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Alessandro Imperiali
2 Settembre 2020

Enrico Montesano, mille maschere una fede: la Lazio

C'era una volta Roma, c'era una volta la Lazio.

Sono due gli elementi che descrivono meglio di qualsiasi libro la vita di Enrico Montesano: la romanità, mai nascosta, e l’innata capacità di osservazione. Nato il 7 giugno 1945, Montesano è figlio di un’Italia, e ancor prima di una Roma, popolare e da ricostruire, sia da un punto di vista ideale che sostanziale. Anche tra le macerie, comunque, qualcosa rimane: la Lazio.

Dopoguerra. Un periodo senza certezze politiche, né acqua corrente, per via dell’acquedotto danneggiato, né gas per via dell’esplosione del gasometro causata dai nazisti qualche tempo prima. Una Roma dove i figli nascono dentro casa, il peso del neonato si scopre il giorno dopo sulla bilancia del panettiere, una Roma in cui gli uomini provano continuamente a reinventarsi da un punto di vista lavorativo e i ragazzini passano le giornate per strada tra una mina anticarro e un ordigno. Centinaia sono le vittime tra il 1946 e il 1952 di queste cariche inesplose.

Una Roma pericolosa, intricata ma romantica la cui anima è cantata a voce bassa per le strade dei rioni, in quelle ballate capaci di descriverla più di qualsiasi altro dato storico. Perché l’Urbe è sì sede di Papi e Imperatori ma la sua verace essenza si trova nei personaggi raccontati da Lando Fiorini e Gabriella Ferri, menestrelli di una romanità che oggi non c’è più.

Il Riccetto cantava:

Quanto sei bella Roma,

quanto sei bella Roma a prima sera.

A squarciagola, completamente riconciliato con la vita, tutto pieno di bei programmi per il prossimo futuro, e palpandosi in tasca la grana: la grana, che è la fonte di ogni piacere e ogni soddisfazione in questo zozzo mondo.

(“Ragazzi di vita”, Pier Paolo Pasolini)

Anche se in maniera diversa, Montesano stesso emerge da questa realtà. Non ha un’infanzia semplice, segnata dalla morte della madre e, nonostante provenga da una famiglia di attori, i suoi nonni lo fanno diplomare sperando per lui in un futuro da geometra. Non andrà, per fortuna, come speravano. Sarà proprio durante gli anni passati in collegio che dimostrerà le sue capacità comiche tra imitazioni e spettacoli.

Carlo Verdone lo definisce un “uomo orchestra” in grado di funzionare ovunque venga messo. Questa versatilità scaturisce dalla lunga gavetta che ne precede la celebrità. Giovanissimo, inizia al teatro Goldoni passando per il noto cabaret romano Puff e successivamente per radio. Continua poi in televisione al Bagaglino in Vicolo della Campanella al fianco proprio di quella Gabriella Ferri sopracitata ed infine al cinema, protagonista di veri e propri cult come Febbre da Cavallo e I due carabinieri.

Sia che interpreti Rugantino a teatro, “Torquato er pensionato” in radio, “La romantica donna inglese” in televisione o il cavallaro “Er Pomata” al cinema, non distoglie mai gli occhi dalla realtà popolare; riesce non solo a rappresentarla partendo dai luoghi comuni che la caratterizzano ma a farlo con fantasia. Dote che solo i grandi attori hanno. Celeberrima e rappresentativa è la scena ne “Il Conte Tacchia” in cui, dopo essere stato eletto Conte da Re Vittorio Emanuele III, invita ad un banchetto i nobili della città per festeggiare la sua nomina. Questi, riluttanti e altezzosi, rifiutano la proposta e per ripicca il neo Conte invita a pranzo tutto lo schifato ma affamato popolino romano.

Una scena da “I due carabinieri” di Carlo Verdone (1984)

In un’intervista, durante quegli anni ’80 un po’ snob, quelli della crescita economica, della Milano da bere e della stabilità politica, gli viene chiesto se da ragazzo preferisse giocare a golf o a tennis. Risposta secca e un po’ lapidaria condita da quell’immancabile ironia malinconica tutta romana: “Se c’avevamo ‘na palla già era tanto”.

Pallone a cui è affezionato e del quale si innamora sin da bambino, in braccio alla mamma sul balcone di casa. I tifosi romanisti dopo un derby vinto inscenano goliardicamente un funerale della compagine biancoceleste proprio sotto la sua abitazione. Incuriosito dall’evento chiede il perché di tutto ciò e dopo aver scoperto la motivazione non ha dubbi: tiferà Lazio.

Quel funerale è il suo battesimo da tifoso, ed è il caso di sottolinearlo: non simpatizzante ma “tifoso” perché, a differenza di tanti suoi colleghi, Montesano ci sarà sia negli anni degli scudetti che in quelli della Serie B. Sempre in prima fila sia quando c’è da esultare che quando ci sarà da difendere.

