Calcio
25 Gennaio 2023

Elkann vs Agnelli, atto finale

La resa dei conti tra John e Andrea sulla Juventus.

Negli ultimi giorni si è analizzata la penalizzazione alla Juventus da ogni possibile angolatura, entrando nei suoi tecnicismi più giuridici ed economici. Qui ci risparmieremo la ricostruzione dei fatti, già sviscerati egregiamente da altri, riassumendo solo la vicenda nelle sue tappe fondamentali. A partire dalla riapertura del procedimento, causata dalle intercettazioni telefoniche dell’inchiesta Prisma: è questo il motivo per cui ad oggi ha poco senso parlare di altre squadre o di altre (surreali) operazioni, e anche se dovessero venire aperti procedimenti (l’affare Osimhen su tutti), servirebbero le prove – documenti, confessioni, irregolarità economiche (es. mancato versamento di imposte) – che confermino l’impianto accusatorio.

Soprattutto per una questione così soggettiva, e difficilmente dimostrabile, come la valutazione gonfiata dei calciatori per alterare i bilanci.

Intercettazioni che, tuttavia, in pochi si sono chiesti perché siano state autorizzate ai soli dirigenti della Juventus. Il motivo è presto detto: la Consob, l’organo di controllo delle società quotate in Borsa (in Serie A sono Juve, Roma e Lazio), aveva richiesto al club maggiori informazioni su alcune operazioni di mercato sospette e sugli accordi, raggiunti con i suoi tesserati, per la rinuncia o il posticipo di compensi nel periodo Covid – la famosa “manovra stipendi”, prossima pesante grana bianconera, che si riferisce alle stagioni 2019/20 e 2020/21. Da qui si è messa in moto la Procura di Torino, che ha deciso di intercettare i dirigenti della Juve e di indagare sui bilanci del club.

Juve che sostanzialmente, per citare l’ottimo Alessandro Giudice, «ha presentato bilanci che Consob e i suoi stessi revisori hanno ritenuto alterati per non aver applicato un principio contabile (IAS 38 – Attività immateriali) obbligatorio in virtù del suo status di quotata in borsa (…) Perciò, la Borsa – di cui Consob è l’organo di controllo – impone obblighi di trasparenza supplementari alle quotate tra cui l’adozione dei principi contabili internazionali. Le altre società coinvolte nell’inchiesta sono invece vincolate a redigere il bilancio secondo i principi contabili nazionali (OIC) per i quali è sufficiente la giustificazione tradizionale delle plusvalenze: nell’impossibilità di stabilire il valore di mercato oggettivo del cartellino, vale (più o meno) quasi tutto».



Qui si entra poi nelle insufficienze e nelle lacune della giustizia sportiva, una selva oscura di cui si invoca la “autonomia” ma che invece prende le carte (e le intercettazioni, quelle scelte dalla procura e quindi dall’accusa, allo stato attuale ancora non entrate nel processo penale) dalla giustizia ordinaria per dimostrare l’alterazione del bilancio. Perché l’altro grande paradosso è che, nell’ordinamento sportivo, manca la norma che punisce questo tipo di comportamento. Lo ricorda l’avv. Intrieri, che sostiene di “detestare sportivamente” la Juventus ma parla di “giustizialismo spiccio” e trionfo della “giustizia del popolo”:

«Si deve sapere prima se una certa condotta costituisce reato, perché deve essere inserita in una norma che lo descrive. Il dottor Torsello (il giudice della Corte Federale, a capo della Corte d’Appello, ndr), sei mesi fa, ha detto che non c’è la norma. Sei mesi dopo ha cambiato idea, ma la norma che lui indicava non c’è tutt’ora».

In realtà la norma specifica che sanziona l’alterazione di documenti contabili ci sarebbe pure, e sarebbe l’articolo 31. Tuttavia, come ricorda anche Alessandro Barbano sul Corriere dello Sport, l’art. 31 può sanzionare solo nel caso in cui l’illecito eluda le norme che regolano l’iscrizione al campionato – e non è il caso della Juventus, sennò altro che -15 punti. Perciò ci si è appigliati al genericissimo articolo 4, quello che punisce la ‘slealtà sportiva’, e lo si è fatto ricorrendo ad espressioni quali “sistema” e “plusvalenze artificiali, decise a tavolino” – come se quelle degli altri club fossero naturali e sporadiche, non attuate scientemente per far quadrare i bilanci – e ipotizzando “campionati falsati”.

