Per fare certe cose, ci vuole orecchio!. Così cantava Enzo Jannacci in uno dei suoi brani più celebri. Ed è vero, per apprezzare il valore dei suoi contenuti bisogna prestare particolare attenzione. Lo spessore dei suoi testi e delle tematiche trattate non possono essere colti del tutto se ci si sofferma unicamente sulle capacità canore o sulle splendide armonie di sottofondo. Anche perché, come da lui stesso dichiarato in un’intervista all’Europeo del 1968:

“Io non sono un cantante. Non so cantare. Quando feci il provino alla Rai mi bocciarono, e avevano ragione”

La sue doti sono infatti altre, in primis la costruzione delle storie. Lo storytelling, si direbbe oggi. La sua era una narrativa surreale che prendeva spunto dalla quotidianità di una realtà, quella milanese, che solo lui sapeva ridipingere facendo coesistere aspetti tipicamente contraddittori: l’allegria e la tristezza; la disperazione e la leggerezza; la disillusione e la speranza. Il tutto condito da una tragicomica profondità che divenne una sorta di marchio di fabbrica.

 

Enzo Jannacci, autore dell’inno ufficiale dell’AC Milan nel 1984

 

Un artista a tutto tondo impossibile da definire con una sola parola. Jannacci era cantautore, cabarettista, pianista, compositore, attore e medico, ma soprattutto era un amante della vita e delle cose semplici, capace di musicare storie di barboni, operai, prostitute, ladruncoli, drogati e in generale s’cioppàa – letteralmente “scoppiati” – senza mai scadere nella volgarità, anzi, con l’invidiabile ironia che lo ha contraddistinto fino all’ultimo giorno. Un’ironia spiccata, ma soprattutto un’autoironia inimitabile. Un giorno, a proposito del successo di “Vengo anch’io. No, tu no”, disse:

 

«La canzone è piaciuta perché il “Vengo anch’io” è un luogo comune. In più viene detto da uno che fa la faccia da deficiente e strilla come un cane sgozzato, quindi diverte».

 

Come affermò suo figlio Paolo, «Enzo sapeva trovare la bellezza anche nel più piccolo dettaglio della vita». La bellezza, lui, oltre che nei luoghi e nelle persone la trovava sicuramente nel Milan. Un amore mai nascosto che lo portò addirittura a dedicargli un inno: Mi-Mi-La-Lan. Scritto nel 1984, divenne l’inno ufficiale del club e, seppur scalzato poco dopo dal berlusconiano Milan Milan, rimase un indelebile attestato d’amore verso i colori rossoneri.

 

Proprio con l’arrivo di Berlusconi alla presidenza del Milan Jannacci sfoderò una perla rimasta negli annali: storicamente il popolo rossonero ha sempre avuto un carattere proletario – i tifosi sono infatti chiamati casciavit, parola milanese che significa cacciavite e indica la loro natura operaia e anti borghese – e si poteva catalogare come ideologicamente di sinistra.

 

Con la guida dell’imprenditore e poi futuro politico (dell’altro schieramento), diversi sostenitori erano in crisi e non avevano alcuna intenzione di passare per berlusconiani. Fu qui che Enzo asserì: «Non è che se Berlusconi si mette a fare il vino, a me non piace più». Concetto apparentemente semplice, ma decisamente più sottile di quanto non sembri.

 

Enzo Jannacci: ultramilanese e arcimilansta

 

Inno a parte, Jannacci mise il suo Milan in due canzoni, scritte a quindici anni di distanza. E in quei quindici anni il club del cuore dell’artista meneghino era stato altalenante, con in mezzo gli anni bui delle due retrocessioni in B. Gli anni Settanta sono quelli delle occasioni mancate, delle coppe perdute. Nel ’74 l’Inter vince tutti e quattro i derby e il Milan conclude il campionato al quinto posto.

 

Arriva a disputare la finale di Coppa Italia, ceduta alla Fiorentina per 3-2 all’Olimpico di Roma dopo una partita sofferta e pugnace. La fine degli anni Ottanta è invece l’era di Sacchi, con gli olandesi Gullit, Van Basten e Rijkaard. È il Milan che vince tutto, dallo scudetto alla Coppa dei Campioni, sollevata dopo vent’anni grazie a un 4-0 contro la Steaua Bucarest in un Camp Nou tutto rossonero.

