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Raffaele Scarpellini
2 Settembre

Emiliano Martinez è Argentina pura

Il "Dibu" nell'arte dell'inganno.

La mistica che aleggia intorno alla cosiddetta lotteria dei rigori contiene elementi tragici, quasi ineluttabili, spesso crudeli e sempre cruenti nella violenza delle emozioni che si trascina dietro. Un calcio di rigore, per citare Jorge Valdano, è una sfida a duello, un combattimento a due con leggi proprie, una tenzone meramente psicologica tra portiere e tiratore.

Nella lotteria, il flusso emozionale tra un’esecuzione e l’altra si fonde: per questa ragione, plasmarne l’inerzia, modificarla a proprio favore diventa spesso la chiave di volta che traccia il solco tra vittoria e sconfitta. Il cucchiaio di Totti contro l’Olanda nel 2000 o quello di Pirlo agli inglesi nel 2012; il balletto di Jerzy Dudek a Istanbul nella finale del 2005 contro il Milan: tutti momenti clou in grado di far virare la pressione, di modificare il peso delle scelte successive.

Spesso si tratta di gesti, di azioni: Emiliano Martinez detto “Dibu”, portiere dell’Argentina, ha invece manipolato la sfida portiere-tiratore ad un livello meramente dialettico, dettato dalla sola forza delle parole. Un trash-talking rivelatosi decisivo per la conquista della Copa America da parte dell’Albiceleste, e per questo motivo diventato già storico in terra rioplatense. 



E pensare che “Dibu” non avrebbe dovuto essere tra i pali quella sera. A dire la verità, la sua carriera fino al 2018 sembrava arrivata ad un binario morto: giunto dall’Indipendiente all’Arsenal a 18 anni, era stato risucchiato da quell’eterna girandola di prestiti in cui molti giovani Gunners finiscono, prima di essere risputati fuori in qualche lega minore.

Promosso a secondo di Leno dopo una buona esperienza a Reading, “Dibu” si fa trovare pronto quando il tedesco si frantuma il ginocchio in una trasferta a Brighton (un infortunio così grave da non essere mostrato in TV), con una serie di ottime prestazioni che convincono l’Aston Villa a investire 21 milioni su di lui l’estate successiva, rendendolo il portiere argentino più pagato di sempre.

I Gunners non possono garantirgli il posto da titolare, che lui invece vuole a tutti costi per poter farsi notare in ottica Albiceleste: per “Dibu” quella maglia ha un peso, e nonostante i tanti anni in Europa si sente argentino più che mai; conquistare un trofeo con la selección è sempre stato il suo unico obiettivo, come dichiarerà.

A Birmingham Martinez esplode, come dimostrano i 15 clean sheets stagionali e il premio di Miglior Giocatore per i Tifosi. “Dibu” incarna l’Argentina in tutta la sua spavalderia, dentro e fuori dal campo: una qualità fondamentale per un ruolo in cui trasmettere sicurezza ha un peso specifico decisivo. La chiamata di Scaloni non tarda ad arrivare, e quando Franco Armani risulta positivo al coronavirus poche settimane prima dell’inizio della Copa America in Brasile, il posto diventa suo. 

Emiliano Dibu Martinez Argentina
Una delle decisive parate del Dibu Martinez, nella fortunata serie dagli 11 metri con la Colombia (foto: Twitter)

L’Argentina vince e convince, arrivando fino alla semifinale contro la Colombia. Il sofferto 1-1 ai tempi regolamentari porta alla lotteria dei rigori. Cuadrado e Messi segnano entrambi, e dal dischetto si presenta il cafetero Davison Sanchez.

«Lo siento, pero te como hermano» («Mi spiace, ma ti mangio amico»).

Sono le parole urlate due volte da Martinez poco prima che il tiro scocchi, indovinando l’angolo dove tuffarsi. De Paul tira alto il rigore successivo, ma quando dagli undici metri si presenta Yerry Mina comincia un vero e proprio show di “Dibu”, che galvanizzato dalla parata precedente alza l’asticella del trash-talking. Come gli squali con il sangue, il portiere percepisce la tensione di Mina e prova ad aprire un pertugio nelle sue sicurezze

«Te estas riendo, pero estas nervioso» («Stai ridendo, ma sei nervoso»).

esordisce, per poi contestare la posizione del pallone e continuando il monologo:

«Si hacete el boludo, ya te conozco a vos… Te gusta ser canchero» («Fai pure lo stupido, ti conosco… ti piace fare il superiore»).

