Enzo Biagi – del quale nel 2020 si è festeggiato il centenario dalla nascita – ha rappresentato una delle massime espressioni dell’intermediazione giornalistica e intellettuale della storia italiana. Il suo modo di lavorare per fare cultura e trasmettere alla comunità il senso critico e analitico rispetto alla società è ancora, ad oggi, un modello di riferimento.

 

 

La caratteristica che gli è universalmente riconosciuta è la pacatezza con cui trattava ogni argomento e ogni personaggio a lui di fronte, a prescindere dai gradi sociali o dalle idee. Un esempio di come riuscisse a dialogare come nessun altro con personaggi anche spigolosi e controversi è dato dall’intervista realizzata ad Enzo Ferrari nel 1982. Uno dei rari momenti in cui il personaggio del Drake si mostra spoglio dalla maschera quasi divina da capo della Ferrari per farsi umano e fragile.

 

Una confessione semplicemente unica

 

 

È proprio grazie a Biagi che il grande pubblico ha potuto e può tutt’oggi apprezzare le grandi ispirazioni umanistiche del fondatore della Ferrari, al di là del mito:

Biagi: «C’è qualche altro mestiere che le sarebbe piaciuto?»

Ferrari: «Il tenore dell’operetta, o il giornalista».

«Qual è la qualità che apprezza di più?»

«La sincerità».

«Il traguardo, lo scopo più importante, è vincere?».

«No, è restare a galla. Ed è molto difficile. Ci si può svegliare un mattino, come a me è capitato, campione del mondo, e i guai cominciano proprio allora. Provai sgomento: “Dio, e come faccio adesso?”».

«Fra i protagonisti del passato e tra i contemporanei, chi ammira di più?».

«Per quello che ho letto, Napoleone: matematico, legislatore, generale, ed era anche un amatore di tutto rispetto. Poi, basta: per dare un giudizio bisogna aspettare che la gente muoia».

«Qual è per lei la soddisfazione che più conta? Aver creato un’azienda, un nome che ha un enorme prestigio, o sentirsi Enzo Ferrari?».

«Quello che ho fatto, non è stato altro che la realizzazione di una fantasia dell’adolescenza, che mi ha permesso di soddisfare il mio feroce egoismo. Quello che conta è non dare fastidio agli altri: ma chi ci riesce?».

«Lei è religioso? Cioè, crede in Dio?».

«Credo in qualcosa che non ho saputo ancora individuare».

«Come affronta le inevitabili sconfitte?»

«Con la ponderazione che meritano gli insegnamenti, perché lo sono».

«Come vorrebbe essere ricordato?».

«Preferirei il silenzio, se potessi direi: dimenticatemi. Quello che ho fatto, l’ho fatto solo per me, e se qualcuno ne ha ricavato beneficio, bene, ma non si è trattato che di una conseguenza imprevista. Il punto di partenza era una faccenda del tutto personale».

«Qual è la sua giornata?».

«Comincia con la lettura di undici quotidiani politici e sportivi, finisce la sera, verso le otto, le nove, con la firma della corrispondenza. Non vado al cinema, a teatro, al mare, in montagna, da nessuna parte, non prendo vacanze».

«C’è stata anche, per lei, molta amarezza, molta pena. In certi momenti si sente solo?»

«Lo sono sempre, anche quando partecipo alle riunioni, o mi intrattengo con i visitatori. Ho avuto contro tutto e tutti, e ho provato a trovarmi solo in quei momenti terribilmente tristi, quando si arriva a interrogare se stessi».

 

Lo sguardo sincero di Enzo Biagi, un maestro di stile

 

 

Difficile trovare altre esempi di confidenze così umane da parte di Enzo Ferrari. Da questa intervista si può ammirare anche il valore del dialogo che solo un intellettuale del calibro di Enzo Biagi poteva intermediare, e così rendere materia fruibile al grande pubblico. Una qualità “giornalistica” che oggi è a rischio estinzione.

 

 

Le parole che Biagi usò per descrivere il rapporto con il proprio lavoro e con l’Italia risuonano ancora oggi infatti attualissime: “ammetto di aver un debole per la gente normale, quella che festeggia gli anniversari, crede ai proverbi, ha una busta paga modesta, pratica l’antica arte del risparmio. Non sappiamo più in che Paese siamo, nessuno racconta l’Italia minuta, quella che fatica ad arrivare alla fine del mese, quali sono i sogni dei giovani e le paure dei vecchi, perché i comici diventano politici e perché la politica non si occupa della gente. Andiamo in giro a vedere se esiste ancora la speranza”. Dubbi, prospettive che i due Enzo senz’altro condividevano.