 

Del 1974 è “Vincenzina e la fabbrica”, colma di malinconico neorealismo in cui, attraverso la protagonista, descrive il mondo delle tante donne che vedevano nel duro lavoro la sola prospettiva, fino quasi a volergli bene, a quella fabbrica fatta di fatica. È un ritratto della dignità umana che affronta un’esistenza piena di controsensi, dove il pareggio del Milan – «Zero a zero anche ieri sto Milan qui. Sto Rivera che ormai non mi gioca più. Che tristezza il padrone non c’ha neanche sti problemi qui» – diventa l’ulteriore occasione di struggente malinconia per un’operaia che di consolazioni non ne ha, ma forse nemmeno ne cerca: «una faccia davanti a un cancello».

 

Nel 1989 Jannacci scrive “Se me lo dicevi prima. E la porta a Sanremo, dove arriva al secondo posto nel premio della critica. Una ballata metafisica sulla droga, sul costume di quel fine decennio in cui i termini anglofoni sostituivano le parole italiane, si cominciava a dire leasing invece di prestito, boiler anziché scaldabagno e charter al posto di volo. Qui Enzo dipinge l’indifferenza davanti al malessere dell’altro, dell’eroinomane che si inietta morte anche «se ormai è fuori moda», e la gioia viene solo «quando ti innamori, quando vince il Milan, quando guardi fuori…».

 

Il Camp Nou vestito di rossonero per la finale contro lo Steaua (ci furono problemi con i biglietti riservati ai rumeni, che infine riuscì ad accaparrarsi il Milan)

 

Milano è stata dunque la sua fonte di ispirazione primaria, la cornice entro cui risiedono i personaggi di cui narra, il luogo che gli ha dato tutto e a cui lui, il Carlo Porta del XX secolo, ha reso il favore. Milano è nel titolo della sua prima rappresentazione teatrale nel 1962: Milanin Milanon di Filippo Crivelli. È protagonista del suo primo album da solista del 1964: “La Milano di Enzo Jannacci”.

 

Enzo Jannacci era la rappresentazione vivente di una milanesità che non esiste più, e che forse già non esisteva più quando finiva di cantarla. Una persona innamorata di ogni anfratto della sua città e felice di poterne parlare attraverso i suoi “disgraziati”. Gli amici lo chiamavano Schizo, perché passava improvvisamente da un argomento all’altro mangiandosi le parole.

 

E nei suoi antieroi – primo fra tutti il barbun con gli occhi da buono, quello di “El portava i scarp del tennis”, ma poi anche l’Armando con il suo delirante “Tatta tira tira tira tatta tera tera ta” e il palo della “Banda dell’Ortica” – i reietti, i dimenticati, la sua “roba minima”, c’è tutta la Milano più vera. Quella della nebbia, dei quartieri, delle storie individuali che diventano bandiere collettive.

 

A noi piace immaginarlo al Derby Club, storico locale di Viale Monte Rosa 84, non a caso a due passi da San Siro. La culla del cabaret, dove sono nati tutti – ma proprio tutti – da Cochi e Renato a Diego Abatantuono (che dei proprietari storici, Gianni e Angela Bongiovannida, era il nipote), da Gaber a Beppe Viola, l’amico giornalista di Jannacci. Ci si ritrovavano a bere lo “champagnino” come nello scantinato di casa, per esibirsi davanti agli habitué, che lì erano da Mina allo stesso Rivera, da Walter Chiari a Strehler, passando per Francis Turatello.

 

Gaber e Jannacci: amici inseparabili

 

Ci piace immaginarlo con quel sorriso un po’ beffardo e un po’ nostalgico. Con Dario Fo durante la stesura a quattro mani dei testi di “Ho visto un re”, “Vengo anch’io. No, tu no” e diversi altri brani geniali; assieme a Gaber, compagno di vita con cui ha condiviso tutto, ma soprattutto la passione per il rock; così come ci piace immaginarlo da Gattullo – famosa pasticceria di Porta Lodovica – con Cochi e Renato mentre si scambiano battute in salsa lombarda, o fianco a fianco con Celentano nei Rock Boys, al Palaghiaccio di via Piranesi.

 

Vorremmo immaginarlo lì, sempre e comunque a Milano, seduto a un tavolino di un bar con i suoi famosi amici, mentre disquisiscono caoticamente di jazz, rock, del disagio sociale, dello stridore del progresso industriale, dell’altra faccia del boom economico italiano degli anni ’50 e ’60, dell’Idroscalo, dell’Ortica, della nebbia, della ligéra. E sicuramente del suo Milan.

 

Lui è indubbiamente tra Quelli che… tengono al Milan. Nove minuti di base blues con la stigmatizzazione – firmata Beppe Viola, cui si deve la terza citazione della squadra del cuore di Jannacci – di luoghi comuni, vizi e tic contemporanei dell’uomo medio, in un recitato privo di consecutio ma ricco della famigerata ironia. Quelli che… ce ne fossero di artisti come lui. Oh yeah!