Paroloni utilizzati per dare sostanza a un qualcosa che, giuridicamente, sostanza non ne ha. Anche considerato che il codice di giustizia sportiva prevede (art. 44) che il processo sportivo si ispiri al giusto processo ordinario; e qui, comunque la si pensi, di tutto si può parlare fuorché di giusto processo. Poi ci sono le richieste del procuratore: la Juve deve finire fuori dalle coppe e quindi “essere sotto la Roma”. Tutto abbastanza grottesco, e chi scrive non è certo juventino. Per approfondire questi aspetti però preferiamo attendere le motivazioni, attese a giorni e forse a ore, che diraderanno (o infittiranno) un po’ di naturali nebbie.



Vogliamo invece concentrarci su un’altra questione, sottaciuta dai media ma bisbigliata, sussurrata, mormorata da tempo nei corridoi, nelle redazioni e nelle chat: la guerra civile tra Elkann e Agnelli. Un conflitto profondo e sotterraneo che parte da lontano, ben oltre il calcio, e che aspettava solo una resa dei conti con annessa liquidazione dell’attuale dirigenza. Basta vedere alcune nuove nomine, su tutte quella di direttore dell’area tecnica di Francesco Calvo – ex strettissimo amico di AA, direttore commerciale e responsabile dei ricavi della Juventus – a cui il presidente bianconero aveva soffiato la moglie (Deniz Akalin, con cui oggi ha due figli) compromettendo ovviamente il rapporto con Calvo e costringendolo poi all’addio da Torino.

Il fatto che Calvo fosse già tornato un anno fa, nel ruolo di Chief of Staff, era l’ennesimo sintomo del cerchio che si stava stringendo attorno ad Agnelli ad opera degli stessi Elkann; o comunque che Andrea, sempre più indebolito, non fosse più in controllo della situazione.

Ma c’era molto di più, in realtà; tante tessere di un mosaico di guerra tra l’attuale gestione e gli Elkann. Pensiamo a tutte le rivelazioni uscite dalla pancia della Vecchia Signora, un mondo da cui storicamente non filtrava mai nulla: l’esame truccato di Suarez, i documenti riservati, i video di Nedved (di anni prima), gli spifferi sulle plusvalenze fittizie (fino ai rilievi della Consob e all’apertura dell’inchiesta della Procura di Torino, con annesse intercettazioni). Il tutto ad abbattersi su una gestione sempre più debole e in difficoltà, provata dai fallimenti dirigenziali degli ultimi anni: la dispersione del patrimonio tecnico (da cui nasce l’esigenza di far quadrare i bilanci in modi fantasiosi) e l’all-in sulla Superlega, costato assai caro.



L’unico che ne ha parlato è stato Gigi Moncalvo, “vecchia volpe del giornalismo nostrano”, come lo definisce TPI in questa intervista, che ha attraversato decenni, quotidiani (dal Corriere della Sera alla Padania, di cui è stato direttore) e televisioni; ex alto dirigente Rai e soprattutto autore di vari libri a tema: “I lupi e gli agnelli. Ombre e misteri della famiglia più potente d’Italia” (2009), “Agnelli segreti” (2012) e soprattutto l’ultimo: “Agnelli Coltelli” (2022): oltre 700 pagine di documenti, carte, rivelazioni, con un capitolo dedicato solo alla resa dei conti tra John Elkann e Andrea Agnelli.

«Dopo la guerra con cui John Elkann ha scalzato il suo non molto amato cugino Andrea, è nato un “governo tecnico”, per guidare la società nella tempesta, un governo di salute pubblica societaria molto simile a quelli che hanno commissariato l’Italia negli ultimi anni. E dico “tecnico” perché lo sport non c’è più – spiega Moncalvo a Giuliano Guida Bardi e Luca Telese –. Poveri tifosi bianconeri! Oggi ci sono i commercialisti e gli avvocati, alla guida della società, ci sono le madamine juventine che hanno decapitato Andrea Agnelli dalla guida su mandato del cugino! (…) E la vera notizia clamorosa è che per realizzare questo obiettivo Andrea è stato criminalizzato e abbandonato al suo destino nell’inchiesta».

