Domani, 22 febbraio, si voterà per la presidenza della FIGC. Più volte noi abbiamo approfondito l’argomento, anche perché da chi salirà alla presidenza dipendono il futuro del calcio nazionale e la (auspicata) ripresa economico-sociale del settore. Sarà Gabriele Gravina contro Cosimo Sibilia, il presidente uscente opposto al presidente della LND (Lega Nazionale Dilettanti): una sfida tra due protagonisti del calcio italiano che solo quattro anni fa sembravano andare d’accordo, tanto che si era immaginata una staffetta per la guida della federazione.

 

 

In queste settimane abbiamo studiato entrambi i programmi elettorali, annotando alcuni punti che ci hanno destato perplessità. Ci eravamo dunque attivati per ospitare i due candidati sulle nostre colonne, in una sorta di confronto all’americana che avrebbe previsto gli stessi quesiti per entrambi; complice però un nostro leggero ritardo nell’invio delle domande, consegnate a inizio febbraio, Gabriele Gravina negli ultimi 18 giorni non ha trovato il tempo e il modo di rispondere. Ospitiamo dunque solo il candidato di “opposizione”, Cosimo Sibilia. 

 

Il logo della Figc nel 2018 per i 120 anni dalla nascita della Federazione. In tre anni è cambiato veramente tutto.

 

 


SOSTENIBILITÀ


 

Il calcio è ormai dipendente dai diritti televisivi, a maggior ragione adesso ma già da molti anni. Tuttavia si ragiona esclusivamente in base a questi ultimi, quasi fossero un alibi per non affrontare contraddizioni strutturali. È una deriva inevitabile o si può pensare a qualche contrappeso per limitare lo strapotere delle televisioni/piattaforme streaming?

 

La sostenibilità del sistema deve passare da concetto astratto, spesso evocato per dire tutto e niente, a un concreto modus operandi. Sicuramente dall’avvento delle pay-tv il calcio professionistico si è sempre più legato alla vendita dei diritti televisivi, ma lo scenario è mutato e le criticità sono state ulteriormente messe in evidenza dall’emergenza Covid. Ne è una dimostrazione la discussione su fondi e piattaforme che si trascina da settimane in Serie A.

 

Il contrappeso può stare solo in una vera rivoluzione che parta dai costi dell’intero sistema alle modalità di fruizione del prodotto-calcio. Portare a compimento in tempi rapidi la ristrutturazione dei campionati significherebbe accelerare, e di molto, il processo di riforma del quale il calcio italiano non può più fare a meno.

 

A proposito di sproporzioni economiche, ultimamente si è imposto con forza il tema degli stipendi dei calciatori: è credibile pensare ad alcune forme di tetto salariale? Nel caso si tratterebbe di una politica comune europea, ma una strada del genere è effettivamente percorribile? Se sì, come e in che tempi? Se no, perché?

 

Il problema del peso degli ingaggi è stato acuito dalla crisi degli introiti generata dalla pandemia. E si tratta di un problema, anche questo, collegato alla dipendenza dai diritti televisivi. Servono nuove forme di distribuzione, esplorando territori nei quali altri campionati europei sono già padroni da diverso tempo. Mi riferisco ad esempio alla necessità di rivedere le politiche sugli impianti, trasformandoli nelle case dei tifosi e non in fortezze di massima sicurezza. Serve un mix più armonico tra offerta televisiva e partecipazione dal vivo, con strategie che diano un nuovo impulso dal punto di vista commerciale.

 

Per quale ragione in Italia non si può replicare il «modello tedesco», in cui i tifosi diventano piccoli azionisti e soci del “proprio” club?

 

Mi risulta che le realtà esistenti in Italia siano al momento esclusivamente espressione dell’universo dilettantistico. Credo sia un fatto culturale, di approccio, ed io ci non vedo nulla di male nel favorire l’adozione di un modello simile. I casi ai quali facevo riferimento, come il CS Lebowski in Toscana, oltre che ad essere virtuosi confermano che è possibile immaginare e gestire il calcio in modo diverso, svincolandolo dai canoni abituali.

 

Il Centro Storico Lebowski e la sua campagna di autofinanziamento per la stagione sportiva 2020/21.

 

 


GOVERNANCE


 

A volte sembra che le misure emergenziali del governo siano dettate da criteri “moralistici”, per cui certi ambiti vengono penalizzati in quanto “superflui” e non necessari. È possibile che il calcio abbia scontato una simile impostazione? E cosa farete, se eletti, per richiamare il governo alle proprie responsabilità?