Il colombiano aveva festeggiato il suo rigore contro l’Uruguay ai quarti con un balletto sfrontato, e con Martinez c’era un conto aperto in seguito ad uno scontro aereo qualche mese prima nelle qualificazioni. Ma quando la sua rincorsa parte, “Dibu” sa già che indovinerà l’angolo. Prima di respingere con un tuffo plastico alla sua sinsitra, urla:

«Mira que si me la cruzas te la atajo eh! Mira que te como hermano» («Guarda che se incroci te la prendo, guarda che ti mangio amico»).

La parata su Mina è la sliding door della sequenza. L’entropia psicologica si inverte e il peso ricade tutto sui colombiani, letteralmente bullizzati dalle provocazioni di “Dibu”. Paredes segna, e quando Miguel Borja si presenta dal dischetto Martinez capisce che è il momento di rincarare la dose.

«A vos te gustaba hablar no? En el entretiempo estabas hablando» («Ti piaceva parlare, nell’intervallo parlavi»).

gli grida, aggiungendo un «cagón» (“cagasotto”) per il quale viene subito redarguito – anche se molto gentilmente – dall’arbitro. 

«Te gusta mirar eh? Mirame en la cara» («Ti piace guardare eh? Guardami in faccia»).

Borja, che segna con un potente destro sotto la traversa, gli esulta in faccia violentemente con tanto di ennesimo balletto, sputando fuori tutta la pressione caricata dalle parole di “Dibu”. Lautaro non sbaglia, riportando l’Albiceleste avanti. Tocca a Cardona, e questa volta il portiere non dice una parola. “Con lui non ho percepito il suo nervosismo, per questo non ho parlato” dirà poi. Ma il destro del colombiano viene comunque neutralizzato: l’Argentina va in finale con 3 rigori su 5 parati da un portiere che fino a due anni fa quasi nessuno conosceva dalle parti di Buenos Aires. 

La maestria con la quale Martinez ha spadroneggiato psicologicamente sui colombiani rende omaggio all’astuzia del calcio inteso come arte dell’inganno, e forse non sarebbe stata possibile con il pubblico presente – sicuramente non l’avremmo potuta apprezzare così potentemente. Martinez, come racconterà, ha agito sfruttando una dialettica che va contro i principi del fair-play: intravisto il pertugio nelle sicurezze dei colombiani, non ha esitato a squarciarlo.

«Io sono argentino e voglio vincere. Inizialmente volevo caricarmi e nello stesso tempo intimorirli, poi quando ho visto l’ansia e il nervosismo ho cercato di sfruttarlo il più possibile»

Le dichiarazioni di Martinez a Olé.

Martinez ha una passionalità esuberante, tipicamente latinoamericana, che riesce a tramutare in sicurezza tra i pali ma anche fuori. «Sprigiona ottimismo e sicurezza – commenterà Scaloni parlando di lui – a volte anche troppo, come quando dopo i quarti di finale disse che saremmo stati campioni». La sua forza emozionale raggiunge un l’apice dichiarando con Lionel Messi al suo fianco:

«Lo quieto mas por Messi que por mi» («Voglio il trofeo più per Messi che per me»).

Alla fine la Copa è arrivata, con “Dibu” protagonista anche nella finale contro il Brasile in cui si è esaltato chiudendo la serranda su Richarlison. Il trionfo deve molto alle prestazioni di Martinez e lo consacra finalmente anche in patria, dove è stato subito elevato ad idolo assoluto. Il suo atteggiamento trasuda quella sfacciatezza scaltra che gli argentini adorano, e che richiama il genio di Maradona. Chissà se tra gli infiniti potreros fangosi di Buenos Aires, adesso che “Dibu” è conosciuto da tutti, non si senta riecheggiare quel «lo siento pero te como hermano» prima di un calcio rigore. 


Copertina @ Rivista Contrasti


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