Ritratti
19 Febbraio 2022

Enzo Scifo, l'incompreso

Io non mi adatto, siete voi a doverlo fare.

Quando il bambino Vincenzo venne al mondo il 19 febbraio del 1966, gli italiani non andavano in Belgio per motivi di turismo. Ci andavano per trovare un lavoro, si chiamavano emigrati ed erano emarginati dai civilissimi nativi. Il destino dei signori Scifo, Agostino e Alfonsa, è quello di tanti connazionali che vanno a cercare all’estero lo spazio vitale che in Italia appare negato. Farebbero umili mestieri per tutta la vita, perché la vita è dura e i minatori come il signor Agostino in Belgio li chiamano “visages noirs” (facce nere), con esibito disprezzo. Se non fosse che uno dei tre figli scopre di avere un talento calcistico in grado di cambiare la vita di tutta la famiglia. E pian piano la vita cambia. A La Louvière, 50 chilometri da Bruxelles, Enzo Scifo è una delle personalità a tutt’oggi più celebrate. È inoltre il cittadino belga di origine italiana più famoso in patria. Secondo nei sondaggi soltanto all’ex Premier, il socialista Elio Di Rupo. La storia di un campione sempre a un passo dall’essere fuoriclasse.


L’IMPORTANZA DELLE ORIGINI


Non è semplice essere italiani nati e cresciuti in Belgio. Non lo è perché senza accorgersene si può perdere il senso della propria identità. Essere italiani dentro casa e belgi appena varcata la soglia domestica può creare una dicotomia pesante. Si trasforma poco alla volta in un modo di essere “a metà”. È una soglia psicologica che sembra l’eterna linea d’ombra di chi vorrebbe ma in fondo sa di non essere. Di chi è ma in realtà non vorrebbe. I genitori di Vincenzo Scifo sono siciliani, vengono da Aragona e hanno trovato lavoro e alloggio in una zona carbonifera della Vallonia belga. Una vita dura, molti rischi pochi soldi. Per i belgi sono italiani (e c’è poco da aggiungere), mentre per gli italiani che sanno bene l’italiano gli Scifo sono gente che ha per cognome il recipiente in cui mangiano i maiali.

Una vita di sacrifici e talvolta di mortificazioni, tutte le speranze si riversano sui tre figli: Angelina, Giuseppe detto Pino e Vincenzo detto Enzo. Il terzo sta studiando per diventare ragioniere, ma lo fa controvoglia perché in testa ha altro. Infatti lascia a un anno dal diploma, perché in fondo lui si sente come i Blues Brothers: “in missione per conto di Dio”. Sa giocare a pallone molto bene e quando è in campo nessuno ha più il coraggio di dargli del “macaroni”, per quanto è bravo. Talmente bravo che a 17 anni l’Anderlecht lo fa esordire in campionato. 

Una selezione del talento di Scifo

CAMPIONE COI PIEDI, NON CON LA TESTA


A 21 anni ha già vinto tre scudetti. Da protagonista, mica da comprimario. Nel frattempo, giugno 1984, si presenta al tribunale civile di Mons e rinuncia definitivamente alla cittadinanza italiana per giocare nella nazionale belga. Per il CT della Nazionale Guy Thys, è un messaggio forte e chiaro, ben recepito. Il ragazzo possiede un destro preciso e potente, ottima visione di gioco e portamento regale mentre tratta il pallone con impareggiabile leggerezza. C’è chi arriva a vederci la reincarnazione in vita di Gianni Rivera. Sapesse anche vincere qualche contrasto in mezzo al campo, e si facesse sentire di più dai suoi compagni, sarebbe avvicinabile a Platini – è lo stesso francese, alla Gazzetta dello Sport, ad incoronarlo come «unico calciatore europeo che può definirsi il mio erede». Eppure Scifo non ha il nerbo per imporsi nello spogliatoio, altro che Platini. Ed è un peccato, perché il rendimento è di solito buono.

«Non ho modelli. Alla mia età, è giusto avere degli idoli: nelle canzoni è Lucio Battisti, nel calcio è Platini».

Enzo Scifo, da un’intervista a Repubblica

Il problema sta nelle percezioni della squadra e degli allenatori che avranno a che fare con lui nel corso della carriera. Sembra uno che raramente incide sul risultato. Oppure incide, ma solo se la squadra è costruita intorno a lui e all’indubbio ma fragile talento: non sarà vero, ma alle volte dà la sensazione di uno che gioca guardandosi allo specchio. E proprio fragile è la parola che userà, molti anni dopo, in un’intervista concessa a Francesco Bramardo per riconoscere un suo difetto.