«Dal punto di vista dinastico, gli Elkann hanno portato via la Juventus all’ultimo erede della famiglia Agnelli».

Gigi Moncalvo a TPI

Moncalvo, convinto che questa sia «la storia del secolo, il grande rimosso del nostro Paese», dotata di «tutti gli ingredienti: i protagonisti, la famiglia, la finanza, i soldi, l’informazione, il calcio, l’industria dell’auto, i veri poteri economici italiani», parla anche in un’intervista a Mowmag delle dimissioni del CdA juventino come di un «vero e proprio colpo di Stato fatto in maniera subdola dagli uomini e dalle donne di John Elkann». Per poi continuare: «il CdA uscente rappresenta in tutto e per tutto, per l’80%, John Elkann. La cosa strana è che, nel silenzio e nell’omertà dei media, Andrea Agnelli formalmente comandava, ma il CdA non era nelle sue mani o sotto suo controllo». ‘Perché?’, gli chiede l’intervistatore Lorenzo Longhi:

«Perché non è passata la sua linea di proseguire il braccio di ferro con Procura e Consob, senza tenere conto peraltro dei grossi rilievi sollevati anche dalla società di revisione pagata dalla Juventus, Deloitte & Touche».

Per chi fosse appassionato alla materia e agli intrighi, agli Elkann e agli Agnelli, un libro imprescindibile

Di querele, in quindici anni di libri sugli Agnelli/Elkann, Moncalvo non ne ha mai prese. Sintomo che qualche cosa di vero lo avrà pure scritto. Ecco perché quando molti attaccano i “palazzi del potere juventini” lo fanno, ingenuamente, credendo che siano un blocco monolitico e compatto: così non è. Ad oggi, se non si può avere la sicurezza che John Elkann abbia orchestrato il golpe per rimuovere Andrea Agnelli, si può quantomeno avere la ragionevole certezza che l’amministratore delegato di Exor sia, per così dire, soddisfatto della definitiva estromissione del cugino dalla gestione della Juventus. Estromissione, tuttavia, maturata non (solo) per un intrigo.

La gestione Agnelli sconta le sue gravissime lacune, i suoi imperdonabili errori. A partire da quegli “acquisti senza senso e investimenti fuori portata” (parole di Cherubini) che poi, per far quadrare i conti, hanno portato a toppe peggiori del buco: la Superlega e le plusvalenze. Tutti effetti di una gestione, negli ultimi anni, disastrosa, infilatasi in un vicolo cieco, e che ha solo peggiorato la propria situazione. Dello stesso parere anche la Curva Sud della Juve, che in un lungo comunicato ha attaccato a testa bassa la dirigenza, interessata solo «a far crollare le azioni per agevolare l’uscita dalla Borsa e vendere più facilmente la nostra Juve a qualche altro faccendiere».

Comunicato che poi continua: «Questa volta è peggio del 2006. In quel caso eravamo veramente incolpevoli. Oggi no. Oggi paghiamo perché questi luridi esseri della dirigenza hanno trattato la nostra Maglia come un oggetto senza anima».

Pure i tifosi più caldi convinti che Agnelli e soci se la siano “cercata”, o comunque procurata. Non è un caso allora che John Elkann, a La Stampa di Torino, abbia rilasciato un’intervista che segna un cambio di rotta e di paradigma rispetto alla gestione Agnelli: «Spero che insieme alle altre squadre e al governo possiamo cambiare il calcio nel nostro Paese, per costruire un futuro sostenibile e ambizioso. È in gioco il futuro della serie A e del calcio italiano, che sta diventando marginale e irrilevante».

Una decisa sterzata rispetto al recente isolazionismo della Juventus, contro la Lega Serie A e gli altri club, fuori dall’ECA e in contrasto con l’UEFA (che dovrà anch’essa pronunciarsi su possibili violazioni del fair play finanziario e su un’eventuale esclusione bianconera dalle coppe). È il riposizionamento di John Elkann, che deve ricostruire una credibilità perduta. Sulla pelle della Juventus e di Andrea Agnelli, “abbandonato al suo destino” come dice Moncalvo, inizierà una nuova era.

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