 

Il calcio, per certi versi, ha pagato l’etichetta dei ‘ricchi e viziati’. La riflessione è si è quindi appiattita solo sul vertice, schiacciando il resto di un movimento che svolge un’opera sociale senza eguali in Italia e lasciandolo fuori da ogni forma diretta di sostegno. Il calcio nel suo complesso è una delle industrie più importanti del Paese, e del suo indotto le istituzioni non posso non tenere conto. Mi auguro che il prossimo Governo possa aprire un confronto diretto con il mondo dello sport, a differenza di quanto è stato fatto dall’ultimo esecutivo. Ascoltando le reali necessità di ogni singola realtà sarà allora possibile fornire soluzioni adeguate.

 

Si è parlato tanto di un “accordo” privato tra le varie componenti per la guida della FIGC (che doveva avere come esito la staffetta Gravina-Sibilia nell’ultimo quadriennio): Ulivieri lo ha definito un fatto privato, ma un patto simile incide sulle dinamiche dell’industria del calcio. Quali erano i termini dell’accordo, e perché oggi siete nuovamente entrambi candidati?

 

Sulla questione sono tornato più volte e per lo stesso motivo per il quale ho deciso ugualmente di candidarmi: si chiama coerenza. Ho invitato i testimoni, i firmatari e i garanti di quel patto a tirarlo fuori, facendone nomi, cognomi e incarichi. E finora tutti quanti ci hanno girato intorno senza però negarne l’esistenza. Questo è un dettaglio che la dice lunga sulla trasparenza di certi personaggi che oggi si presentano al mondo del calcio proponendosi come gli artefici del suo rinascimento.

 

Cosimo Sibilia e Gabriele Gravina

Cosimo Sibilia, a sinistra, e Gabriele Gravina (Paolo Bruno/Getty Images)

 

 


RIFORMA CAMPIONATI


 

Il tema della riforma dei campionati ormai sembra non più rimandabile, viste anche le difficoltà di molte squadre di Serie A, Serie B, Lega Pro e Serie D: qual è la vostra idea di rimodulazione degli attuali format?

 

Altro che stanza in cui chiuderci, come dice il presidente Ghirelli, neanche fossimo degli adolescenti tormentati. Il luogo dove fare la riforma dei campionati esiste e si chiama Consiglio Federale, e c’era anche prima del 22 febbraio. Capisco la dialettica elettorale, ma su questo tema si è superato ogni limite nella mancanza di garbo istituzionale. In due anni e mezzo e con un’emergenza come quella che stiamo ancora vivendo, con una norma straordinaria che era stata concessa al mondo dello sport dal precedente esecutivo, non c’era occasione migliore per mettere le mani su un sistema che non si regge più.

 

Si può immaginare, insieme alla riforma dei campionati, l’introduzione del semiprofessionismo come categoria di mezzo tra il professionismo e il dilettantismo? Nel caso, avete già ipotizzato un dialogo con il governo?

 

Ciò che serve è senza dubbio una profonda riflessione da parte di tutte le componenti sull’area del professionismo, nell’interesse comune del calcio italiano. Non è questione di ‘presidenti eroi’ ma di concepire un modello che sia veramente sostenibile, e prima di tutto credibile. Su questo tema di retorica non ne abbiamo davvero alcun bisogno.

 

Cosimo Sibilia, nel 2018, all’assemblea elettiva della FIGC a Roma. (Marco Rosi/Getty Images)

 

 


TIFO E STADI


 

Nelle ultime settimane è stata avanzata la proposta di far entrare negli stadi solo i tifosi vaccinati. Secondo voi questa opzione, che ha suscitato notevoli e comprensibili perplessità, è percorribile?

 

Io ho sempre sostenuto che lo sport senza il pubblico è uno spettacolo incompleto e che si potrebbero trovare diverse soluzioni in base ai contesti. La presenza degli spettatori costituisce un elemento di fondamentale importanza nel far quadrare i conti delle società a tutti i livelli, seppur con le dovute proporzioni. Il problema è che nella campagna vaccinale ci sono ancora molte criticità da risolvere. Spero che il nuovo Governo possa trovare rapidamente delle soluzioni che andrebbero ovviamente anche a beneficio del mondo dello calcio.

 

I tifosi negli ultimi anni sono stati sempre più marginalizzati, ridotti ormai a spettatori/consumatori, e le stesse presenze negli impianti italiani non lasciano ben sperare. Come si può ridare centralità ai tifosi? E in generale, quando pensate che possano tornare negli stadi?

 

Questa domanda si lega inevitabilmente alla prima che mi è stata posta all’inizio di questa intervista: è necessario rivedere il rapporto tra evento e distribuzione televisiva, individuando delle forme di partecipazione che permettano ai tifosi di tornare sugli spalti. E qui s’innesta anche la necessità strategica di ammodernamento degli stadi italiani. Sul ritorno del pubblico? Spero come tutti al più presto, perché significherebbe la sconfitta definitiva del virus.