Narciso o no, fragile o meno, a vent’anni guida la Nazionale belga ai mondiali messicani del 1986. Il cammino della squadra è abbastanza tormentato: il Belgio viene prima ripescato come miglior terza classificata nel girone iniziale, poi ottiene un’importantissima vittoria ai supplementari per 4-3 contro l’Unione Sovietica. Poi ancora si guadagna l’accesso alla semifinale dopo avere piegato la Spagna ai calci di rigore. Ma in semifinale non c’è nulla da fare: Maradona batte Belgio 2-0. La finalina di consolazione ha poco significato: vince la Francia per 4-2 e il Belgio chiude con un ottimo quarto posto. La nota più positiva per la squadra è proprio il rendimento di Enzo Scifo, sempre protagonista, sempre ben ispirato. Sette partite, due gol, per il miglior risultato di sempre della sua Nazionale.



ENZO SCIFO E L’ITALIA (AMARA)


L’anno dopo l’Inter lo acquista per quasi 5 miliardi di vecchie lire. Il mister è Trapattoni mentre, fra i suoi compagni, ci sono Zenga e due campioni del mondo come Altobelli e Bergomi. Il ragazzo avrebbe bisogno di un tempo di adattamento e invece si pretende da lui la soluzione magica ai problemi di una squadra che da anni non vince. La verità è che Enzo Scifo è troppo giovane e inesperto per il nostro campionato. La sua stagione 1987/88 è deludente e la dirigenza nerazzurra decide di liberarsi un po’ frettolosamente di lui. Scifo sente che il trampolino di rilancio può essere la Francia, Paese nel quale si sente calcisticamente a casa, se non altro per motivi linguistici. A Bordeaux gli va così così, poi gioca due ottime stagioni in provincia, nell’Auxerre. Forse preferisce essere “il primo in Gallia piuttosto che il secondo a Roma”. Qualche volta è una scelta, qualche volta un po’ meno.


UN TALENTO INCOMPIUTO


Nel 1990 Enzo, o Enzò, come lo chiamano nella zona francofona del suo Paese, vuole bissare se non migliorare il quarto posto in Messico. Poterlo fare ai Mondiali italiani, proprio di fronte a quella gente “che non lo ha capito”, sarebbe davvero il massimo. A Italia ’90 segna un gol spettacolare all’ Uruguay. Nei quarti, però, proprio all’ultimo minuto dei supplementari l’Inghilterra uccide le speranze di Scifo che nel 1991 ritorna nel nostro campionato con la maglia del Torino, club allora emergente e pieno di giovani di talento.

Con i granata sfiora la vittoria della Coppa Uefa nella prima stagione, perdendo in finale contro l’Ajax, e si toglie la soddisfazione di vincere la Coppa Italia contro la Roma nel giugno del 1993. Ma i debiti del Torino impongono di vendere i pezzi più pregiati. Tra i primi ad essere ceduti proprio Enzo. Lo acquista il Monaco. Nel Principato, il centrocampista italo-belga riuscirà a coronare un sogno: a 31 anni vince uno scudetto anche in Francia. È il 1997. Le sue frasi di commiato dal calcio italiano sono molto amare: 

«Non mi avete capito: chi mi compra, deve costruire una squadra su di me. Non sono io a dovermi adattare». 

Enzo Scifo

Prendere o lasciare, Scifo è uno che non scende a compromessi. Mondonico tuttavia, il suo allenatore dell’epoca, gli risponde per le rime e fa ben capire perché alla fine sia stato scartato ancora una volta: «Non è mai stato decisivo. Rende quando la squadra gioca bene, gioca malissimo quando accade il contrario. Tipico di uno con scarsa personalità». Amen. E sono in tanti a fargli eco, a partire dal giornalista Maurizio Crosetti che ne riassume in poche righe le insanabile contraddizioni: «Troppo italiano per essere belga, troppo belga per essere italiano, troppo bravo per essere normale, troppo incompleto per essere fuoriclasse. Il destino di Vincenzo Scifo è fermarsi a due passi da qualcosa di definitivo in una strana atmosfera di incompiutezza».

Grazie al buon rendimento nel Monaco, comunque, trova spazio ai campionati del mondo del 1994 negli Stati Uniti e anche a quelli del 1998 in Francia. Non sono partecipazioni memorabili per Scifo e compagni, ma sono comunque quattro mondiali, che avrebbero potuto anche diventare cinque se il destino non avesse deciso il contrario. 



