 10 Charrúa, perché a volte il richiamo della vita era più forte di quello del calcio.

 

Stazione di Rosario Central

 

Quando giocava il Trinche si notava: le strade attorno al Gabino Sosa venivano tappezzate di manifesti con un unico e chiaro messaggio: “Esta noche juega El Trinche”. Quei giorni anche le tribune gremite pagavano al Central Córdoba un prezzo diverso perché con El Trinche hay un precio, sin hay otro. Sotto gli occhi di illustri signori del calcio albiceleste, come Pekermann, Menotti e Bielsa che spesso assistevano alle esibizioni di Carlovich, prese forma la sua giocata più peculiare, il doppio tunnel che lo rese celebre in tutto il paese.

 

 

El doble caño era più che un arabesco del gioco una pugnalata all’autostima degli avversari i quali, anche più volte a partita, venivano umiliati con la palla tra le gambe; prima Carlovich “prestipedava” – come direbbe Brera – con l’interno del suo splendido mancino e poi ripeteva il gesto in senso opposto con l’esterno dello stesso piede, tra le ovazioni deliranti del pubblico. Un gesto talmente iconico da diventare oggetto di speciali bonus personali per il Trinche, il quale si diceva fosse pagato in base al numero di doble caños riusciti, risultando una delle maggiori attrazioni del popolo pagante.

 

ll genio del Trinche annichilì i migliori giocatori del paese a suon di lanci millimetrici, dribbling funambolici, percussioni costanti e contrasti violenti.

 

L’apice della sua leggenda si raggiunge il 17 aprile del 1974, quando la nazionale argentina di Vladislao Cap si recò a Rosario per giocare una partita di preparazione in vista dei Mondiali tedeschi dell’estate successiva. La squadra avversaria era una selezione locale che accoglieva tra le sue fila 5 rappresentanti del Newell’s e 5 del Rosario Central. Insieme a loro lui, il Trinche. Le cronache dell’epoca narrano di una partita memorabile, una delle sconfitte più umilianti della storia della Seleccion.

 

 

Il genio del Trinche annichilì i migliori giocatori del paese a suon di lanci millimetrici, dribbling funambolici, percussioni costanti e contrasti violenti. Una piaga per l’albiceleste, a tal punto che si narra che lo stesso Polaco Cap implorò il CT della selezione rosarina Griguol di sostituire quel Carlovich che li stava facendo impazzire.

 

 

Sulla destra El Trinche, calciatore per caso

 

 

Eppure, nonostante la prestazione impressionante, Cap non fu mai tentato di portare in Europa con la nazionale quel ragazzone dal nome balcanico; allo stesso modo nessun altro grande club si interessò realmente al Trinche e così, se non per qualche sporadica apparizione nel Rosario Central e nel Colón, Carlovich non giocò mai con costanza nella massima serie del campionato argentino. Inoltre, né testimonianze di quella storica partita del ’74, né di altre partite di Carlovich esistono negli archivi consegnati alla storia.

 

 

Non vedremo mai il doble caño del Trinche in registrazioni desaturate, non esiste una sola sequenza del suo genio e anche le foto scarseggiano. Nessun almanacco o figurine, solo poche cronache locali e qualche sporadica apparizione sull’inchiostro nazionale restituiscono la veridicità della sua esistenza. Lo stesso Diego Armando Maradona, quando fu presentato al Newell’s Old Boys di ritorno in patria dopo la lunga parentesi europea, a un cronista “felice che il più grande di tutti fosse finalmente arrivato nella città del fútbol”, rispose:

“No, il più grande ha già giocato a Rosario, era Carlovich”.

Menotti, uno dei suoi più grandi estimatori, ricorda di averlo chiamato personalmente pochi prima mesi dall’inizio dei Mondiali domestici del 1978, consapevole del talento cristallino del Trinche, per aggiungere un ulteriore e ultimo elemento di qualità alla sua straordinaria rosa. Carlovich accettò, ma mentre si dirigeva verso la capitale si fermò a pescare presso un ruscello, e visto che le trote abboccavano copiose non ritenne opportuno allontanarsi.

 

 

In fondo Buenos Aires era così lontana dalla sua Rosario, e poi lui una squadra in cui giocare l’aveva già, quindi tornò sereno sui suoi passi. Scelte che appaiono straordinarie da parte di un uomo che ha semplicemente deciso di vivere una vita del tutto ordinaria, elevando il calcio alla sua dimensione più pura, quella di gioco, di divertimento, faticando a comprendere gli obblighi e le costrizioni di un professionismo che non combaciavano con il suo ideale.

 

 

Diego con la maglia del Newell’s Old Boys

 

 

Ideali e arte che si riflettono nel contesto sociale di una città, Rosario, che ha visto dare i natali al più grande uomo di lettere del paese, Cortázar, e il più celebre rivoluzionario della storia contemporanea, Ernesto ‘Che’ Guevara. Arte e ribellione, genio e ideali, bellezza e integrità le sintesi perfette che hanno caratterizzato la storia del Trinche. Ma è nei ricordi della gente che vive il suo mito, di chi ricorda ancora oggi le sue giocate memorabili; nell’affetto delle persone che mai si sono dimenticate del loro Trinche Carlovich, anche quando, qualche anno fa, una tremenda osteoporosi stava per portarsi via la sua anca.

 

 

Amici e tifosi lo aiutarono a finanziare l’operazione per continuare a camminare anche se questa, ormai, non gli consente più di testimoniare la sua grandezza con la palla tra i piedi. Il Trinche non è mai cambiato, e forse non avrebbe mai potuto farlo. Continua a vivere nel Barrio 7 de Septiembre, nell’umiltà di una vita semplice. Il calcio lo porta nel cuore e nella quotidianità, dove cerca di insegnare il genio dei suoi piedi e pare anche lo faccia con buoni risultati.

 

 

Ogni tanto qualcuno lo cerca ancora per chiedergli del Trinche, delle leggende e del gran numero di aneddoti che lo circondano, ma lui con signorile distacco tende a smorzare gli entusiasmi, ritenendo che molte delle cose che riguardano la sua persona, la sua vita e la sua carriera siano state ingigantite. Qualcuno ha anche provato a chiedersi come sarebbe potuta essere la sua storia se avesse avuto una testa diversa, se avesse davvero provato a far fruttare l’incredibile talento di cui era dotato.

 

“A chi mi domanda perché non sono arrivato chiedo: cosa significa arrivare? Io volevo solo giocare a pallone e stare con le persone che amo, e loro vivono tutte qui, a Rosario”.

 

Noi non sappiamo cosa voglia dire arrivare ma sappiamo che El Trinche, in un posto tanto metaforico quanto reale, ci è arrivato: il cuore di l’ha visto giocare. Forse non basta a giustificare le leggende e miti sorti intorno a lui, ma in fondo vi avevamo avvertito. È un atto di fede.