“Esse laziali è una cosa un po’ elitaria, un po’ da carbonari, siamo un po’ schivi, per tanto abbiamo abbozzato, essere laziali voleva dire alienarsi una parte di pubblico però io a un certo punto non ce l’ho fatta più; l’ho detto: Io so’ della Lazio!”.

Saranno per lui anni d’oro quelli della Banda Maestrelli. Montesano è presente allo stadio il 12 maggio del 1974 quando Chinaglia trasforma il rigore che renderà la Lazio campione d’Italia e viene spesso invitato alle partite d’allenamento a Tor di Quinto. Risultato? Tanti lividi a causa dei mastini Wilson ed Oddi.

In tutto ciò, inizia adesso il periodo delle scommesse, prima dei derby, con un altro genio della commedia italiana: Aldo Fabrizi, tifoso come Montesano ma della squadra che risiede sull’altra sponda del Tevere, la Roma. Chissà chi sperava vincesse la Sora Lella, sorella di Aldo ma laziale unica nel suo genere, una di quelle che: “Se io so’ romana, so’ laziale perché quanno ero piccola io ce stava solo la Lazio”. Ci piace pensare che quando l’immenso fratello Aldo successivamente ad un derby vinto dai bianco-azzurri fu costretto a fare il giro del Gianicolo in mutande, lei fosse lì al fianco di Montesano a godersi scena e vittoria. Fabrizi è un attore, al quale, per riverenza, il protagonista di Febbre da Cavallo non smetterà mai di dare del “voi” in quanto ritenuto un vero e proprio maestro: “Quattro mesi di teatro a recitare tutte le sere con lui, quale scuola di recitazione è migliore di questa?”.

Una tifosa diversa dalle altre, la mitica Sora Lella

Nel 1982 però è protagonista, nella fanzine Eagles Supporters, di un processo tifoso per “alto tradimento” perché durante uno sketch indossa la maglia della Roma. Ovviamente assolto ma con riserva: 10 punti di penalità nella rubrica ARRIVANO I NOSTRI per “aver creato turbativa fra gli aficionados”. Per farsi perdonare, oltre a una lettera alla stessa fanzine in cui scrive “So’ un laziale purosangue […]”, entra in scena al Teatro Sistina dopo un derby vinto, mentre rappresentava Rugantino, con una bandiera della Lazio.

Sarà presente poi il 5 luglio del 1987 a Lazio-Campobasso al San Paolo per sostenere la Lazio del -9, partita che segna per sempre il destino e il carattere della squadra biancoceleste. Addirittura, mister Eugenio Fascetti per stemperare la tensione dei giocatori lo farà partecipare alla riunione pre-partita. Montesano è riconoscibile al fianco di Cragnotti anche il giorno del secondo scudetto esultante mentre Riccardo Cucchi pronuncia quelle parole che ogni tifoso laziale sa a memoria:

“Sono le 18 e 4 minuti del 14 maggio del 2000, la Lazio è Campione d’Italia”.

Attualmente possiamo dire che Enrico Montesano è un uomo integro, che non ha mai nascosto le sue preferenze ma che proprio per questa sua autenticità ha senza dubbio dato più di quanto abbia ricevuto. Ha deciso sempre di schierarsi, anche politicamente, partendo dai giovani socialisti, girando ed ascoltando le problematiche delle periferie romane fino a diventare eurodeputato. Carica che lascerà prima di maturare la pensione parlamentare.

Io non mi sono mosso, si sono mossi i partiti, io sono rimasto sempre delle mie idee”: infatti “dalla politica ci ho solo rimesso”. Montesano è stato, oltre che un uomo, anche un attore scomodo, ciò che spiega la sua prolungata assenza dalle sale cinematografiche. A chi gli chiedeva di parlare italiano cancellando di fatto la sua romanità rispondeva che Totò non veniva chiesto di levigare il suo accento. Un romano vero, di quelli cresciuti nei Rioni, che lo stadio lo raggiungeva in bicicletta e che l’acqua dopo una partita per strada con gli amici se la beveva da un nasone. Forse anche un po’ nostalgico di una Roma che non c’è più, cosciente di essere uno dei suoi ultimi simboli perché come cantava Claudio Villa:

“Oggi er modernismo
Der novecentismo
Rinnovanno tutto va
E l’usanze antiche e semplici
So’ ricordi che sparischeno
E tu Roma mia
Senza nostargia
Segui la modernità
Fai la progressista, l’universalista
Dici okey, hallo, thank you, ja ja”.

(Vecchia Roma, Claudio Villa)

Insomma, un bastian contrario. Fin dal giorno in cui, in braccio alla sua mamma, decise di tifare Lazio.


Immagine di copertina © Rivista Contrasti


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