SIGNORI, SI CHIUDE


Alla soglia del terzo millennio rischia la vita a causa di complicazioni dopo un banale intervento chirurgico per una lussazione alla spalla. Durante l’operazione insorgono gravi problemi di respirazione con un edema polmonare. Ricoverato d’urgenza ad Anversa, i medici escludono un successivo rientro in campo. E invece lui smentisce tutti tornando come allenatore-giocatore del Charleroi. Ma un anno più tardi è costretto ad arrendersi. Il 5 dicembre del 2000 Vincenzo Scifo convoca i giornalisti e dà la notizia ufficiale: 

«Vi annuncio il mio ritiro dal calcio giocato. Soffro di artrosi all’anca sinistra, riesco a giocare soltanto grazie alle infiltrazioni ma i medici mi hanno consigliato di smettere. Rischio troppo, non ne vale la pena». 

Enzo Scifo

Con 84 presenze in Nazionale e più di 500 partite giocate nei campionati di Belgio, Francia e Italia si chiude una carriera che avrebbe potuto dare anche soddisfazioni ben maggiori all’italiano di La Louvière: «Dite che sono sempre stato a un passo dai traguardi e non li ho mai raggiunti? Un calciatore incompleto? Trovatemi altri che possono vantare i miei stessi record. Ci sono, certo, ma mica sono tanti. Io sono contento così». Il rimpianto più che altro, a proposito di record, è uno solo:

«Peccato, perché senza questi acciacchi ce l’avrei fatta a disputare il mio quinto mondiale in Giappone». 

Enzo Scifo

Forse un giorno il quinto mondiale lo farà. Magari da allenatore, chissà. Nel frattempo è stato CT del Belgio Under 21, mentre al momento è il tecnico del Royal Excel Mouscron, seconda divisione belga. Poi si vedrà. Del resto, i sogni non finiscono mai, se non si dimostrano velleità.

SUPPORTA !

Ormai da anni rappresentiamo un’alternativa nella narrazione sportiva italiana: qualcosa che prima non c’era, e dopo di noi forse non ci sarà. In questo periodo abbiamo offerto contenuti accessibili a tutti non chiedendo nulla a nessuno, tantomeno ai lettori. Adesso però il nostro è diventato un lavoro quotidiano, dalla prima rassegna stampa della mattina all’ultima notizia della sera. Tutto ciò ha un costo. Perché la libertà, prima di tutto, ha un costo.

Se ritenete che Contrasti sia un modello virtuoso, un punto di riferimento o semplicemente un coro necessario nell'arena sportiva (anche quando non siete d’accordo), sosteneteci: una piccola donazione per noi significa molto, innanzitutto il riconoscimento del lavoro di una redazione che di compromessi, nella vita, ne vuole fare il meno possibile. Ora e sempre, il cuore resterà il nostro tamburo.

Sostieni

Gruppo MAGOG

Diego Mariottini

57 articoli
La prima volta di Fernando Alonso
Motori
Diego Mariottini
25 Settembre 2022

La prima volta di Fernando Alonso

Un viaggio indietro nel tempo, nel 2005.
Sante Ancherani, il primo re di Roma
Ritratti
Diego Mariottini
09 Settembre 2022

Sante Ancherani, il primo re di Roma

Il 9 settembre del 1971 veniva a mancare una leggenda della Lazio.
La leggenda umile di Hugo Sanchez
Ritratti
Diego Mariottini
11 Luglio 2022

La leggenda umile di Hugo Sanchez

Miglior calciatore messicano di sempre, bomber della squadra accanto.

Promozioni

Con almeno due libri acquistati, un manifesto in omaggio

Spedizione gratuita per ordini superiori a 50€

Ti potrebbe interessare

Radja Nainggolan, guerriero incompreso
Ritratti
Marco Armocida
19 Ottobre 2021

Radja Nainggolan, guerriero incompreso

Un giocatore irripetibile, come i suoi eccessi.
Nevio Scala, l’ultimo grande conservatore
Ritratti
Alberto Maresca
10 Luglio 2020

Nevio Scala, l’ultimo grande conservatore

Il più italiano degli allenatori, dalla scuola di Nereo Rocco.
Il Belgio è forte, ma non imbattibile
Papelitos
Marco Armocida
28 Giugno 2021

Il Belgio è forte, ma non imbattibile

Tutta Italia ha visto Belgio-Portogallo.
Le lacrime di Robinho
Ritratti
Gianluca Palamidessi
19 Marzo 2018

Le lacrime di Robinho

Il chicco di grano che non diede frutto.
Il fu Aljaksandr Hleb
Ritratti
Ignazio Campanella
26 Luglio 2018

Il fu Aljaksandr Hleb

Una carriera sbagliata: così si può riassumere la parabola calcistica di Aljaksandr Hleb.